ARBËRIA NEWS Blog

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lunedì 27 novembre 2017

E' morto Alessandro Leogrande.

Ieri, stroncato da un infarto, è morto Alessandro Leogrande, lo scrittore e giornalista che aveva denunciato lo speronamento del Kater i Rades e raccontato lo sbarco della Vlora a Bari l'8 agosto 1991. Noi oggi vogliamo ricordarlo con il video montato da Rossella De Rosa, pubblicato nell'ottobre 2011 nel canale youtube della nota "cantantessa" arbereshe Silvana Licursi.

"Quando ho visto le immagini della nave rigurgitante di esseri umani, sconvolti e stremati, che sembravano arrivati da un altro pianeta, ho provato un sentimento misto di violenta commozione e di dolorosa incredulità. Ancora una volta un' imbarcazione carica di pena, di paura e di deliranti speranze aveva attraversato quel braccio di mare in una notte angosciosa, come tanti secoli prima. Non i turchi alle spalle, non le case bruciate e le donne rapite, ma una miseria senza nome e l'umiliazione di ogni umana dignità.
"Fratelli".... non è facile pronunciare questa parola, gettare un ponte su cinque secoli di lontananza, accettare una realtà tanto difforme dall'epopea e dal mito. "Fratelli" - parola tremante nella notte - foglia appena nata. Una storia che ricomincia."

(Silvana Licursi, 20 ottobre 2011)






Servizio di Alessandro Leogrande, Radio RAI3. I brani eseguiti, di SILVANA LICURSI, sono "E ìkura" tratto dal Cd "Trasmigrazioni", e "Vemi e marrëmi nusen" tratto dal cd "For from the Land of Eagles" .


Traduzione del testo "E ìkura"


"LA Fuggitiva"


Tutta vestita di nero
uscì una fanciulla dal suo paese
e andò a prendere congedo
dalla sua Terra.
Incontrò il gelso nero
e strappò un ciuffo di foglie;
incontrò un melo, e spezzò
rametti con piccole mele profumate.
Colse fiori di campo
e ne riempì il grembiule.
Poi iniziò, piangendo,
il lamento per la sua Terra:
Ti saluto, Terra mia!
Ti saluto perché ti lascio,
e non ti rivedrò mai più.
Non ho un posto in cui andare
né un paese in cui abitare,
né una casa nella quale restare...
Questi rametti e questi fiori
appassiranno appena sarò lontana,
ma giammai mi strapperanno dal cuore
il mio amore per te.
Addio, Terra mia!
Addio, Terra mia!

domenica 5 novembre 2017

Maria Tuci e i 38 Martiri Albanesi.

(di Anna Maria Ragno)
A partire dal 1944 e per quasi 50 anni la Chiesa Cattolica albanese soffrì una dolorosa persecuzione da parte di una delle più feroci dittature comuniste dell’era contemporanea. In questo contesto furono condannati a morte, o morirono sotto le torture o per le sofferenze del carcere 38 martiri.
Il 5 novembre 1990, con la celebrazione della messa presso il cimitero di Scutari, la Chiesa di Albania usciva dalle catacombe e riprendeva la pubblica professione della fede dopo 50 anni di persecuzioni e torture. La viva memoria raccontata dai protagonisti, e l’inconfutabile verità dei documenti rinvenuti, hanno gettato luce sulle vicende di cui la Chiesa albanese era stata vittima. In questo clima è maturata l’esigenza di onorare la memoria di coloro che erano stati uccisi in odium fidei, e di avviare la causa di beatificazione in vista del riconoscimento del loro martirio.
La Conferenza episcopale albanese, il 25 aprile 2002, si è costituita parte attrice di un gruppo di trentotto servi di Dio. La lista comprende due vescovi, ventuno sacerdoti diocesani, dieci religiosi (tre gesuiti e sette francescani), quattro laici e un seminarista.



