ARBËRIA NEWS Blog

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lunedì 19 giugno 2017

Villa Badessa, l'enclave albanese in Abruzzo.

(di Ragno Anna Maria)
Una leggenda racconta che i profughi albanesi, nel trasportare la loro preziosa icona della Madonna Odigitria (dal greco “Colei che indica la Via, la direzione”), furono rallentati dalla sua pesantezza fino a che non divenne così pesante da non poter essere più spostata oltre e rimasero bloccati proprio nel luogo dove ora sorge il paese: Villa Badessa nacque così.

Nucleo familiare di Villa Badessa in abito tradizionale (1912). Foto dell'Associazione culturale Villa Badessa.

Decima delle undici immigrazioni albanesi in Italia dal sec XV al sec XVIII, Villa Badessa, fraz. di Rosciano (Prov. Di Pescara), costituisce in terra d'Abruzzo una rara oasi orientale. I profughi albanesi, provenienti dall'Epiro trovarono ospitalità nel Regno di Napoli all'Epoca di Carlo III Borbone, che offrì loro i terreni ereditati dalla Madre Elisabetta Farnese in tenimento di Penne-Pianella. Alle prime 18 famiglie albanesi, che raggiunsero il territorio Abruzzese nell' anno 1743, esuli dal villaggio costiero di Piqeras vicino a porto Edda (provincia di Himarë), in conflitto con il vicino villaggio di Borsh, diventata a causa turca di religione a maggioranza musulmana,  si aggiunsero nel 1748 altre 5 famiglie da Lukove, Klikùrsi, Nivica, Shën Vasilj e Corfù.

Luigi del Giudice, costume della Villa Badessa (fine XVIII sec.).

Il rito e la chiesa.
La chiesa di Villa Badessa è parte integrante dell’Eparchia di Lungro, in cui si celebrano le funzioni con rito greco bizantino del Tipicòn di Costantinopoli. L'istituzione di questa parrocchia nel 1744, fu il primo atto pubblico dell'insediamento della colonia albanese in Abruzzo.  
La chiesa è dedicata alla Theotocos Assunta in cielo (Kimisis) ed è dotata di una  Ikonostasi con 75 preziosi dipinti su tavola dal sec. XV al sec. XX, tutte restaurate dal Ministero dei Beni Culturali e riconosciute, inventariate come opere storico-artistiche di interesse internazionale e tali da costituire una rara e unica Collezione in tutta l'Europa Occidentale.
In questo raro documentario, Lino Bellizzi (morto nel 2002), papàs di rito bizantino della Chiesa S. Maria Assunta di Villa Badessa dal 1957 al 2000, celebra un matrimonio con il rito greco bizantino.

martedì 13 giugno 2017

Nje virgjereshe e betuar: dalla vergine giurata di Edith Durham alla bocha posh dell'Afghanistan.

Ancor prima dell’antropologa Antonia Young (2000) con il suo libro “Women who become men” e di Elvira Dones in Hana, il romanzo pubblicato in Italia con il titolo di “Vergine giurata, edizioni Feltrinelli (2007), delle “vergini giurate” aveva già scritto nei primi del ‘900 anche Edith Durham, una viaggiatrice e scrittrice inglese nota per i suoi appunti antropologici di vita in Albania nei primi anni venti del Secolo scorso. 

Nje virgjereshe e betuar. Foto Edith Durham, 1908.

