ARBËRIA NEWS Blog

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mercoledì 25 aprile 2012

Rozafat, tra storia e leggenda



a cura di Fernanda Pugliese
coordinamento: Rosella Schiavone
illustrazioni: Antonella Pelilli





Ishi një herë, 
një herë ka dheu i Arbërit një vajzë shumë e bukur çë a thrisjën Rozafat. Loj ka trou me shokëtë e me nusetë copje e vej ka skolla; gjthë a dishjën mirë pse ishi zëmërë njomë. 
Si shkoj moti rritshi e bukurohshi.


 




                        












Ka hora  rrojën tre vullazëre punëmbarë, i sprazmi, Kostandini, ishi një trim forti e shu, i miri.





Një ditë vej e shurbej kur fërndojti Rozafaten 
çë mbushi uj[t ka pusi.
Syt e tirve u kumbërdun e zëmëra i bëri tup.










Ajo kapile çë pash sod, me atë faqe e bardhë e kuqë si shëmri, u do të e vur kurorë!" - tha Kostandini kur vajti ka shtëpija. Ashtu klijeti.

                   
                                                               Shkovi ca mot. Iu lehë një bukur djal. 




Kostandini me të vullazëret shurbej ka trojet të Valdanuzit prës Shkodrës pë të ngrijën muret ka rrethi kështilljes. 
Shurbejën e shurbejën ma ato mure çë ngrijën ditën bijën natën gur gur. 
Ato të mirtë ngë dijën si kisht bëjën.








  Një ditë shkovi ka to udhre një plak: "Mirë pune!" -  i tha. 
"Haristismi zotrën jote" - u përgjegjën a to  - "Por kimi zëmërn tiqe tiqe pse atë çë bëmi ditën natën bëhet plëh!" 
"U'e di. A gjëgjëni kët varè a fëthota çë frin kana malvet. Isht Zana a vrërtura. Do një ka gra ka të jujët". 
"Cilën?  -  pjësën ato.
 "A para çë nesër ju bije bukë - u përgjegjë plaku - por mbani besë: mos ja thoni mosnjarive!"


Ditën pas, kur aruri miesdita, Rozafatia, ma harè, j kjiejiti bukë.



Kostandini, kur a pa, i ranë krahët e zëmra i kumboi fort fort.
"Çë ke Kostandin çë tu sbardh faqja?  Pse më run ma syt plot ma lot?" e pijti ajo.
"Gruja ime, Zana do një gjellë brënda murvet e kështilljes e kyo gjellë isht ajo jotja - i tha Kostandini ma një fillë vuxë". "Kostandi, ndë Zana dishi ashtu, ashtu ka të jetë" - tha Rozafatia.




Vetëm një fat disha, kur më mbuini brënda murit ka të më lëni një gavërë; një gavëre ka këmba dreqët, një gavëre ka dora dreqët, një gavërë ka sisa dreqët, një gavërë ka syu e buya, pse ka të tund, ka runjë, ka ti jap t'pi sisë dialit im, pse ka të ritet e bëhet bur." Ashtu u bëh.












Djali u rrit, u bëh trim, burrë me besë gjah jati. Kështillja u ngre... muret janë edhe sot. Ku u muros, del një kroi me ujë. Janë lotët e Rozafatës.


