Monsignor Vinçenc Prennushi (1885-1949), pur non essendo il primo in ordine cronologico ad aver dato la vita per Cristo, è stato posto idealmente a guida del gruppo dei martiri a motivo della sua dignità ecclesiastica di arcivescovo e di primate di Albania.
Due volte ministro provinciale dei frati minori, è stato eletto vescovo di Sappa nel 1936. Trasferito nel 1940 alla sede di Durazzo, dal 1943 è stato anche amministratore apostolico dell’Albania meridionale.
Prennushi rappresentava, dunque, in quel momento la massima autorità della Chiesa cattolica in Albania. La sua cattura e la sua condanna erano essenziali nella strategia di attacco al cattolicesimo da parte del regime comunista, tanto più che, insieme a monsignor Frano Gijni, si era opposto a ogni tentativo di nazionalizzare la Chiesa, staccandola da Roma. Arrestato e imprigionato a Durazzo il 19 maggio 1947, monsignor Prennushi venne condannato a vent’anni di detenzione. Morì il 19 marzo 1949 nel carcere di Durazzo per i maltrattamenti e le torture.
Monsignor Gjini, l’altro vescovo nella lista dei trentotto martiri, aveva inviato una lettera al primo ministro Enver Hoxha e a tutte le ambasciate a Tirana per protestare contro la politica antireligiosa del governo. Subì la condanna a morte per fucilazione a Scutari l’11 marzo 1948, insieme ai religiosi francescani Çiprian Nika e Mati Prendushi. Il pretesto per la cattura dei francescani fu la falsa accusa di aver nascosto armi nelle loro chiese.
A essere fucilati per primi, nel marzo 1945, furono don Lazër Shantoja e don Ndre Zadeja. Poi è toccato ai gesuiti Giovanni Fausti e Daniel Dajani, al frate minore Gjon Shllakum, al seminarista Mark Çuni e ai laici Gjelosh Lulashi e Qerim Sadiku, che era sposato. A completare il numero di coloro che subirono la condanna per fucilazione in distinti momenti si annoverano don Alfons Tracki, Frano Mirakaj, laico e padre di famiglia, don Jozef Marxen, don Luigj Prendushi, don Dedë Maçaj, don Anton Zogaj, don Dedë Malaj, don Marin Shkurti, don Shtjefën Kurti e don Mikel Beltoja.
Sono morti, invece, sotto le torture o in conseguenza di maltrattamenti i frati minori Bernardin Palaj e Serafin Koda, il gesuita Gjon Pantalja, don Mark Xhani (Gjani), don Dedë Plani, don Ejëll Deda, don Anton Muzaj, don Pjetër Çuni, don Lek (Aleksandër) Sirdani, don Josif Papamihali, don Jak Bushati, il frate minore Gaspër Suma, don Jul Bonati e don Ndoc Suma.
Il frate minore Karl Serreqi venne arrestato nel pieno esercizio del suo ministero pastorale per non aver voluto rivelare il contenuto della confessione ricevuta da un uomo in fin di vita, ferito dalla polizia comunista nel corso di una sparatoria. Per questo è stato sottoposto a torture e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati. Morì nel carcere di Burrel, a causa del durissimo regime di vita, il 4 aprile 1954.
Fra i Martiri Albanesi beatificati il 5 novembre 2016, sotto il pontificato di papa Francesco, c’era anche una donna, legata spiritualmente alla famiglia francescana: Maria Tuci.


Maria esercitò per breve tempo la professione di insegnate. L’11 agosto del 1949 fu arrestata in quanto aspirante alla vita religiosa tra le Suore Francescane Stimmatine. Fu condannata a 3 anni con la condizionale. Morì nell’ospedale del carcere a Scutari il 24 ottobre del 1950 per i maltrattamenti subiti, anche per aver rifiutato le proposte di un suo aguzzino. Tra le torture ci fu quella di esser chiusa in un sacco, con un gatto inferocito, che la dilaniò procurandole la setticemia.Inizialmente sepolta nel cimitero cattolico di Scutari, attualmente Maria Tuci riposa nella chiesa delle Suore Stimmatine sempre a Scutari. Alla sua memoria è stato intitolato un collegio per ragazze, situato a Rreshen.

Ernest Simoni e l'ateismo di Stato di Enver Hoxha.

(di Anna M. Ragno)
Nel 1967 l'Albania è stata dichiarata per legge Stato ateo. E' l'unico Paese del mondo dove questo sia avvenuto. Infatti, in altri stati basati, tuttora o in passato, sul socialismo reale, l'ateismo di Stato non è stato stabilito per legge, ma viene favorito dalle politiche governative. La maggioranza di questi Stati hanno sostenuto ( e sostengono tuttora) la propaganda atea e si dichiarano atei, ma non hanno dichiarato per legge l'ateismo di Stato.
Invece, Enver Hoxha nel 1967 dichiarò l'ateismo di Stato, introducendo una legge che vietava la creazione di associazioni religiose, la presenza di luoghi di culto (ordinando la distruzione o la riconversione di quelli esistenti), la vendita o la pubblicazione di materiale religioso e l'insegnamento religioso.
Tutte le pratiche religiose furono vietate e perseguitate, anche in privato. Queste disposizioni furono confermate nella Costituzione albanese del 1976 dagli articoli 37 e 55, che stabilivano rispettivamente che non Stato non riconosceva alcuna religione e che erano vietate le associazioni, la propaganda e ogni attività religiosa. 
In questo contesto ideologico, numerosi furono i religiosi cristiani torturati e martirizzati dal regime, Fra questi Ernest Simoni, l’unico sacerdote sopravvissuto alla persecuzione del regime di Enver Hoxha. Durante i quasi 30 anni passati fra prigionia e lavori forzati, egli ha fatto il muratore, il minatore e l'addetto alle fogne di Scutari. 


Il 24 dicembre 1963, dopo la celebrazione della Messa di Natale, fu arrestato dalle autorità comuniste, con l'accusa di aver celebrato Messa a suffragio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, assassinato pochi mesi prima. Incarcerato e torturato, venne condannato a morte, ma la pena fu successivamente commutata in 25 anni di prigionia e lavori forzati.
Una nuova condanna a morte venne emessa nei suoi confronti nel 1973, con l'accusa di aver istigato una sommossa, ma la testimonianza a favore di uno dei suoi carcerieri fece sì che, ancora una volta, la condanna non venisse eseguita.
Dopo 28 anni di lavori forzati, nel 1981 venne liberato, pur continuando ad essere considerato "nemico del popolo" dalle autorità del regime. Anche dopo la liberazione dalla prigionia fu comunque costretto a lavorare nelle fogne di Scutari. Durante tutto questo periodo continuò ad esercitare clandestinamente il ministero sacerdotale fino alla caduta del regime comunista nel 1990.
Il 21 settembre 2014 incontrò papa Francesco in visita apostolica in Albania. 
Papa Francesco lo ha nominato cardinale il 19 novembre 2016.





martedì 31 ottobre 2017

L'Albania degli anni 40 nelle foto di Giuseppe Massani.