La “burnesha” o “virgjinesha” è la donna che al sopraggiungere della maturità sessuale decide di vivere come un uomo. Una decisione legata più all’identità sociale che alla sessualità. Fa voto di verginità con un giuramento pubblico e ottene, quindi, il permesso di vivere come un uomo. Per questo, si attribuisce un nome maschile, si veste con abiti maschili, porta i capelli corti, possiede un’arma, fuma e beve alcol, svolge lavori maschili e, in alcuni casi, ricopre il ruolo di capofamiglia. Tutte cose un tempo proibite alla donna che, per tradizione, aveva ridotte capacità decisionali, non aveva diritti sui beni della famiglia e sui figli, ed era esclusa dalle faide del clan.
Questa pratica non è scomparsa e ancora oggi, nelle zone montagnose dell’Albania settentrionale, si possono incontrare alcune “burneshe”. Secoli d’isolamento, per via delle zone impervie dei territori, hanno permesso che quest’usanza tribale, arcaica, persistesse sino ai giorni nostri. Un fenomeno sociale che si sta, tuttavia, progressivamente estinguendo: le “Virgjineshe” sono, infatti, ora, circa un centinaio, e sono quasi tutte anziane.
Il giuramento.
Come già detto, l’assunzione del ruolo sociale di uomo era condizionato dal giuramento di “castità totale” (la rinuncia al matrimonio, ai figli, al sesso), espresso davanti ai 12 uomini più influenti del clan di appartenenza. Per le donne che venivano meno al giuramento era prevista l’uccisione, persino attraverso il rogo. Questa regola era codificata dal Kanun, che riconosceva il diritto alla donna di proclamarsi uomo, di comportarsi come uomo e di acquisire tutti i diritti riservati esclusivamente agli uomini, soltanto nel caso in cui questa avesse rinunciato per sempre alla propria sessualità e femminilità. Dal momento del giuramento, la “burnesh” (dall’albanese burré=uomo) acquisiva tutti i diritti che il “Kanun” attribuiva agli uomini: diventava il patriarca della famiglia, mangiava con gli uomini nella stanza dove alle donne era proibito restare, acquisiva il diritto di vendere, comprare e gestire le proprietà familiari, poteva lavorare i campi e prendersi cura del bestiame, possedere il fucile, partecipare alla vendetta tra clan. Aveva, infine, diritto di voto nel consiglio dei saggi del villaggio.  
L’origine del fenomeno.
L’origine del fenomeno delle burneshe, prevalentemente diffuso nelle zone montuose del nord dell’Albania e in Kosovo, ma anche in Serbia, Montenegro e Bosnia e in altre aree dei Balcani occidentali, risale al XV secolo, e nasce come reazione alle regole imposte dal Kanun, l’ antico codice consuetudinario, che aveva codificato un sistema familiare di tipo “patrilineare” (la trasmissione della ricchezza e dell’autorità seguiva la linea maschile) e “patrilocale” (la donna, quando si sposava, si doveva trasferire nel villaggio del marito). La famiglia era basata anche sul clan, e i matrimoni erano spesso uno strumento per stabilire alleanze tra i vari clan.
Le famiglie senza presenze maschili erano considerate come dei paria. Di conseguenza, alcune donne si trovavano, per necessità, ad assumere il ruolo sociale di uomini. Quando in una famiglia nascevano, ad esempio, solo femmine, una di queste assumeva un’identità maschile e diventava una “burnesha”. Questo le consentiva di prendere decisioni al posto del padre anziano o assente, di avere voce in capitolo sulle proprietà della famiglia, sui membri della famiglia e di decidere sui matrimoni - quasi sempre combinati - delle sorelle. Capitava anche che i figli di una famiglia, di solito numerosa, perdessero entrambi i genitori o il padre. In questo caso, una delle figlie più grandi diventava una “burnesh”, assumendo così la patria potestà sui propri fratellini e sorelline.
Le ragioni.
Le donne diventavano “vergini giurate” per “libera scelta”, quando volevano raggirare le privazioni e i soprusi dovuti al fatto di essere donna, celare il proprio lesbismo, poter vivere sole, o per “necessità”, vale a dire per sfuggire ad un matrimonio combinato, nel caso in cui malattie o faide avessero decimato tutti gli uomini della famiglia, in assenza nel nucleo familiare di figli maschi. In quest’ultimo caso, spesso il padre spingeva una delle figlie a farsi uomo.
La conversione di una donna in un uomo soddisfaceva, innanzitutto, la necessità socio-economica di avere in famiglia la presenza di almeno un maschio, l’unico che poteva godere di quei diritti che non erano trasmessi “in linea femminile” (linja e tamblit).
Farsi “vergine giurata” era anche un modo per evitare la vendetta: se una ragazza di un clan rifiutava il fidanzato di un altro clan che le era stato destinato, l’orgoglio ferito dell’uomo rifiutato era causa di vendetta tra i due clan. Se, invece, la donna faceva voto di castità e rinunciava alla propria femminilità, l’obbligo di vendetta veniva annullato.
Bacha posh.
La pratica di travestire le ragazze come ragazzi è tuttora diffusa in certe zone dell'Afghanistan e del Pakistan, in cui le famiglie prive di figli maschi inducono per l'appunto una delle loro figlie femmine a vestirsi e comportarsi come se fosse un ragazzo. Questa pratica, così simile a quelle delle virgjereshe e betuar descritte già da Edith Durhan nei primi del 900, permette alla famiglia d'evitare lo stigma sociale associato al fatto di non aver figli maschi.
In Afghanistan e Pakistan vi è, infatti, una forte pressione sociale perché le famiglie abbiano un figlio maschio che possa portarne avanti il nome ed ereditare la proprietà paterna; ma in mancanza di un figlio i genitori possono decidere di vestire e far vivere una delle loro figlie come un maschio, favoriti anche dalla credenza che questo fatto renderà più probabile per la madre partorire in seguito un vero figlio maschio. Lo scopo di una tale pratica non è quello d'ingannare le persone, in quanto saranno tutti perfettamente consapevoli che il "bambino" è in realtà una femmina.
All'interno della famiglia occuperà uno status intermedio in cui continuerà ad essere trattata né completamente come una donna né completamente come un uomo, non avrà in ogni modo l'obbligo di eseguire le faccende domestiche, ma nella sua qualità di Bacha posh sarà più facilmente in grado di frequentare una scuola, muoversi liberamente in pubblico, scortare le sorelle nei luoghi ove queste non possono recarsi senza essere accompagnate da un maschio e fare sport.
Diversamente dalle burnesha, lo status della bacha posh solitamente si conclude nel momento in cui ella entra nella fase della pubertà.


 (Grazie all'amica giornalista e mediatrice culturale Emanuela Frate)

giovedì 8 giugno 2017

Dashurija ime për vendin ku u isha një fëmije.

(di Elsa Musacchio)
Portocannone. Foto Elsa Musacchio.
Sto seduta davanti al computer e non so come iniziare a raccontare quello che ho provato quando le prime case del paese si sono presentate davanti ai miei occhi. E' stata un'emozione grandissima che mi ha fatto battere il cuore in modo incredibile. Ero finalmente a casa! Nella casa della mia infanzia dove tutto era fantastico. Le corse per le strade e le amiche con le quali si correva in mezzo al brecciolino e ai carri. Sì, ora andiamo tutti in macchina ma, allora il carretto e il cavallo erano i nostri mezzi di spostamento. Si andava al mare col carretto e il telo che serviva per la raccolta delle olive diventava l'ombrellone. E noi tutti eravamo felici per quel poco che avevamo. 
Prima visita a mia cugina Filomena alla quale sono legatissima perché è l'unica forse, che ha tenuto il contatto con la mia anima arbëresh. Agli altri parenti voglio bene ma, sinceramente, li sento un po' estranei. L'ho trovata provata nel fisico ma ha conservato una mente sveglia. 