 ROZAFAT
C'era una volta, nella terra d'Albania una bambina molto graziosa chiamata Rozafat. 
Giocava all'aperto con le compagne e con le bambole di pezza ma studiava anche e andava volentieri a scuola: in paese tutti le volevano bene perché aveva un cuore generoso.
Con il passare del tempo ella, crescendo, diventava sempre più brava e più bella.
Nel paese vivevano tre fratelli laboriosi, l'ultimo dei quali, Costantino, era un giovane vigoroso e molto buono.
Un giorno, mentre andava a lavorare, incontrò Rozafat che attingeva l'acqua da un pozzo. I loro sguardi si incrociarono ed i loro cuori cominciarono a battere forte.
"Quella ragazza che ho visto oggi, con quel viso bianco e roseo e bella come una Madonna, voglio che sia mia sposa" - disse Costantino quando ritornò a casa.
E così fu.
Passò del tempo e venne alla luce un bel bambino.
Costantino con i fratelli lavorava nella pianura di Valdanuzit, vicino Shkodres, per innalzare le mura del castello.
Lavoravano e lavoravano, ma quelle mura che innalzavano di giorno, si sgretolavano durante la notte.
I poveri fratelli non sapevano come fare, il loro impegno e la loro fatica erano inutili.
Un giorno passò di lì un vecchio... "Buon lavoro!" disse loro. 
"Ti ringraziamo, signore - risposero quelli - però abbiamo il cuore a pezzi perché ciò che costruiamo di giorno, la notte inspiegabilmente diventa polvere!" 
"Io so perché questo accade - disse il vecchio viandante.- Lo sentite questo vento forte e freddo che soffia dalle montagne? E' il fiato di Zana, la dea dei monti. Essa è molto inquieta e cattiva, vuole in sacrificio una delle vostre donne, solo così smetterà di soffiare, l'incantesimo sarà spezzato e potranno essere costruite le mura del castello".
"Ma perché vuole questo sacrificio, cosa le abbiamo fatto di male?" - chiesero sconvolti i tre fratelli.
"L'avete offesa tagliando gli alberi sui monti per riscaldarvi in inverno".
"E quale donna dovremo sacrificare?" - chiesero.
"La prima che domani vi porterà da mangiare ma, mi raccomando, non fatene parola con nessuno!"
Il giorno dopo, a mezzogiorno, per prima Rozafat portò da mangiare all'amato sposo.
Costantino, quando la vide comparire, fu trafitto dal dolore, il cuore cominciò a battergli forte nel petto e iniziò a piangere.
"Cos'hai Costantino, perché il tuo volto è così pallido? Perché mi guardi con gli occhi pieni di lacrime?" - ella gli domandò.
Rozafat
!Amata mia, Zana, la dea dei monti, vuole un sacrificio umano dentro le mura del castello, e quella vita deve essere la tua" - disse Costantino con un filo di voce.
"Uomo mio, se la dea vuole così, così sia - disse Rozafat piangendo, ma il nostro piccino ha pochi mesi e deve essere allattato.
Ti prego, quando mi chiuderete dentro le mura, lasciate delle piccole aperture nella parete: una per la mano destra, una per il mio petto, una per l'occhio e le labbra, perché devo poter cullare, baciare, guardare e continuare ad allattare il mio bambino".
Così fu fatto.
Il castello fu innalzato... 
Le sue mura imponenti resistono ancora oggi.
Shkodres, Castello di Rozafa
Il bambino crebbe, diventò giovane e bravo, uomo d'onore come suo padre, generoso come sua madre.
Nel luogo dove la giovane fu murata, sgorga oggi una sorgente d'acqua pura... Sono le lacrime di Rozafat.














a cura di Fernanda Pugliese
coordinamento: Rosella Schiavone
Illustrazioni: Antonella Pelilli
Traduzione, Trascrizione e Adattamento:
Campofredano Pinuccia, Ciccarelli Ada, Cingolani Ornella, Crippa Anna, 
De Gregorio Francesca, Di Lena Elvira, Fiore Liliana, Frate Serena, Glave Lia, 
Ionata Orlando, Massaro Antonella, Pelilli Antonella, Rapuano Ottavio, 
Senese Maria Teresa, Staniscia Silvana.

domenica 15 aprile 2012

Il costume tradizionale arbëresh: l'abito dell'identità

di Anna Maria Ragno  
                                                                                                                  
Per la policromia e la preziosità dei tessuti, testimoniata dall'utilizzo dei ricchi ricami in oro e argento, il costume tradizionale è uno dei segni più evidenti della diversità e della creatività culturale arbëreshe. Le funzioni a cui assolve sono molteplici: pratica, estetica, magica, rituale, ecc. Inoltre esso serve ad indicare il ceto, il sesso, l'età, la classe, il lavoro, il lutto, l'appartenenza ad una confessione religiosa o se una persona è nubile o sposata. In uso fino agli inizi degli anni ’70, accompagnava la donna italo-albanese nei momenti più significativi della propria vita. Il vestito della festa, infatti, oltre ad essere indossato per le nozze, per le feste religiose come le “Vallje”, la Domenica di Pasqua o il giorno di Natale, e per i  lutti familiari (per i primi tre giorni dal triste evento), spesso veniva utilizzato anche per dare sepoltura alla donna.
Foto di Giuseppe Iazzolino
Se l’abito tradizionale femminile si è ben conservato, non si può dire altrettanto per l’abito maschile, caduto subito in disuso, o forse mai esistito in forma stereotipata. Le ragioni della perdita della sua specificità o della sua assimilazione ai costumi regionali o albanesi veri e propri, risiedono nel fatto che la trasmissione dei valori come la Besa, dei saperi come la lingua, e delle tradizioni arbëreshe come i costumi, è sempre stata affidata alle figure femminili. L’arberisht, infatti, è la lingua materna degli Abëreshë : sono le donne che trasmettono la lingua, insieme alla religione. Come in molte società tradizionali, anche in quella arbëreshe è compito della donna trasmettere la lingua e la religione (per gli Ebrei è ebreo chi nasce da madre ebrea), i costumi morali e religiosi, le tradizioni e il costume.