(di Anna M. Ragno)
Il fotografo Giuseppe Massani è stato un ardente sostenitore del movimento fascista. Insieme ai fotografi Erich Von Luckwald e Lutz Koch ha documentato l’Albania degli anni Quaranta, offrendoci l’immagine della vecchia Albania prima che il regime stalinista prendesse il potere nel 1944.
I fatti. Nell'aprile del 1939, l'Albania fu invasa dalle forze italiane e subito dopo assorbita come parte del nuovo Impero Romano di Mussolini. In questo nuovo scenario politico, Massani presentò il nuovo Protettorato Italiano del Regno d’Albania agli Italiani, attraverso il suo libro “Albania: testo e foto di Giuseppe Massani, pubblicato a Roma ne1 940, che contiene anche una sezione finale della propaganda fascista chiamata "Unione d'Italia e Albania”.


Le sue foto documentano dettagliatamente la realtà socioculturale di quel tempo, ma sono anche la testimonianza di un’Albania turistica sui generis. Il valore etnografico di queste foto è inestimabile, perché accanto all’Albania “da cartolina”, che esalta le bellezze paesaggistiche, la proverbiale ospitalità, le bellezze e i costumi femminili, vengono presentate sia la società agro-pastorale albanese, che l’Albania “fascista” dei giovani albanesi in costume balilla e che partecipano alle colonie organizzate dal governatorato italiano.






Skanderbeg non c'è più!

(di Alessandro Rennis)
Il brano “Trihimisu Arbëri” è parte di Vdekja e Skanderbekut”, una rapsodia raccolta da G. De Rada. Messa in musica da Alessandro Rennis nel lontano1962, in occasione di una rappresentazione popolare a Lungro (CS), è stata registrata solo nel 2006 ed inserita nel disco “Këndomi”, Pos. SIAE 165009. Esecutori della veste orchestrale del video, è il gruppo vocale strumentale ”Ditë e re “, formato da interpreti di Civita, di Lungro e altri.


Ecco il testo tratto da “Vdekja e Skanderbekut”, con qualche leggera licenza lessicale, per adattamento alle esigenze musicali:
Trihimisu Arbëri,
eni zonja e bularë
eni e qani me hjidi.
Sot të varfëra qëndruat
pa prendin ҫë ju porsinej
ju porsinej e ju ndihnej.
E më hjenë e vashasvet
më harenë e gjtonisë
ju nëng kini kush të ju ruanjë.
Prindi e Zoti Arbëris
Ai vdiq somenatë
Skanderbeku nëng është më !

Scuotiti , o Albania tutta,
accorrete matrone e cavalieri,
venite a piangere con intima sofferenza;
oggi siete davvero infelici,
orfani del padre che vi guidava e che vi soccorreva
e non avete più con voi
chi custodiva l’onore delle vergini,
né la pace dei villaggi e la gioia di vivere.
Il Padre e il Principe dell’Albania
è morto quest’oggi:
Skanderbeg non c’è più !

domenica 29 ottobre 2017

Le kalive di Greci.

(di Anna M. Ragno)
Greci ( in arbëresh Katundi, cioè “paese, centro abitato”) è l’unico paese della Campania, che ha conservato immutato nei secoli l'antica lingua arbëreshë, la cultura, i costumi e le varie tradizioni degli antenati. Il piccolo comune fa parte della provincia di Avellino, conta pressapoco 700 abitanti ed è situato a circa 800 metri sul livello del mare. 


Una delle peculiarità del piccolo centro arbëreshë risiede nelle "Halive", dette anche "Kalive" (dall'albanese capanna), che sono le antiche costruzioni tipiche arbëreshë, risalenti alle prime ondate migratorie dall'Albania. Nel tempo sono state rimaneggiate, ma ancora mantengono le caratteristiche originarie.




Le case di Greci erano normalmente fatte con pietre raccolte in campagna, che servivano per i muri maestri, e con mattoni, utilizzati per le separazioni interne. Le halive che erano sicuramente destinata ai più poveri, erano costruite in pietre e col tetto in legno e tegole. Il pavimento era di terra battuta (botta), mentre per le altre abitazioni venivano utilizzate pietre (hizhat) o mattonelle in cotto. Generalmente le halive erano formate da un unico ambiente, che doveva fungere sia da abitazione, che da ricovero per gli animali. Erano molto basse e normalmente addossate l’un l’altra. Quelle ancora intatte sono vicine al Breggo, la collinetta-giardino di Greci, ora disabitate e abitate a ricovero di piccoli animali. Le abitazioni dei massari, degli artigiani e degli allevatori, in genere a due piani, sono distribuite per tutto il paese. Infine, al centro del piccolo comune, sorgono i palazzi signorili, a più piani e col cortile interno. 