Elsa con l'amica Cristina.

La Madonna si Costantinopoli. Foto Musacchio
Seconda tappa dalla mia amica Cristina Acciaro. Donna impegnatissima ma sempre disponibile.. Ho portato i miei amici nella nostra chiesa davanti alla nostra Madonna. Anche lì quanti ricordi! Piccolissima fra i banchi stentavo a rimanere tranquilla durante la funzione e le suore, allora sempre presenti nella nostra educazione, mi rimproveravano il giorno dopo dicendo che in chiesa serviva umiltà e decoro. Come si fa a parlare di umiltà e decoro a bambine piccole che andavano dalle suore per il ricamo? A nessuno interessava stare lì seduta quando fuori c'era il sole e la campagna. Infatti spessissimo scappavamo nei campi dove era possibile giocare in mezzo alle piante e salire sugli alberi come ragazzacci, così diceva mia madre. Per la prima volta ho pregato la Madonna forse perché il fisico si è indebolito e i problemi di salute sono tanto per cui bisogna solo sperare di cavarsela. L'ho guardata con altri occhi e mi è sembrato di vederla per la prima volta E' bella e sembra che ti sorrida quando dici una preghiera. Sono uscita emozionata. Alla prossima puntata vi parlerò di come ho vissuto l'attesa per l'arrivo dei carri.
Riprendo a scrivere e a parlare della corsa dei carri . La carrese è l'anima del paese. I buoi corrono ma corrono anche le persone che aiutano i buoi a raggiungere il traguardo per primi.Quando il carro vincitore arriva in paese si alza un boato che penetra si nelle orecchie ma arriva fino al cuore. Una volta, prima dell'arrivo e della partenza dei carri la gente mormora in albanese " Shëmërija ju bakoftë". E' il profano che entra nel religioso perché la frase vuole dire" La Madonna vi benedica". 

Una vecchia foto della Carrese di Portocannone. Autore sconosciuto.
La paura insieme all'eccitazione si tagliava col coltello e famiglie intere aspettavano "Qerret" per vedere i loro cari sani e salvi. Ogni famiglia era rappresentata o dal cateniere o dai cavalieri o dalle persone sopra il carro. Non esistevano più gjërit, miqtë e gjitanija perché quello che importava era il carro che portava integri i partecipanti che poi avrebbero avuto l'onore di portare la Madonna in processione il giorno dopo. 
Io seguivo papà, che essendo stato un cateniere, era il primo ad arrivare in piazza. Allora il carro vincitore doveva entrare attraverso la porta e fermarsi sui gradini della chiesa. Papà mi metteva sulle spalle per farmi vedere meglio l'arrivo. Era mutilato di guerra ma, nonostante la gamba di legno, restava fermo "si lisi" come un albero. Era alto e forte e noi lo adoravamo. Ricordo una volta, quando i carri arrivarono quasi insieme ma vinsero i giovani, papà corse dall'amico cateniere, lo abbracciò e disse" Bërët mirë". Poi mi portò al BAR e mi offrì il gelato.
Lasciamo i ricordi e torniamo al presente. Verso le tre eravamo in piazza in tempo per la benedizione dei carri e per andare al Comune dove avevamo deciso di assistere alla corsa. La corsa! Erano anni che non vedevo i carri correre! 
Mi sono venute in mente le storie che raccontava papà,eravamo in attesa sotto il sole, quando lui, giovane e forte, tirava la catena che aiutava il carro ad andare per la giusta strada. Come ricordo aveva perso le prima falange del dito medio ed anulare della mano destra, perché i buoi avevano avuto uno scatto e lui si era trovato con la catena che stringeva le dita. Papà lo mostrava come un punto di forza e ci ha insegnato ad amare la carrese, perché è non solo la tradizione ma l'anima del paese. 
Abbiamo aspettato l'arrivo insieme a Cristina Acciaro con il cuore in gola. Speravo che i colori fossero giallo e rosso e così è stato. Corsa strana, due carri rovesciati ed arrivati in ritardo. Applausi per tutti e niente risposte alle piccole miserie che uscivano dalla bocca degli sconfitti. Il video che è stato postato ha risolto il mistero. Oggi con calma mi sono abbandonata ai ricordi. Perdonatemi se ho scritto troppo e vi ho annoiati.

venerdì 2 giugno 2017

Il Borsci San Marzano, l'Elisir arberesh.