Foto di Mario Bellizzi
Quali sono, dunque, i significati simbolici del costume tradizionale? Il costume muliebre rappresenta il modo in cui la cultura arbëreshe socializza la sua memoria storica e il suo passato, l’origine albanese e la fedeltà ai valori tradizionali. E’ l’antidoto alla disgregazione e alla dispersione geografica degli
Arbëreshë  e una maniera per riaffermare la condivisione di una storia e di una origine comune. E’ il tratto distintivo d’appartenenza ad un doppio universo culturale: quello albanese delle origini  e quello italiano.


L’abito  della identità.
Il costume tradizionale è una forma di comunicazione non verbale operata grazie ad una serie di segni e di regole di combinazione; un linguaggio caratterizzato da una sua peculiare sintassi che possiamo scomporre ed analizzare per identificare la struttura di una data società.
Keza. Foto di Mario Bellizzi
Ad esempio la Keza  (nella foto di Mario Bellizzi è possibile ammirare quella di Civita), che raccoglie i capelli della sposa, è simbolo del nuovo status sociale che la donna, sposandosi, viene ad assumere e della responsabilità che ne deriva. In genere è in seta, a forma di conchiglia, intarsiata da elaborati ricami con fili in oro o in argento.
Gli splendidi colori dello Xhipuni, invece, sono legati a quelli essenziali e fondamentali, utilizzati dalla iconografia bizantina: sono il blu o l’azzurro, il rosso o il viola e giallo oro.


Xhipuni. Foto di Mario Bellizzi






E' il corpetto corto e aderente in llambadhor di seta, il tessuto caratterizzato dall'inserimento nella trama di fitti e sottili fili d'oro. Nella foto di Mario Bellizzi è di colore azzurro con le maniche ricamate in oro e gallonate ai polsi; tre strisce di gallone più stretto decorano il corpetto sulla schiena. Le maniche hanno finissimi ricami dorati che richiamano motivi floreali o astrali.


Brezi di Palazzo Adriano raffigurante San Nicola. Foto di Paolo Di Giorgio
Il Brezi è la cintura d’argento che adorna il costume delle      donne di Piana degli Albanesi. Nello scambio rituale di doni durante il fidanzamento, alcuni giorni prima delle nozze, in occasione dell’esposizione della dote o di solenni festività, esso viene donato alla futura sposa per augurarne la fecondità. Nella lingua arbëreshe, infatti, la parola brez significa "generazione", "stirpe", "discendenza", "progenie" a conferma del fatto che la cintura viene assunta a simbolo della maternità. Secondo la tradizione il Brezi raffigura i santi protettori di Piana (S. Giorgio, S. Demetrio, la Vergine Odigitria e San Nicola) a cui la coppia si affida, affinché sia loro assicurata la fertilità e quindi la continuità delle generazioni.

In tutte le comunità arbëreshe il costume tradizionale rappresenta la volontà di affermare e rendere visibili l’identità collettiva e il senso di intima appartenenza dell’individuo alla sua collettività. Il costume, in questo senso, può essere definito come un indicatore dell’identità, che diventa abito e come tale “indossato” e sfoggiato per riaffermare la storia e l’origine comune, i valori e i saperi condivisi, l’appartenenza allo stesso universo culturale. Indossare il costume tradizionale è una maniera per riattualizzare il proprio passato mitico: il tempo di Skanderbeg, il tempo in cui gli esuli albanesi si sono cuciti addosso l’identità Arbëreshe.
Vallje di Civita. Foto di Giuseppe Iazzolino

sabato 14 aprile 2012

La Repubblica albanese compie 100 anni

di EMANUELA FRATE
(da Babelmed)