Anticamente, quasi ogni casa aveva come protezione contro i malintenzionati una trave di legno “varra” dietro la porta d’ingresso, fissata ai due muri laterali e tenuta ben salda all’uscio con un’altra asse, “ceppa”, inserita in verticale tra la trave e la porta. 

giovedì 5 ottobre 2017

L'Albania di Ismail Kadarè.

Ripubblichiamo un’intervista a Ismail Kadarè, comparsa nella sezione cultura di Repubblica.it il 19 novembre 2014. L’intervista è di Giovanni Cedrone e Liljana Maksuti.

"La dittatura temeva Dante, i gulag erano come l'Inferno". Kadarè racconta l'Albania tra passato e futuro.
(di Giovanni Cedrone e Liljana Maksuti)

Lo scrittore albanese, a Tirana per presentare il suo ultimo libro “Le mattinate al Café Rostand”, parla anche del rapporto con il dittatore albanese Enver Hoxha, suo concittadino. Al centro dei suoi pensieri il futuro europeo dell'Albania: "Per noi entrare in Europa è questione di vita o di morte".


Ismail Kadare © sindifatkoja

La sua ultima fatica letteraria “Le mattinate al Café Rostand – I pensieri parigini” si annuncia come l’ennesimo successo di un autore che può vantare milioni di copie vendute in ogni angolo del globo. Ismail Kadarè ci riceve allo Juvenilja, un elegante locale nel cuore dell’omonimo parco di Tirana, un luogo particolarmente amato dallo scrittore albanese. Un posto amato da Kadare al pari del Cafè Rostand di Parigi, città che lo ha accolto con tutti gli onori quando chiese asilo politico per protestare contro le élite comuniste albanesi ormai al crepuscolo nel lontano 1990. 
Nell'ultimo libro, quasi un'autobiografia, racconta gli episodi più significativi della sua vita: un toccante ritratto di sua madre, intime riflessioni su alcuni suoi amici poeti e scrittori come Fred Rreshpja (poeta albanese a suo giudizio autore di “tanti versi brillanti e sorprendenti” ma incapace di trovare il “proprio tempo nel grande tempo del mondo”), l’amicizia con il barone Pierre–Bordeaux Groult, uomo di cultura e direttore di giornale, convinto che il popolo albanese sia “il più europeo tra i popoli balcanici” e della necessità per l’Europa di appoggiare questa nazione “per poter emancipare la penisola balcanica”. E ancora alcune pagine dedicate “alle piccole signorine della letteratura albanese”, scrittrici albanesi di grande talento che cercano di farsi strada tra mille complicazioni nel mondo della letteratura mondiale e a cui Kadarè presta grande attenzione. Tante piccole storie che compongono il puzzle della sua vita, sempre raccontate con il suo inconfondibile stile. 
Il colloquio è l'occasione per parlare del rapporto tra l'Italia e l'Albania, un rapporto "intimo" che nemmeno l'occupazione italiana del Paese è riuscito a scalfire. Una vicinanza culturale che si manifesta anche nel grande interesse per Dante Alighieri, "più studiato in Albania che in Francia", nonostante fosse temuto dalla dittatura comunista che leggeva nel suo Inferno quasi un richiamo ai "gulag".
Lo scrittore ci riceve nello spazio del caffè riservato a lui. La sensazione è quella di entrare in un posto senza tempo, quasi come fosse uno di quei Café litteraries di Parigi dove amavano passare le loro giornate personaggi come Ernest Hemigway, Pablo Picasso, Jean Paul Sartre o Samuel Beckett. Sono anni che lo scrittore è tra i favoriti per il Nobel per la letteratura, ma anche quest’anno il prestigioso riconoscimento gli è sfuggito. Poco importa per un autore che ha scritto alcune delle pagine più belle della letteratura europea e che con la sua opera ha educato intere generazioni al libero pensiero. Al centro dei suoi pensieri c’è sempre l’Albania, il suo futuro, la speranza che il Paese possa entrare quanto prima nell’Unione europea, “una questione di vita o di morte” secondo Kadare, un passaggio decisivo per lasciarsi alle spalle gli anni difficili della dittatura e quelli altrettanto complicati della transizione, con sullo sfondo la questione del Kosovo che ha inasprito le relazioni con la Serbia, quel vicino con cui ora però è necessario collaborare se l'Albania vuole entrare “nella grande famiglia delle nazioni europee”, come ama ripetere.


























