(di Anna M. Ragno) 
Nel 1840 nel comune di San Marzano di San Giuseppe, il liquorista Giuseppe Borsci, originario di Borshi in Albania, ispirandosi ad un'antica ricetta ereditata dai suoi avi, perfeziona e inizia a produrre il suo Elisir, ponendo fin dalle origini sulla storica etichetta gialla la dicitura "Specialità Orientale" insieme all'aquila bicipite caratteristica del Paese d’origine.
Tutta la storia, quindi, inizia quando il signor Giuseppe Borsci decide di creare un Elisir liquore dal gusto unico ed inconfondibile, facendolo diventare ben presto uno dei liquori più apprezzati in Italia e all'estero.
Dopo moltissimi anni trascorsi a San Marzano, la famiglia Borsci decide di ampliare l'azienda con un nuovissimo impianto all'avanguardia a Taranto. L'Elisir San Marzano Borsci si tramanda così da generazione in generazione, crescendo e diventando una SpA.
Dopo il fallimento dell’azienda, avvenuto nel 2012, lo stabilimento storico dell’industria liquori Borsci di Taranto, viene gestito dal Gruppo CAFFO, nota per la produzione del Vecchio Amaro del Capo. L’azienda calabrese nel 2013 ha ripreso a produrre e commercializzare il più famoso liquore arbereshe, secondo la ricetta ariginaria, che prevede l'utilizzo di spezie come la noce moscata, la cannella, i chiodi di garofano, il fieno greco, il coriandolo, la preziosa mirra e lo zafferano. 
La nomina di Egidio Borsci - quarta generazione della famiglia - a direttore di produzione dello stabilimento di Taranto, dimostra che la nuova gestione si è posta in continuità con la storia e la tradizione del noto liquore nato nel comune arbereshe più grande d’Italia.

mercoledì 24 maggio 2017

Carmine Abate e la polenta con la nduja.

Il banchetto di nozze ed altri sapori” (Mondadori 2016) è l’ultima fatica dello scrittore di Carfizzi, che anche in questo libro, attraverso i sapori, gli odori e i cibi delle terre e delle case della propria vita, riesce a coniugare senso di appartenenza e cultura arbereshe, con la libertà di appartenere alla somma delle proprie conoscenze ed esperienze.
Carmine, che da oltre dieci anni vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante, ha scelto di vivere per addizione e di appartenere tanto al Nord quanto al Sud del Mondo, tanto alla terra che lo ha accolto, quanto all’Arberìa che lo ha generato. Il suo destino è quello di sentirsi straniero quasi dappertutto, ma ha deciso di non vivere per sottrazione, ma anzi sommando identità, conoscenze, ricordi, sapori e odori.
La sua cifra stilistica è sempre quella dei raccontini un po’ autobiografici, misurati, talvolta affettuosamente comici, a tratti sognanti, che raccontano appunto progressive «addizioni» di paesaggi, sapori, abitudini.


La sinossi del libro.
C'è un incontro quotidiano che scandisce e rende più bella la nostra vita, che ci sa sorprendere creando connessioni inattese e meravigliose. L'incontro con il cibo. E anche il destino del protagonista di questo libro è intrecciato con le pietanze "saporitòse" di cui si nutre, dalla nascita in Calabria alla maturità nel Nord. Il cibo è identità e qui diventa motore del racconto: un'appassionata storia di formazione attraverso i sapori e le fragranze che rinsaldano il legame con le origini, accompagnano il distacco dalla propria terra, annunciano il brivido dell'ignoto. Ecco dunque le tredici cose buone del Natale, i piatti preparati con giorni di anticipo, che lasciavano intuire all'autore bambino il ritorno imminente del padre dalla Germania. E poi, nell'adolescenza, nuovi appetiti che troveranno soddisfazione nella letteratura: libri prelibati che trasformano l'autore in un lettore onnivoro. Quando toccherà a lui abbandonare il paese per un impiego in Germania, dove incontrerà la donna della sua vita e poi con lei deciderà di stabilirsi in Trentino – a metà strada tra i loro mondi d'origine –, sarà ancora un piatto a celebrare la nuova vita: la polenta con la 'nduja, sintesi perfetta di Nord e Sud. Carmine Abate racconta il legame con la terra – la fatica che comporta, ma pure le dolcezze, l'incanto – e poi gli affetti, i sogni e i successi di chi sperimenta luoghi e sapori lontani, scegliendo di vivere, sempre, per addizione. E lo fa con un libro straordinario, che si divora d'un fiato ed è capace di realizzare una prodigiosa armonia tra i sensi, con gli occhi che leggono e trasmettono al cervello i sapori del cuore.
Carmine, che per il romanzo “La collina del vento” ha vinto il premio Campiello nel 2012 e ben due volte il premio Arberia (per il libro “I germanesi (1984) e l’opera omnia nel 2006), è autore di numerosi racconti, romanzi e saggi prevalentemente incentrati sui temi dei migranti e degli incontri tra le culture.
Ha pubblicato, fra gli altri, i seguenti romanzi:
  • La festa del ritorno (Mondadori, 2004, nuova edizione riveduta 2014) vincitore del "Premio Selezione Campiello".
  • Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).
  • Gli anni veloci (Mondadori, 2008).
  • Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e prose Terre di andata (Il Maestrale).
  • La collina del vento (Mondadori, 2012) ha vinto il premio Campiello 2012. Sempre nel 2012 pubblica, Le stagioni di Hora (Mondadori) che comprende tre romanzi "Il ballo tondo", "La moto di Scanderbeg" e "Il mosaico del tempo grande".
  • Il bacio del pane (Mondadori, 2013).
  • Nel 2016 vince il premio Stresa con il romanzo La felicità dell’attesa (Mondadori).
Carmine Abate, ambasciatore della cultura arbereshe nell’Arberia e nel mondo, ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Cerzeto, Crotone e Piana degli Albanesi.