Ismail Qemali
L’Albania compie un secolo. Era il 28 novembre del 1912 quando Ismail Qemali proclamò l’indipendenza del Paese delle due Aquile dopo cinque secoli di dominio ottomano. Da un punto di vista storico cento anni non sono tanti ma per l’Albania questi cento anni sono trascorsi in fretta, in un susseguirsi di dominazioni, da un regime all’altro. Dopo essersi affrancato dall’impero ottomano, il piccolo paese sud balcanico vide l’annessione al regime fascista e poi a quello nazionalsocialista. Al termine della seconda guerra mondiale, l’Albania passò al regime comunista di Enver Hoxha, il più duro di tutti i regimi comunisti dell’Europa dell’est. Dal 1992, la storia è ben nota, le scene dei barconi carichi di disperati e l’esodo di massa a più riprese nelle coste pugliesi.
Oggi gli albanesi festeggiano il loro primo centenario- “Dita e Pavarësise” (giorno dell’Indipendenza)- con quella consapevolezza che il proprio suolo è stato violato per secoli diventando il teatro di molteplici sconvolgimenti politici che hanno portato il Paese in uno stato di arretratezza e chiusura di cui si sta faticosamente affrancando da un ventennio a questa parte. Le istituzioni nazionali, Sali Berisha in testa, offrono un’immagine di un’Albania desiderosa di lasciarsi il passato alle spalle e festeggiare, per tutto il 2012, questo anniversario dell’indipendenza guardando al futuro, all’Europa, al primo partner commerciale che è l’Italia dirimpettaia e agli arbereshe che sono il più naturale riferimento storico-culturale.
Nei discorsi degli ambasciatori intervenuti nel corso dei meeting e dei convegni organizzati anche in Italia dalle varie associazioni per celebrare il centenario sono stati spesso evidenziati i mirabili passi in avanti realizzati dalle istituzioni albanesi in vista della prossima adesione all’Unione Europea, viene sottolineato il progressivo miglioramento delle condizioni di vita degli albanesi, il forte impulso degli investimenti soprattutto stranieri, la convivenza pacifica fra le diverse confessioni religiose. Gli ultimi vent’anni di repubblica, dal crollo del regime comunista, hanno portato l’Albania a far parte della NATO, anche se l’ambizione più grande è quella di entrare a far parte dell’Unione Europea, ma per la gente normale, per i comuni cittadini, per gli albanesi residenti in Italia e all’estero, a parte la retorica istituzionale delle celebrazioni per il centenario realizzate in pompa magna, quel che regna è un clima di incertezza e, in alcuni casi, perfino di sfiducia.
I giovani albanesi che hanno conosciuto le nefandezze del comunismo solo nei racconti dei genitori, non vedono più di buon occhio neanche il modello capitalista e finanziario che tanti disastri sta provocando nel mondo occidentale. E gli occhi colmi di speranza di quegli albanesi che, nei primi anni novanta, affrontavano la traversata per mare pur di atterrare in Italia vista un po’ come un magico Eldorado (anche grazie alle trasmissioni televisive) sono oggi più spenti, consapevoli che anche il tanto agognato ingresso nell’Unione Europea non porterebbe probabilmente i benefici auspicati. Molti albanesi, infatti, stanno ritornando in patria dalla Grecia martoriata dalle ferree misure d’austerità imposte dall’Europa ed anche in Italia, molti albanesi stanno facendo i conti con lunghi periodi di disoccupazione. L’incertezza, il profondo senso di precarietà, lo scoramento che regna in molti giovani europei domina in misura perfino maggiore anche gli animi degli albanesi tant’è che, lo scorso inverno, sull’onda delle rivolte magrebine che hanno portato alla Primavera araba, anche in Albania si sono verificate delle rivolte, presto soffocate nel sangue, di giovani che reclamavano più diritti e delle riforme vere.

E’ un’Albania in bilico tra passato e presente che accetta suo malgrado la parata del “GayPride” che avrà luogo a Tirana il prossimo 17 maggio in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia, pur di dare una parvenza di tolleranza alle istituzioni europee e al mondo intero che quel giorno avrà gli occhi puntati sul piccolo paese balcanico ma che in fondo accarezza ancora quel sogno della “Grande Albania” che comprenda tutti i territori albanesi di Kosovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Bulgaria. Un’Albania che - in un groviglio di orgoglio nazionale, irredentismo, nuovo vitalismo religioso, inseguimento della libertà e della modernità - intende riscattarsi, intende mostrare all’Europa e al mondo intero il suo volto migliore. In questo centenario l’Albania ha affrontato e superato diverse dominazioni ma quella più difficile resta la sfida al futuro, un futuro che sembra sempre più incerto.


venerdì 6 aprile 2012

Perëndia

di Tommaso Campera
(Testo in albanese arcaico di Maschito - PZ)


Kurorurë ma glëmbje ferrash,
e lidhurë ma tërkuza përgjakura,
të qolltin… oj Zoti Krishti 
përpara Pillatit, çë laj dorat 
Tij, oh i Lartëshim, Perëndia
çë t’gjithëva na krijova. 
Tura nxierur arrësirat nga mendjat, 
na ndhezi dritan, të shihjam udhan , 
të prun përpara popullit çë, t’pabesë 
Të dënuan: tijë çë na pështova nga arrësirat:  
… e nga pisan. 
Të qolltin mbi mali Kallvarit 
ku Të ngriqëtin, ma goxhda hekurash.
po Ti moj Zot, i lipa t'it Etit ndëlem për né:
Ti vëdisja Perëndia, e dheu u hapë, 
për ftesan a madha çë, përhershim, 
… na lijti shpirtin. 
Marur nga arrësirat kle qialli, 
e u hapëtin kataratat: 
e rran shirat, lotë të t'it Eti 
për ki mbëkat t’madhë.
Të vun moj Zot, ta vorra, 
çë ndë t’tretin diti, u hap
e Ti i ringjalluar, hipa ndë qiallat
ulur ta a djathta t'it Etit:
të jet ashtù adhè për nè 
ndë heran të vdekja jona.
Çë një dit, do të na qollijë përpara Tijë.