La Fiera del libro di Tirana è stata l’occasione per presentare la sua ultima fatica letteraria, Le mattinate al Café Rostand. Di cosa tratta?
E’ un libro scritto di getto con le mie riflessioni. Ci sono alcuni pezzi letterari tratti dai miei appunti, delle sinossi, dei pensieri, delle bozze. Opere che non ho potuto scrivere prima e che non so se avrò tempo di scrivere. E’ difficile dare una definizione di questo libro.
Lei è noto in tutto il mondo per alcune delle pagine più belle della letteratura mondiale del ‘900 e degli ultimi decenni, da “Il generale dell’Armata morta” a “La città di pietra”, da “La Piramide” a “La figlia di Agamennone”, solo per citarne alcuni. Dove trova l’ispirazione per le sue opere? 
Nessuno scrittore risponderà mai a questa domanda con la verità. Questi sono i segreti che appartengono alla grande famiglia degli scrittori. Sappiate che quando uno scrittore parla di queste cose non dice mai la verità, perché, anche volendo, non la possono dire.
Chiedere ad uno scrittore quale tra le sue opere preferisce è un po’ come chiedere ad un genitore qual è il suo figlio prediletto. Ma c’è un’opera alla quale si sente più legato?
Sinceramente non lo so. A volte mi sento più vicina ad una, a volte ad un’altra. Per gli scrittori ci sono opere che hanno uno straordinario successo e altre che hanno meno fortuna. In realtà il libro che mi ha portato più fortuna, uno dei miei primi romanzi, è un libro che apprezzo mediamente. Ovviamente sono riconoscente a questo libro, ma non è lui il migliore che ho scritto.
La storia e la geografia hanno fatto sì che Italia e Albania, collocate al centro del Mediterraneo, abbiano avuto sempre un rapporto molto stretto. Oggi come vengono percepiti l'Italia e gli italiani in Albania?
Il pensiero degli albanesi verso l’Italia è un pensiero molto intimo. L'Italia è un nostro vicino, da più di mille anni è collegata con l’Albania. Io ho da tempo manifestato una certa scontentezza per l'atteggiamento dell'Italia verso l'Albania, non ha avuto una risposta adeguata. Sono due paesi uno di fronte all'altro. Hanno collaborato 100 volte, con principi e con eserciti. Alla fine è successo che gli italiani sono sbarcati in Albania. Per gli italiani era una “unione”, una parte degli albanesi l’ha considerata "occupazione", anche se non mancavano albanesi che la pensavano come gli italiani. La storia è nota. Con il passare del tempo la visione di questa vicinanza è mutata e da parte dell’Italia c'è stata negligenza verso questo Paese vicino. Un Paese che per quattro anni è stato unito all’Italia: Vittorio Emanuele III era “Re d’Italia e d’Albania” e “imperatore d’Etiopia”. Questa complicazione storica avrebbe inevitabilmente creato dei problemi. Io penso che la parte albanese sia stata sempre bendisposta verso la parte italiana. Sottoscrivo questa tesi. Il popolo albanese conosce molto bene la cultura italiana (la pittura, la musica, la letteratura), e una complicazione politica (l’occupazione) non ha modificato questa cosa, cioè l'interesse verso l’Italia. Per esempio Italia e Albania, unite, avevano un Re e quindi un grande poeta ufficiale: questo era Dante Alighieri. Con la dittatura comunista ci si poteva aspettare un raffreddamento dell'attenzione verso Dante. L’Albania è il paese ex comunista dove Dante Alighieri è più studiato. Addirittura Dante Alighieri è più studiato in Albania che in Francia. Questo amore che non cambia per la politica o per un’occupazione è una grande cosa. L’opera completa di Dante Alighieri è stata tradotta tre volte durante il comunismo in Albania. Dante è uno scrittore che ha messo in difficoltà il comunismo. L’Inferno di Dante veniva paragonato ai gulag comunisti e ciò lo rendeva poco gradito ai regimi comunisti, perché l’essenza della sua opera era la punizione del crimine: chi commette il crimine deve pagare. Per questo il comunismo non lo amava. Nonostante questo è stato tradotto in Albania. Io penso che l’Italia avrebbe dovuto essere più attenta verso l'Albania. Doveva aiutarla. Come ha fatto la Francia con l'Algeria, da sempre molto sensibile verso la sua ex colonia, nonostante fosse lontana, in un altro continente e di religione musulmana. Noi abbiamo un'importante comunità albanese in Italia, il Paese con noi si è comportato molto bene. Ma durante il comunismo l’Italia sapeva cosa stava accadendo in Albania, avrebbe dovuto interessarsi molto di più. L’Italia si interessa a Paesi molto lontani come Madagascar, Angola e altri, ma non all’Albania. Io a volte vedo dei documentari italiani sulla Seconda guerra mondiale e in alcuni viene dedicato non più di trenta secondi all’occupazione italiana dell’Albania nel 1939 operata da Mussolini.
All’Académie des sciences morales et politiques di Francia lei ha preso il posto di uno dei massimi esponenti del pensiero liberale del ‘900, Karl Popper. Che effetto le ha fatto sostituire un personaggio così importante? E’ stata una responsabilità?
In primis voglio dire che non la considero una responsabilità. La seconda cosa è che gli scrittori hanno una caratteristica: non vengono eletti dal popolo come i politici. Da questo punto di vista gli scrittori rappresentano se stessi e non hanno nessuna responsabilità, si può dire che uno scrittore è un ‘irresponsabile’. Naturalmente sto scherzando. Sicuramente per me è stato un grande onore essere eletto al suo posto. Karl Popper oltre ad essere un grande filosofo era una persona simpatica, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. E' stata una coincidenza che io fui eletto proprio al suo posto. Voglio chiarire: i posti nell’istituto francese sono limitati ed è stato un grande onore che l’Albania tramite me abbia avuto un posto in questa sede. In tutto i membri stranieri sono 12: è stata una casualità che sia toccato a me.
Non si può dire che le manchi la modestia…