Giovedì 25 maggio 2017 alle ore 20.00 presenterà il suo ultimo libro a Trento, presso la Sala Polivalente S. Virgilio, Mattarello. C’è da giurare che sarà una serata glocale, e che l’Autore leggerà le pagine più “saporitòse” del suo libro, un’affascinante storia di formazione raccontata attraverso il cibo.

venerdì 19 maggio 2017

Il caso Greci, in provincia di Avellino: la diglossia come esempio di pluralismo culturale.

(di Anna Maria Ragno)

Nelle case e nelle strade di Greci, un paese di 700 abitanti in provincia di Avellino, si parla una lingua albanese, l' arbereshe, da circa cinquecento anni, da quando l' area è stata raggiunta da popolazioni provenienti dall' Albania. Quest' isola linguistica e culturale (Greci è l' unica comunità alloglotta della Campania) non è frutto di isolamento. E' piuttosto l' esito di una storia che si è svolta lungo frontiere simboliche, e dunque dinamiche, tra grecesi e non grecesi, fra desiderio di assimilazione e desiderio di distinzione. Il compromesso linguistico di questa volontà di resistere come grecesi e come italiani è la diglossia: l' uso dell' arbereshe, nei contesti familiari e tradizionali, e l' uso dell' italiano in quelli normativi e istituzionali.
Il termine diglossia indica proprio questo: la compresenza di due lingue, differenziate funzionalmente, spesso storicamente contigue, delle quali la lingua A è utilizzata solo in ambito formale e la lingua B solo in ambito informale.


Come per le altre comunità arbereshe, l'arberisht, per gli abitanti di Greci, è lo strumento per affermare la coscienza della propria specificità comunitaria e culturale; il codice linguistico, morale e psichico della propria affermazione identitaria.
Quello che qui ci interessa sottolineare è che l'identità è un prodotto multifattoriale, che non è tanto (e non solo) un meccanismo psicologico di auto-classificazione, ma piuttosto un fenomeno sociale, antropologico e culturale di auto-rappresentazione e auto-affermazione, che si realizza nelle interazioni con "l'altro da sè", accrescendo e specificando la rappresentazione del proprio sè.
Detto altrimenti, gli Arbereshe si sentono tanto Italiani, quanto Albanesi, e quindi sono più Italiani degli Italiani e più Albanesi degli Albanese. E' attraverso questo meccanismo linguistico ed identitario, che gli Arbereshe diventano  non solo scrigno di saperi materiali ed immateriali, ma testimonianza viva e significativa di pluralismo culturale e creatività umana.



Skanderband, in un album 500 anni di note migranti fra Puglia e Albania.

(di Anna Puricella da repubblica.it)



L’idea è di Michele Lobaccaro, musicista e autore dei Radiodervish: recuperare l’antica memoria albanese in Italia, e in Puglia in particolare. Skanderband è il progetto che unisce le due sponde dell’Adriatico con la musica: un’orchestra-laboratorio e ora il titolo di un primo album che racconta la fusione di due culture vicine, che convivono perfettamente da secoli. Perché la presenza degli italo-albanesi – gli arbereshe – sul territorio risale al XV secolo e ha avuto una nuova spinta negli anni Novanta: un nuovo flusso migratorio imponente che si è riversato sulle sponde pugliesi dell’Adriatico. Quella cultura, ora, dimostra tutta la sua vitalità: con un ensemble di artisti italiani, albanesi e arbereshe pronti a raccontare il lato balcanico del Sud. Le voci sono della cantante folk Eleonora Bordonaro, di Meli Hajderaj – giunta in Italia proprio con l’ultima ondata migratoria dall’Albania – e di Mimma Montanaro, originaria di San Marzano di San Giuseppe, un paese in cui la comunità arbereshe è profondamente radicata.

sabato 13 maggio 2017

Scuola e minoranze linguistiche: l'esempio di Carmine De Padova.


Il filmato proposto fa parte di una serie di inchieste-documentario condotte da Vittorio De Seta nel 1979 sul mondo della scuola in Italia. In questa puntata il regista si è concentrato sull`esperienza di Carmine De Padova, maestro elementare a San Marzano, paese pugliese in cui risiede una grossa comunità di albanesi. Oltre allo sforzo di insegnare l`italiano ai bambini di lingua albanese, De Padova si è reso conto della necessità di raccogliere e valorizzare la cultura e la lingua albanese. Da questa esigenza è nata un`altra scuola, aperta a tutti, che non poteva trovare spazio tra le quattro mura di un`aula: gli allievi di De Padova, tra cui bambini e anziani, si trovano infatti a casa del maestro, e si impegnano a codificare le regole dell`albanese di San Marzano, una parlata che si è allontanata dall`albanese di Albania e che esiste solo in forma orale. Gli allievi partecipano in quanto protagonisti, portatori di antiche conoscenze e di memorie che altrimenti andrebbero disperse.
All`interno di questo programma rientra anche la ricerca condotta sulle musiche e sulle danze tradizionali. L`effetto di questo metodo di insegnamento è sorprendente: la comunità albanese, tradizionalmente affetta da un senso di inferiorità, diventa fiera portatrice di valori e conoscenze che a loro volta, tramite spettacoli organizzati in altri paesi, vengono trasmessi all’esterno.
La rilevanza, da un punto di vista pedagogico, dell`intervento di De Padova, è sottolineata dall'intervista al professore Tullio De Mauro presente in questo stesso blog.
Vittorio De Seta, regista documentarista, si è sempre occupato di tematiche sociali e di emarginazione. Ricordiamo Banditi a Orgosolo (1961) e lo sceneggiato televisivo Diario di un maestro (1972).