TRADUZIONE:
Dio
Incoronato con spine di rovo / e legato con corde insanguinate / ti portarono … o Signore Iddio / davanti a Pilato, che lavava le mani / a Te, o Altissimo Dio / che tutti noi hai creato. / Scacciando le tenebre dalle menti / ci accendesti la luce, per vedere la strada / ti portarono davanti al popolo che, increduli / ti condannarono: a Te che ci hai salvati dalle tenebre: … e dall’inferno. / Ti potarono sul monte Calvario / dove ti crocifissero, con chiodi di ferro / ma Tu o Signore, chiedesti a tuo Padre perdono per noi: / Tu morivi Dio, e la terra si aprì / per la grande colpa che, per sempre … ci macchiò l’anima. / Preso dalle tenebre fu il cielo / e si aprirono le cataratte: / e caddero le piogge, lacrime di Tuo Padre / per questo grande peccato. / Ti misero o Signore, nel sepolcro / che al terzo giorno, si aprì / e Tu risorto, salisti nei cieli / seduto alla destra di Tuo Padre / così sia anche per noi / nell’ora della nostra morte. / Che un giorno, ci porterà davanti a Te.  




mercoledì 4 aprile 2012

ll triangolo culinario arbëresh e la simbologia del kulac

di Anna Maria Ragno
(da Albania news)


Il cugliaccio (in arberisht Kulac) è un dolce tipico della tradizione gastronomica arbëreshe di San Costantino Albanese. Sin dal XVI secolo, la preparazione di questo pane è legata alle cerimonie nuziali e alle festività pasquali, ed è connotata da un forte simbolismo religioso, che agisce sulla costruzione e sul mantenimento dell’etnicità arbëreshe.

L’uomo è l’unico animale cucinere. Marcel Mauss
Ricco di uova, viene preparato con ingredienti semplici  (farina di grano tenero, semola rimacinata, olio, strutto, lievito naturale, lievito di birra e finocchietto selvatico), per esaltare la vita e la Resurrezione, richiamando la distribuzione tradizionale delle uova sode colorate, durante la domenica di Pasqua. Nel Medioevo, infatti, era vietato mangiare le uova, cibo di origine animale, durante le severissime imposizioni di digiuno della Quaresima. Le uova sfornate dalle galline in quelle sei settimane, dovevano per forza essere smaltite rapidamente, perciò venivano benedette in chiesa durante la messa della domenica di Pasqua e poi donate, rassodate, ad amici e parenti, come augurio di fecondità.
In occasione delle feste nuziali, il Kulac viene preparato e confezionato dai parenti dello sposo, il giovedì prima del matrimonio, che a San Costantino Albanese, viene officiato con il Rito greco-bizantino. In questo caso ha un impasto circolare, con un intreccio che forma quattro braccia, che vuole rappresentare l’indissolubilità del matrimonio.



Secondo la tradizione, per ogni cerimonia si devono preparare due “cugliaccio”, uno decorato e l’altro semplice. Quello semplice veniva messo sotto l’altro, poiché durante la messa, quello decorato veniva offerto dal sacerdote, dopo essere stato bagnato nel vino, e dato prima alla sposa e poi allo sposo, in segno di reciproca appartenenza.


L’intreccio simbolico del kulac.
Quella del kulac, come vediamo, non è semplicemente una ricetta culinaria, ma una rappresentazione e  raffigurazione del mondo arbëresh, che racconta una storia e segna un cambiamento. Questo rito di passaggio riguarda il  mutamento che, con la celebrazione del  matrimoniale, avverrà all’interno della piccola comunità, della gjitonia, delle famiglie coinvolte, e soprattutto della vita degli sposi. Rappresentazione iconica e visuale del rito matrimoniale che si sta consumando; del passaggio dei due giovani al nuovo status sociale; della contrapposizione ed alleanza delle due famiglie; dell’indennizzo pagato dalla famiglia dello sposo, attraverso l’offerta del dono risarcitorio alla famiglia della sposa. Molto probabilmente, infatti, gli sposi seguiranno la norma virilocale e andranno a risiedere presso i parenti di lui.


Ma soprattutto il cugliaccio è la rappresentazione del mutamento all’interno della vita dei due giovani, raffigurati all’inizio come “serpenti che guardano dispiaciuti gli uccelli, cioè i genitori lasciati”… In seguito, i due giovani, dischiuse le uova e usciti da nido, diventano essi stessi “uccelli” capaci di fronteggiare i serpenti, cioè il male, che l’ingerenza dei parenti, all’interno del proprio menage familiare, può rappresentare.


Raffigurazione, dicevamo, anche dello spazio fisico, chiuso e circolare del paese, giacchè ogni paese arbéreshè viene costruito intorno alla piazza dedicata al suo eroe fondatore, Giorgio Castriota Skanderbeg, da cui poi partono le vie principali, in genere disposte secondo i quattro punti cardinali.