Non è modestia. Perché chiamarla così? Non accetto il concetto di modestia riferito agli scrittori. In Albania durante il comunismo si utilizzava molto spesso la parola ‘modestia’ riferita ai letterati. Lo Stato voleva gli scrittori sottomessi, con la ‘testa bassa’, e ripeteva in continuazione: “dovete essere modesti”. Quella della ‘modestia’ era una delle direttive principali date da Lenin.
Peter Morgan nel suo libro “Ismail Kadarè, The writer and the dictatorship 1957-1990” paragona il suo rapporto con il dittatore albanese Enver Hoxha a quello tra due maestri di scacchi impegnati in una difficile partita. Si riconosce in questo paragone?
Non mi sembra un paragone esatto. Non solo nel mio caso, ma in generale tra uno scrittore e un dittatore non può esserci nessun tipo di legame. L’unico legame tra di loro è solo il fatto che sono tutti e due ‘tiranni’, ma uno vero e l’altro falso. In realtà per uno scrittore il dittatore è un falso tiranno. Lo dico in generale: la coscienza di uno scrittore non lo può accettare. Le racconto due aneddoti sul rapporto tra me e Hoxha: siamo tutti e due della stessa città (Argirocastro, ndr), dello stesso quartiere e addirittura dello stesso vicolo che ha un nome davvero strano: “Vicolo dei pazzi”. Questo è un dato di fatto, lei può verificare se vuole. Durante il regime un giornalista svedese, scherzando, ha scritto: i due albanesi più famosi del mondo provengono dallo stesso vicolo che si chiama “Vicolo dei pazzi”. Una battuta pericolosa per l’epoca. Ma che spiega tanto. Quest’altro episodio è accaduto a mia figlia: lei, genetista, ha partecipato anni fa ad un congresso medico internazionale conclusosi con un ballo come da abitudine. Ballò con uno sconosciuto collega straniero che gli chiese: “Lei da dove viene?”. Mia figlia rispose: “Vengo dall’Albania”. Il tizio si scusò poiché non conosceva nulla dell’Albania. Dopo un po’ aggiunse: “Mi sembra di aver sentito qualcosa. Voi avete avuto nel vostro Paese un dittatore molto feroce”. “Sì”, rispose mia figlia. Lui continuò: “Lo vedi che so qualcosa del tuo Paese? Mi viene persino in mente il suo nome: Ismail Kadarè”. Mia figlia, ridendo, disse: “Questo non può essere vero perché Kadarè è mio padre”. Il seguito si capisce da sé.
Cosa ha significato fare lo scrittore sotto un regime dittatoriale come quello albanese?
Secondo il mio parere non è così inaspettato come può sembrare. La maggior parte dei regimi del mondo è stata, se non proprio dittatoriale, almeno molto dura. La letteratura si è abituata a questo.
L’attuale premier albanese Edi Rama le ha proposto di diventare presidente della Repubblica d’Albania, ma lei ha rifiutato. Perché?
Rama non è stato l’unico a propormi per la presidenza della Repubblica, anche altri me l’hanno proposto. Ormai è diventata un’abitudine. Sapendo che non avrei accettato, per loro era facile farmi questa proposta. Un incarico del genere non è nella mia natura. Lo scrittore non è un essere democratico, lo scrittore è un essere solitario, lavora con la propria testa. Ciò va bene per la letteratura, ma non per la democrazia, io per lo meno la penso così.
Negli ultimi anni la sua produzione letteraria si è concentrata sulle questioni balcaniche, e in particolare sul tema del Kosovo. Il libro “Sui crimini nei Balcani” racconta con precisione e puntualità la drammatica vicenda del Kosovo che ha avuto come epilogo la nascita dello stato kosovaro. Per chi guarda dall’esterno a quei drammatici avvenimenti è difficile capire come sia potuto maturare tanto odio in quella terra. Lei che risposta si è dato?
E’ vero, è una nostra sfortuna comune. Forse ha le proprie radici in una situazione anomala della penisola balcanica. Tra le tre penisole del sud Europa, quella iberica, quella italiana e i Balcani, i più sfortunati sono stati proprio i Balcani perché, pur facendo parte dell’Europa, per cinque secoli ne sono stati staccati per poi riunirsi a lei come un figlio sconosciuto che torna dalla propria madre. Secondo me tutto ciò ha creato questa anomalia che ci fa vergognare tutti. Un giorno questo odio scomparirà dai Balcani. E’ ineluttabile. La civiltà europea è caduta proprio lì dove era iniziata. 
In diversi saggi lei parla a lungo della rivalità serbo-albanese, una rivalità che ha origini antiche e che, come dimostrato da quanto accaduto a Belgrado durante la partita di calcio Serbia-Albania, è ancora lontana dallo spegnersi. Riusciranno queste due nazioni ad avere prima o poi un rapporto di buon vicinato?
Secondo una cultura umanitaria io dovrei rispondere: sì, arriverà quel momento. Sarebbe bello dire così. Ma da un punto di vista ‘irresponsabile’ penso che questo arriverà solo grazie ad una pressione internazionale. Ciò per me è una fortuna. I piccoli Stati non devono diventare servili verso i grandi, ma è opportuno che in alcuni casi obbediscano. Un atteggiamento deciso dell’Europa occidentale sarebbe salutare per tutta la penisola perché l’essenza del problema (che consiste in quel distacco dei Balcani dall’Europa) è il successivo ritorno in Europa. Alcuni pensano che sarebbe un lusso essere europei. Ma per l’Albania entrare in Europa è questione di vita o di morte. Per l’Albania e per tutti i Paesi balcanici. Si salverà il primo che riuscirà a capirlo.
Non trova un paradosso che l’Albania e i Paesi balcanici vogliano entrare in Europa proprio ora che l’Ue sembra in crisi?
Lo so. Ma una crisi continentale è una cosa diversa da una crisi dei Paesi più piccoli. Io, come si dice, non vivo un ‘idillio’ per l’Europa. Io so com’è l’Europa. Ma io difendo sempre la tesi che noi balcanici dobbiamo essere europei con le cose buone e meno buone dell’Europa, perché dobbiamo riconoscere che questa civiltà ha cose buone e meno buone.
In questi ultimi mesi le cronache internazionali sono state riempite dai drammatici fatti del Medio Oriente. L'orrore degli ostaggi decapitati, dei cristiani e degli Yazidi in fuga dalle loro terre, le donne violentate e vendute. Come può difendersi il mondo da questa minaccia?