Arbresch. Lingue e dialetti d'Italia.

Il video documenta la diffusione delle popolazioni di lingua arbresch in alcune zone del sud Italia, principalmente in Basilicata, Calabria e Sicilia. Gli arbresch, o italo-albanesi, sono i discendenti degli emigrati dall`Albania che arrivarono in Italia dalla metà del XV alla metà del XVIII secolo, per sfuggire all`invasione ottomana successiva alla caduta di Costantinopoli del 1453. Alcune testimonianze in lingua si alternano agli interventi di esperti: lo storico Antonio Alfio Moccia e il glottologo Francesco Altimari. Il primo traccia le linee fondamentali dell`emigrazione albanese, le tradizioni e i costumi che si sono mantenuti nel corso dei secoli. Il secondo spiega le caratteristiche diverse che l`arbresch ha assunto nel tempo nei diversi luoghi in cui le comunità (circa cinquanta) si sono insediate. Esistono anche radio e televisioni locali che trasmettono programmi in lingua arbresch. Altimari ricorda alcuni personaggi di origine arbresch entrati nella storia d`Italia: Pasquale Baffi, uno degli artefici della rivoluzione giacobina italiana, il poeta Girolamo De Rada, Francesco Crispi, Antonio Gramsci.
Il video propone inoltre il breve intervento dell`onorevole Mario Brunetti (Rifondazione Comunista), di origine albanese, promotore di una norma a tutela delle minoranze linguistiche. Il professor Moccia conclude sottolineando il rapporto ancora saldo che lega gli arbresch agli albanesi della madre patria, che tragicamente continuano a lasciare il paese per raggiungere l`Italia.

(Tratto da "Estate, le monografie etniche arbresh", regia di G. Pellegrini, 1994, Rai scuola.)


Tullio De Mauro: il rispetto delle minoranze linguistiche (1979).


Il linguista e filosofo del linguaggio Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 1932 - Roma 2017) parla della tutela delle minoranze linguistiche, sottolineando che il plurilinguismo caratterizza la storia e la cultura della società contemporanea. La scuola non può pretendere di insegnare l’italiano nello stesso modo in tutti i territori del paese ed in particolare in quelli caratterizzati dalla presenza di minoranze linguistiche e cita l’esperienza di Carmine De Padova, maestro elementare in un paese pugliese in cui risiede una grossa comunità di albanesi. “Riconoscere le dignità delle parlate minori è un fatto di diritto civile, di rispetto dell’ambiente linguistico - afferma De Mauro – ma è anche un fatto pedagogicamente decisivo per l’apprendimento della stessa lingua italiana”. De Mauro formula un’innovativa e originale definizione dello stesso concetto di cultura, legato alle tradizioni e all’organizzazione sociale delle comunità. L’intervista è tratta da una delle inchieste-documentario di Vittorio De Seta del 1979 sul mondo della scuola in Italia.

giovedì 11 maggio 2017

Giorgio Castriota Scanderbeg: la monografia completa.



Di seguito, troverete la monografia completa di Giorgio Castriota Scanderbeg contenuta nel volume I Padroni dell’Acciaio, scritto da Gabriele Campagnano Zweilawyer e illustrato da Francesco Saverio Ferrara
L'articolo del 17 marzo 2017 è copiato integralmente da Zhistorica (link nel fondo pagina).


Giorgio Castriota Scanderbeg è il personaggio più importante della storia albanese. L’idea stessa di Albania si cementa durante la sua ascesa e riesce a sopravvivere fino al XIX secolo nonostante il giogo turco.
Scanderbeg è al tempo stesso eroe, guerriero, comandante militare, politico, mediatore e, inevitabilmente, le sue biografie sono spesse ammantate da una coltre impenetrabile fatta di mito e leggenda. Studiando a fondo la sua figura, possiamo ammettere che, per certi versi, il vero Scanderbeg supera quello leggendario.
Giorgio Castriota nasce nel 1404 (altri riportano il 1405). La sua famiglia è quella dei Castriota (“Dera e Kastriotitv”), fresca di titolo nobiliare. Alcuni testimoni dell’epoca sostengono che il piccolo Giorgio sia nato con una voglia a forma di spada sul braccio. Una probabile aggiunta posteriore, così come il sogno fatto dalla madre poco prima del parto: avrebbe dato alla luce una fiera.
Ad ogni modo, il piccolo Giorgio non tradisce questi segnali. Fin da piccolissimo, si interessa molto al combattimento. Eccelle in tutte le attività fisiche, anche grazie all’altezza e alla costituzione massiccia, ma tutti quelli che lo conoscono ne apprezzano anche le virtù morali.
Purtroppo per lui, l’Impero Ottomano è in piena espansione. Il padre, Giovanni Castriota, viene sconfitto più volte da Murad II assieme ad altri nobili greci, ma nonostante la sostanziale sottomissione alle armate islamiche, le sue capacità di governo sono riconosciute dal Sultano, che gli chiede di rimanere come suo vassallo.