Raffigurazione spaziale della gjitonia, della divisione del paese in corti di vicinato. Ogni anno, per superare le tensioni latenti,  i vari gruppi sociali e le gjitone si uniscono e si dividono, fronteggiandosi e sfidandosi nella rituale Carrese. All’interno della gjitonia, ogni valore viene rammemorato e condiviso, ogni comportamento sanzionato, sottoposto all’approvazione di tutti o criticato: primo fra tutti il rispetto della regola endogamica, cioè del matrimonio preferenziale con un Arbëresh del proprio villaggio (endogamia di villaggio) o, in mancanza di questo, della minoranza  arbëreshe meridionale (endogamia etnica). 


Anche il matrimonio celebrato con il Rito greco bizantino, sancisce la chiusura etnica rispetto ai Latini, l’affermazione del proprio orgoglio etnico, ed il rispetto della regola endogamica. In alcuni paesi la celebrazione avviene ancora nell’idioma arberisht. Durante l’incoronazione degli sposi (cioè il matrimonio), il kulac diventa cibo-eucarestia, offerto dai parenti dello sposo, per santificare l’unione dei due sposi di fronte a tutta la comunità, in sostituzione del pane e del vino. 
Infatti per l'eucaristia il Rito greco bizantino non usa pane azimo, cioè senza lievito , come le ostie e le particole della tradizione latina, bensì il pane lievitato. Il pane usato per la celebrazione (detto in greco pròsphora, cioè "offerta"), in genere, viene predisposto poco prima della celebrazione eucaristica vera e propria, durante il rito della Pròthesis, cioè "Preparazione", secondo un altro complesso simbolismo. La comunione si fa abitualmente sotto le due specie eucaristiche, il pane e il vino: l’ostia, si sa, è una “invenzione” della Chiesa Latina (introdotta da Onorio III nel 1220 e confermata dal Concilio di Trento nel 1551), e una maniera per affermare il suo giuridismo.


Ma senza dilungarci troppo in questioni di ordine religioso, quello che qui si vuole affermare è che la gastronomia non rappresenta semplicemente una delle espressione del folklore e del colore  locale, perché il cibo, non è un fatto legato solo al bisogno fisiologico del nutrimento o alla sfera del “gusto e del piacere soggettivo”: esso segna il passaggio di ogni società dalla natura alla cultura. Infatti la cottura rappresenta simbolicamente una sottomissione della natura alla cultura, in quanto una volta preparato, il cibo perde la sua naturalità e assume significati e sapori diversi a seconda della cultura.


Il cibo è soprattutto un linguaggio, che rivela le strutture più profonde di ogni società. Come scrive Claude Fischler: “Ogni cultura possiede una cucina specifica che implica delle classificazioni, delle tassonomie particolari e un complesso di regole fondato non solo sulla preparazione e sulla combinazione degli alimenti, ma anche sulla loro raccolta e sul loro consumo. Possiede anche dei significati, che sono strettamente dipendenti dal modo in cui le regole culinarie vengono applicate.”


Come ha osservato l’antropologa Mary Douglas, il cibo è anche un importante medium, in quanto rappresenta un mezzo di comunicazione, attraverso il quale l’individuo esprime se stesso e allo stesso tempo si differenzia dagli altri, ovvero da coloro i quali non hanno le stesse abitudini alimentari. La preparazione del cibo fa parte di quelle pratiche del sé, che ci aiutano a tracciare delle barriere simboliche fra noi e l’Altro. In questo modo ci aiutano a capire meglio i significati del sé. Così, come ci hanno mostrato le diverse civiltà, la condivisione dello stesso cibo introduce le persone nella stessa comunità e le rende membri di un’unica cultura. Ma così come crea delle appartenenze, allo stesso modo il cibo sottolinea le differenze e serve a separare “noi” dagli “altri”.


Ma, soprattutto, il cibo è un meccanismo rivelatore dell’identità etnica, culturale, sociale. E’ espressione dell’identità religiosa, per cui l’assunzione di alcuni cibi va oltre la loro materialità: per esempio il pane e il vino per la tradizione cristiana. E’ espressione della solidarietà e della condivisione familiare e dell’amicizia tra gruppi. Un esempio è rappresentato dai banchetti in occasione di matrimoni e nascite. Riunire intorno alla stessa tavola le varie generazioni parentali trae origine da una concezione sacrale del pasto, che riconosce al mangiare, precisi valori religiosi, morali e sociali.


Il triangolo culinario arbëresh
In tal senso è possibile affermare, con l’antropologa strutturalista Mary Douglas, che «l’uomo è (essenzialmente) un animale culinario» e che la gastronomia arbéreshè  - in quanto “bene”-  è parte materiale ed immateriale della cultura arbéreshè; espressione visibile ed invisibile, tangibile ed intangibile dei saperi dell’Arberia (in latino “sapere” e “sapore” hanno la stessa radice etimologica); hardware e software, per così dire di un sistema di informazione e di un “linguaggio” che dobbiamo ancora imparare a leggere e a decodificare.