Ci sono alcuni tipi di minacce da cui il mondo può difendersi solo con una tenacia molto forte, non bisogna essere aggressivi ma bisogna essere decisi nel difendersi. Perché quando due forze si scontrano quella che è più civile è più debole, o, per meglio dire, sembra essere più debole. Il forte, l’incivile, il cattivo comprende la propria “pazzia” come una forza. 
A settembre in Kosovo sono state arrestate 15 persone sospettate di terrorismo e di attività legate all'estremismo religioso e al reclutamento di integralisti islamici disposti a combattere a fianco dell'Is e di Al Nusra in Siria e Iraq, mentre solo poche settimane fa scritte inneggianti all'Is sono comparse sui muri di cinta del monastero ortodosso di Visoki Decani nell'Ovest del Kosovo. Crede che il proselitismo dell'estremismo islamico possa esercitare influenza sui giovani del Kosovo e dell’Albania?
Si, credo un’influenza limitata e per un periodo di tempo limitato. Sarà solo un’ondata di passaggio. Un accumulo di incomprensioni. Alcuni offrono la spiegazione del disagio sociale ma io non credo a questo perché le cause sociali vengono ingigantite là dove non si vuole vedere la verità.
Lo scorso 9 novembre tutta l’Europa ha ricordato il 25esimo anniversario del crollo del Muro di Berlino. All’epoca l’Europa si avviava verso la fine della guerra fredda ma oggi con la crisi Ucraina sembra stia riprendendo un processo di allontanamento tra la Russia e l’Occidente. I Paesi dell’Est, soprattutto i Baltici e la Polonia, temono molto l’attivismo del presidente russo Putin. Lei crede che questo possa rappresentare una minaccia per la pace mondiale?
Si, è possibile. Ma dipende dalla strategia della risposta, da come risponderà l’Occidente.
Che idea si è fatto di Putin?
Purtroppo il popolo russo tollera tali leader, perché risvegliano illusioni. Bisogna cercare di capire la Russia: è stata un grande Paese e vuole tornare al grande prestigio del passato. Come mai la Russia vuole riguadagnare il suo antico prestigio? E’ così prezioso? Che senso avrebbe per un paese grande tre volte l’Europa ritornare all’antico prestigio? E’ una sfortuna ‘geografica’. L’umanità deve trovare un modo per evitarlo, è una sublimazione per un paese che è 300 volte più grande di un altro paese.
Qualche mese fa il presidente russo Vladimir Putin ha paragonato la scelta della Crimea di aderire alla Federazione russa alla vicenda che ha portato all'indipendenza del Kosovo. Secondo lei è possibile tracciare un parallelo tra queste due vicende?
Non credo, non si può fare un parallelismo. Il Kosovo è un caso molto chiaro. E’ un popolo continuazione di un altro popolo e della stessa storia. Io non credo che la Crimea sia la continuazione della Russia, è un caso molto diverso.
Pensa che un giorno il Kosovo possa unirsi all’Albania?
Non è escluso, ma questo non è il programma dell’Albania. Non abbiamo posto tale questione. L’adesione dei Balcani all’Europa è troppo importante. L’Albania e il Kosovo (o l’unione dei due Stati), entrando nella grande famiglia delle Nazioni, troveranno in modo naturale la miglior soluzione. Sinceramente non posso prevedere quale soluzione sarà trovata, ma essendo il Kosovo attaccato all’Albania, avendo la stessa storia, la stessa lingua e una comune morale storica non c’è altra soluzione. Ma questo accadrà quando non sarà così importante.
A giugno l’Albania è diventata ufficialmente uno Stato candidato ad entrare nell’Unione Europea. Lei più volte ha sottolineato in passato l’importanza di questo passaggio e ha raccontato delle resistenze interne che ci sono state sul cammino verso l’Europa dell’Albania. Ci sono ancora queste resistenze?
Sfortunatamente si. Ci sono, ma sono isolate, limitate, sono fuori tempo, senza logica, senza nessuna ragione.
Nel libro “Sui Crimini nei Balcani” si può leggere anche un importante scambio epistolare tra lei e i più grandi personaggi della storia mondiale recente. Molto toccante la lettera inviata da lei a Papa Giovanni Paolo II, proclamato santo pochi mesi fa. Che ricordo ha di Karol Wojtila?
Papa Wojtila era molto vicino all’Albania e a tutti i Balcani per due motivi: in primis perché portava un'aspirazione europea nei Balcani in un universo in cui l’aspirazione europea era vista come nemica. Inoltre portava allo stesso tempo una dissidenza interna al comunismo. Lui comprendeva benissimo i Paesi ex comunisti, questo all’epoca aveva una grande importanza. Papa Wojtila è profondamente nella nostra memoria.
Papa Francesco ha effettuato il 21 settembre il suo primo viaggio apostolico in Europa proprio in Albania e ha indicato il suo Paese come esempio di pacifica convivenza tra le fedi. Su cosa si basa l’armonia religiosa in Albania?
Questa è una vera e concreta armonia, non una metafora. Non è una visione rosea, ma una realtà. Gli albanesi prima di sposarsi non chiedono la fede religiosa del coniuge, ma la domandano solo dopo il matrimonio. Né sono interessati alla fede religiosa del presidente della Repubblica o del premier. In questi fatti io trovo la concretezza dell’armonia.
Persino negli Stati Uniti la fede dei candidati alla presidenza ha una certa rilevanza in chiave elettorale…
Questo è vero. Per esempio negli anni '30, quando esisteva una forte rivalità politica tra monarchici e repubblicani, nessuno sottolineava che l'avversario del Re fosse un vescovo. Ma ciò non aveva nessuna rilevanza. Fan Noli era il vescovo dell’Albania, era rivale del Re, ma nessuno chiedeva quale fede professasse. Mi sono sempre interessato a Fan Noli,perché lui faceva parte della grande famiglia degli scrittori. Tuttavia la sua carica vescovile non era né la sua forza né la sua debolezza. Fan Noli non ha mai fatto leva sulla religione come strumento per vincere o perdere le sue battaglie politiche. 