1.L’Infanzia del Castriota: fra Mito e Leggenda
Proviamo a percorrere, per qualche riga, la linea temporale dell’adolescenza di Scanderbeg così come ci è stata tramandata da Barlezio.
Oltre a un tributo annuo, Murad II chiede a Giovanni di consegnargli tutti e quattro i suoi figli come ostaggi. Nella disperazione più nera, il padre di Giorgio acconsente alla richiesta.
Giorgio Castriota arriva alla corte del sultano a nove anni circa.
Immediatamente, lui e i suoi fratelli vengono convertiti forzatamente all’Islam e circoncisi. A tutti loro, Murad assegna degli ottimi appezzamenti di terreno, ma è il piccolo Giorgio a dare le maggiori soddisfazioni al Sultano, che lo cresce come un figlio proprio. Nel giro di pochi anni, il ragazzo mostra il suo valore nello studio, tanto da essere in grado di padroneggiare correttamente sei lingue: albanese, greco, turco, arabo, italiano e schiavone. Nell’arte del combattimento raggiunge risultati ancora migliori e considera un vero e proprio disonore l’essere sconfitto nella lotta o nel duello.
Giorgio Castriota diventa Scanderbeg (“Scander”, ossia Alessandro, e “beg”, ossia principe, signore). A diciotto anni, Murad lo reputa abbastanza maturo per guidare un contingente di 5.000 soldati contro il governatore della Cilicia. Scanderbeg torna indietro da trionfatore e continua a guidare i soldati di Murad in giro per l’Asia minore.
Scanderbeg si trova ad Adrianopoli, allora capitale dell’Impero Ottomano, quando un guerriero tartaro, convinto di essere il migliore del mondo, inizia a sfidare i più forti combattenti turchi. Egli sostiene che nessuno sia in grado di batterlo, ed effettivamente la sua forza e le sue dimensioni fanno desistere la maggior parte dei soldati ottomani. Il Sultano stesso promette una grande ricompensa a chi riesca nell’impresa di sconfiggerlo.
Ad accogliere la sfida è Scanderbeg. Secondo le testimonianze, egli si reca dal Tartaro e gli parla così:
“Benché io pensi che un uomo magnanimo non debba mettere a repentaglio la sua vita o quella dei suoi simili, sono comunque venuto qui per accettare il combattimento. Lo faccio per mostrarti che anche in questo Impero ci sono uomini abbastanza valorosi da umiliare la tua arroganza e per impedirti di tornare in patria e vantarti che nessun Ottomano abbia osato misurarsi con te.”
Non conosciamo la risposta del Tartaro, ma è di disprezzo, soprattutto vista la giovane età del suo sfidante. Scanderbeg lo esorta quindi a non esitare oltre e a raggiungerlo nell’arena.
Fra i testimoni dello scontro, che avviene all’interno di un campo delimitato da una palizzata, c’è lo stesso Murad. I due guerrieri si svestono fino alla cinta e impugnano le scimitarre. L’assalto del Tartaro è violento, ma Giorgio devia la lama verso l’esterno e lo colpisce alla gola. Il Tartaro frana a terra e muore dissanguato.
Scanderbeg mostra il suo valore anche in un’altra occasione. Durante il soggiorno di Murad in Bitinia (a Prusa), arrivano alla sua corte due cavalieri persiani, Jaia e Zampsa, intenzionati a entrare nella sua guardia personale. Entrambi sostengono di essere imbattibili nel combattimento a cavallo e sfidano gli uomini di Murad. Nessuno accetta la sfida, neanche Giorgio. Tuttavia, è proprio Murad a chiamarlo per nome e a chiedergli di mettere alla prova i due giovani persiani. L’albanese obbedisce senza esitare e monta a cavallo. Jaia e Scanderbeg rompono le rispettive lance contro la corazza dell’altro e passano a combattere con la scimitarre. Zampsa, vedendo Jaia in difficoltà, accorre in suo aiuto a briglia sciolta. Scanderbeg però lo vede arrivare e gli squarcia il petto con la sua arma, facendolo cadere da cavallo. Jaia, infuriato, lo incalza, ma Giorgio para i colpi e risponde. Alla fine, riesce a colpirlo fra il collo e la spalla, quasi “bipartendolo”.
Entusiasta per la vittoria del suo protetto, Murad II chiede a Scanderbeg di chiamarlo “padre”, perché lui lo avrebbe trattato come un figlio. In realtà i due hanno solo pochi anni di differenza.
Secondo Demetrio Franco, dopo lo scontro, Murad prevede che, quando Scanderbeg raggiungerà l’età perfetta, non ci sarà un solo guerriero in grado di batterlo in tutto il mondo.
Scanderbeg però, pur essendo esteriormente un guerriero Turco, continua a provare (sebbene siano passati molti anni) un grande dolore quando è costretto a versare sangue cristiano. Per quanto possibile, cerca di evitarlo, ma quasi tutti gli avversari dell’Impero Ottomano professano il credo romano.
Giorgio Castriota viene a conoscenza, nel 1437, della morte del padre, Giovanni Castriota. Per non arrecare un dolore a Murad II, per cui prova sentimenti simili a quelli che intercorrono fra padre e figlio, Giorgio tace il dolore. I sudditi di Giovanni chiedono a Murad di mandare a governare l’Albania uno dei figli del re morto, tutti cresciuti presso la corte di Adrianopoli. Murad però contravviene alla promessa fatta decenni prima e si limita a dare una ricca rendita a Voisava, vedova di Giovanni e madre di Giorgio, e a trasferirla con l’unica figlia non ancora sposata in Macedonia.
Le guarnigioni ottomane prendono possesso di molte città e fortezze albanesi e Murad, per evitare che i figli di Scanderbeg possano reclamare il trono paterno, decide di farli avvelenare. L’unico a salvarsi è Giorgio. Murad evita di ucciderlo per l’affetto che prova nei suoi confronti, ma soprattutto, a detta di molti, per evitare un’insurrezione delle sue truppe, che apprezzano immensamente le doti del guerriero albanese.
Scanderbeg comprende però che dietro la morte dei suoi fratelli c’è un ordine di Murad, e inizia a considerarlo solo un vile assassino, oltre che un soggetto incapace di mantenere la parola data al padre Giovanni. Sebbene Murad, per tenerlo accanto a sé, gli prometta uno stato tutto per lui, più grande e ricco dell’Albania, Scanderbeg ormai sa di non potersi più fidare di lui.
Inoltre, Giorgio Castriota attira su di sé  le invidie della corte del sultano, che insinua proprio in quest’ultimo il dubbio che l’albanese punterà, prima o poi, a sottrargli addirittura il trono. Ed è a questo punto che Giorgio decide definitivamente di liberarsi dalla prigione dorata di Adrianopoli.
Fin qui la leggenda. Ma cosa accade se procediamo a una rigida consultazione e comparazione delle fonti? Al fine di evitare una deriva prettamente accademica della monografia, possiamo dire con certezza che questo immane lavoro è già stato compiuto da un dottorando della Università di Boston alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Theofan Stilian Noli non può essere però menzionato come un semplice dottorando. Parliamo infatti di uno degli uomini più eruditi della storia d’Albania, nonché primo ministro del paese appena liberato dal dominio ottomano. Con tre lauree, sei lingue conosciute in modo quasi perfetto e un enorme numero di documenti da poter consultare in lingua originale, il Noli redige quindi una biografia straordinaria (e ancora insuperata) dell’eroe albanese.