Ma quale è, dunque, la struttura che soggiace alla cucina arbéreshè, cioè alle  abitudini e al consumo alimentare da parte degli Arbëreshë? Quali significati sociali, economici, storici, psicologici rivela tale struttura?


Secondo l’antropologo Claude Lévi-Strauss, l’opposizione fondamentale, che precede e caratterizza tutte le altre relazioni alimentari, riguarda lo “stato” dell’alimento e si rappresenta per mezzo del cosiddetto “triangolo culinario”. A ogni vertice del triangolo si colloca uno dei tre “stati”: “il crudo”, che rappresenta l’originaria condizione di non trasformazione del cibo; “il cotto”, in quanto trasformazione culturale del crudo; “il putrido” come naturale alterazione sia del crudo che del cotto. 



All’interno di questo Triangolo culinario, è possibile collocare dalla parte del Cotto, cibi come:  la “dromesat”, una pasta fatta con grumi di farina, cucinati direttamente nei diversi sughi scelti per il condimento; le “shtridhelat”, tagliatelle di farina mista, cucinate con fagioli o con ceci; i “rrashkatjele Skanderberg” (rascatelli Scanderberg), conditi con salsa si pomodoro e ricotta stagionata. 


Dalla parte del Crudo la “veze petul”ovvero i cardi selvatici con scarola e cime di capperi. 


Dalla parte del Putrido, non perchè lo sia, ma –come già detto-  in quanto “trasformazione naturale del crudo”, la “kandarate”, carne conservata sotto sale, la saucice, la supersat,, il kapekol, le frittula.


Fanno parte del cibo della festa le “petullat” o “krispelet” (soffici frittelle a forma di ciambella); le “kasolle megjize” (gustoso involtino farcito con la ricotta); i “kanarikuj” (grossi gnocchi impregnati di miele); la “nusëza”, un dolce che assume sembianze antropomorfe. Anche la nusëza è una rappresentazione del sé arbéreshè: cibo che segna l’identità.

lunedì 2 aprile 2012

La musica arbëreshe candidata all'Unesco per essere inserita nella lista dei beni Immateriali dell’Umanità


Avv. Maria Rosaria D'Angelo
Presidente Associazione Kamastra


Dal  30 marzo 2012 la musica ARBËRESHE è candidata all’UNESCO per essere inserita nella lista dei beni Immateriali dell’Umanità.  Un’operazione lunga e complessa  avanzata dall’Associazione Rivista Kamastra  che da decenni si occupa  delle Minoranze Linguistiche del Molise, e sostenuta da una rete di partners italiani e stranieri che, tra le due sponde dell’Adriatico,  mirano a mantenere vivi i rapporti  storici e culturali  tra le istituzioni e le popolazioni.  La musica arbëreshe, trasmessa oralmente nel solco delle generazioni, è testimonianza consolidata nella tradizione. Per il suo profilo di catalizzatore culturale  il progetto  è stato condiviso  da S.E.  l’Ambasciatore della Repubblica d’Albania  dott. Llesh Kola e presentato all’Unesco dalla Regione Molise che con propria deliberazione  ha assunto il ruolo di regione capofila della Candidatura, sostenuta dalle due province  dove maggiore è la presenza di comuni  albanofoni  in Italia,  la provincia di Cosenza e Campobasso i cui rispettivi presidenti Gerardo Mario Oliverio e  Rosario De Matteis  hanno creduto nella validità del progetto. Tra i comuni che hanno deliberato il proprio assenso,  si ricordano (in Molise):  Montecilfone, Campomarino, Portocannone e Ururi,  il comune di Termoli,  città dove alta è la presenza di cittadini provenienti dai comuni di minoranza linguistica. Al progetto hanno anche aderito il comune  di Chieuti (FG)  e il comune di Greci (AV). In un dibattito di costruttivo interesse per questa iniziativa culturale  ispirata dall’Unesco, i sindaci dei comuni partners hanno accompagnato il sostegno alla candidatura condividendo ampiamente i principi ispiratori e le finalità ultime della valorizzazione e protezione di un bene immateriale come la musica che, per definizione,  ha un ruolo e un significato di integrazione, di reciproca conoscenza  che unisce e supera le differenze.  Il sindaco di Greci, Bartolomeo Zoccano, è stato tra i primi firmatari del documento di adesione attraverso la deliberazione della giunta comunale.  Diverse le personalità dell’Albania che,  per il loro ruolo nella società albanese e in rappresentanza degli ambiti  di interesse generale della Nazione, hanno dato l’adesione alla Candidatura. Tra questi spiccano i nomi del direttore generale della televisione albanese,  del direttore dell’Archivio di Stato, del presidente dell’Accademia nazionale delle Arti e delle Scienze,  di musicologi e artisti di livello che vedono in questa operazione culturale un motivo di interesse comune tra le due  Nazioni,  sotto l’egida di un organismo internazionale come l’UNESCO.