lunedì 19 giugno 2017

Villa Badessa, l'enclave albanese in Abruzzo.

(di Ragno Anna Maria)
Una leggenda racconta che i profughi albanesi, nel trasportare la loro preziosa icona della Madonna Odigitria (dal greco “Colei che indica la Via, la direzione”), furono rallentati dalla sua pesantezza fino a che non divenne così pesante da non poter essere più spostata oltre e rimasero bloccati proprio nel luogo dove ora sorge il paese: Villa Badessa nacque così.

Nucleo familiare di Villa Badessa in abito tradizionale (1912). Foto dell'Associazione culturale Villa Badessa.

Decima delle undici immigrazioni albanesi in Italia dal sec XV al sec XVIII, Villa Badessa, fraz. di Rosciano (Prov. Di Pescara), costituisce in terra d'Abruzzo una rara oasi orientale. I profughi albanesi, provenienti dall'Epiro trovarono ospitalità nel Regno di Napoli all'Epoca di Carlo III Borbone, che offrì loro i terreni ereditati dalla Madre Elisabetta Farnese in tenimento di Penne-Pianella. Alle prime 18 famiglie albanesi, che raggiunsero il territorio Abruzzese nell' anno 1743, esuli dal villaggio costiero di Piqeras vicino a porto Edda (provincia di Himarë), in conflitto con il vicino villaggio di Borsh, diventata a causa turca di religione a maggioranza musulmana,  si aggiunsero nel 1748 altre 5 famiglie da Lukove, Klikùrsi, Nivica, Shën Vasilj e Corfù.

Luigi del Giudice, costume della Villa Badessa (fine XVIII sec.).

Il rito e la chiesa.
La chiesa di Villa Badessa è parte integrante dell’Eparchia di Lungro, in cui si celebrano le funzioni con rito greco bizantino del Tipicòn di Costantinopoli. L'istituzione di questa parrocchia nel 1744, fu il primo atto pubblico dell'insediamento della colonia albanese in Abruzzo.  
La chiesa è dedicata alla Theotocos Assunta in cielo (Kimisis) ed è dotata di una  Ikonostasi con 75 preziosi dipinti su tavola dal sec. XV al sec. XX, tutte restaurate dal Ministero dei Beni Culturali e riconosciute, inventariate come opere storico-artistiche di interesse internazionale e tali da costituire una rara e unica Collezione in tutta l'Europa Occidentale.
In questo raro documentario, Lino Bellizzi (morto nel 2002), papàs di rito bizantino della Chiesa S. Maria Assunta di Villa Badessa dal 1957 al 2000, celebra un matrimonio con il rito greco bizantino.