Oltre ad autorità istituzionali ,  la Candidatura della musica arbëreshe è sostenuta da  associazioni culturali,  gruppi musicali, artisti di prestigio che hanno contribuito alla sua conoscenza  e diffusione  nel mondo. Nel lungo elenco delle dichiarazioni di sostegno alla candidatura, sono presenti il Club Unesco di Bari,  l’Associazione Italia Nostra, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, semplici cittadini che ogni giorno chiedono di manifestare il loro assenso ad un progetto in cui si riconoscono.   Nata da un’idea di due donne la sociologa Anna Maria Ragno, studiosa dei fenomeni culturali della minoranza linguistica arbëreshe in Italia e Rossella De Rosa,  avvocato. Dopo aver costituito un gruppo di discussione sui social network,  le ideatrici dell’iniziativa  hanno portato avanti l’idea fino a realizzare un vero e proprio comitato scientifico che ha poi lavorato materialmente sul progetto seguendo le direttive del formulario Unesco.  Tra i componenti del Comitato scientifico, il prof. Italo Costante Fortino Istituto Universitario Orientale di Napoli, il prof .Onorato Bucci dell’Università degli Studi del Molise, la prof. Fernanda Pugliese, storica della Minoranza Arbëreshe e fondatrice dell’Associazione Kamastra, Silvana Licursi ricercatrice e interprete della musica arbëreshe, oltre alle ideatrici del progetto Anna Maria Ragno e Rossella De Rosa che ne  costituiscono l’anima.  Il processo di Candidatura, laborioso e lungo, prevede altre tappe con procedure  che saranno di volta in volta  espletate e per le quali il progetto continua a viaggiare con iniziative di sensibilizzazione e programmi di informazione.


http://lnx.whipart.it/letteratura/7725/albania-calabria-abate-barberio.html#

domenica 1 aprile 2012

La Musica Arbëreshe candidata all'Unesco


30 marzo 2012
Il Gruppo di Lavoro di CANDIDIAMO: Anna Maria RAGNO, Rossella DE ROSA, Silvana LICURSI, Fernanda PUGLIESE , l'Associazione Kamastra e il Comitato scientifico ( proff. Onorato Bucci , Università del Molise, Italo Costante Fortino Uniersità Orientale di Napoli) desiderano ringraziare vivamente per l'impegno e la collaborazione resa le personalità che hanno creduto nel progetto e le cui dichiarazioni e atti deliberatii sono parte integrante dello stesso: 
Declaration de l'Ambassadeur d'Albanie en Italia : LESH KOLA
Declaration du Directeur Générel de la Télévision albanaise: Petrit Beci
Declaration du Directeur de la Télévision albanaise: Engjell Ndocaj
Declaration du Directeur de l'Académie albanaise des Arts et des Sciences: Ksenofon Krisafi
Declaration du Directeur de l'Archives d'État Albanais: Nevila Nika
Declaration du musicologue: Kujtim Shkreli
Declaration de Aferdita Onuzi: ethnographe 
Declaration de la Région du Molise: on. Michele Iorio
Declaration de la Province de Cosenza: Gerardo Mario Olierio
Declaration de la Province de Campobasso: Rosario De Matteis
Declaration des Communes arbereshe:
Montecilfone Franco Pallotta,
Portocannone Luigi Mascio,
Campomarino Gianfranco Camilleri
Ururi Luigi Plescia,
Greci Bartolomeo Zoccano,
Chieuti Lucia Dardes.
Termoli Antonio Basso DI Brino
Declaration des Associations: CLUB UNESCO de Bari, ITALIA NOSTRA, ISTITUTO DI MUSICA E ARTE DEL MOLISE, VATRA ARBERESHE, Manusaqia, Gjaku Shprisht, 
Declaration des revues: Bashke, Kumbora, Kamastra
Declaration des artistes: Luis De Rosa (poeta), Silvana Licursi, Antonella Pelilli, Antonio Pellegrino, Admir Shkurtaj. Ottavio d'Eugenio, Peppa Marriti Band, Max Fuschetto, Carla Di Pardo, Ugo Ciarfeo, Francesco Cipullo etc...
RINGRAZIAMENTI INFINITI ALLE TESTATE GIORNALISTICHE: Primo Numero, Oggi Molise, Primo piano Molise, Prima Pagina molise ecc..
Alla RAI, TELEMOLISE, TLT, TLR e ai giornalisti: Enzo RAGONE, Francesco SALATI,Manuela IORIO, Michele MIGNOGNA, Fabrizio Occhionero, Manuela Frate, Valentina FAUZIA.