2. L'ascesa del Dragone.
Le fonti storiche ci danno un’unica certezza: Giorgio Castriota partecipa alle spedizioni militari di Murad II (che regna da 1421 al 1451) e quindi concordano sul fatto che abbia, all’inizio del suo servizio, almeno sedici anni.
In realtà, alcuni documenti sembrano confermare addirittura la presenza di Giorgio in Albania, quindi non alla corte del Sultano, fino al 1426 (all’età di ventidue anni) o al 1430 (ventisei). C’è quindi la concreta possibilità che Giorgio non abbia l’obbligo di risiedere alla corte del Sultano (men che meno come ostaggio), quanto piuttosto sia obbligato a prestare aiuto militare a quest’ultimo assieme ai suoi fratelli.
La storia di un Giorgio cresciuto ad Adrianopoli, sotto le amorevoli cure di Murad II, è smentita da altri dati.
Nel 1436, a Scanderbeg viene concesso il sangiacco di Dibra e, nel 1438-1439, Scanderbeg e suo fratello maggiore Stanisha (quello che, secondo la leggenda, viene ucciso dal Sultano), divenuti cittadini onorari di Venezia e Ragusa, sono in Albania.
All’inizio, Scanderbeg rimane fedele a Murad II. La Rivolta Albanese del 1432-1436 è, in questo senso, esplicativa, visto che l’eroe albanese non si schiera contro gli Ottomani. Anzi, negli anni successivi egli combatte al fianco del Sultano nelle campagne europee. In quel periodo, la barriera più ostica all’espansionismo ottomano in Europa è rappresentata dal condottiero ungherese Giovanni Hunyadi (Janos Hunyadi).
Nel 1441 e 1442, quest’ultimo infligge pesanti sconfitte alle forze armate di Murad II, tanto che lo stesso Papa Eugenio IV vede la concreta possibilità di cacciare gli Ottomani dal territorio europeo. La bolla con cui indice una nuova crociata è del 1° gennaio 1443.
È proprio durante la Crociata di Varna, e in particolare nel corso della Battaglia di Nish, nel Novembre del 1443, che Giorgio Castriota, in quel momento ancora prezioso membro dell’esercito ottomano, prende una decisione che passerà alla storia.
Assieme a 300 fedeli albanesi, abbandona l’armata ottomana e passa dalla parte di quella cristiana, che esce vincitrice dallo scontro.
Scanderbeg non aspetta un solo istante prima riprendere possesso dei feudi di famiglia. Il supporto unanime del popolo albanese gli permette di riconquistare le roccaforti turche nel suo territorio, situate fra Croia e Svetigrad. Secondo le fonti dell’epoca, a Giorgio bastano tre o quattro giorni per riprendere il controllo totale dei territori paterni. Fra le fortezze in mano turca la più grande è quella di Croia, che riesce a prendere dopo un breve assedio; le altre invece, come Petrella, Petralba, Stellusi, Modrici, Ternaci, si arrendono senza combattere. L’unica a resistere per qualche tempo è Svetigrad, che viene presa da uno dei suoi luogotenenti, Mosè di Dibra.
Insediatosi al governo, Scanderbeg abbandona subito l’islam, cui si è convertito attorno al 1430, e torna al cristianesimo. È una (seconda) conversione particolarmente sentita, la sua, tanto che ordina a tutti i musulmani, coloni ottomani e convertiti, di scegliere immediatamente fra il Cristianesimo e la morte.

Disegno originale di Francesco Saverio Ferrara
“Et così fece amazzare tutti li Turchi che non si volsero battizzare”
Tornato cristiano, Giorgio Castriota non abbandona però il suo soprannome turco, Scanderbeg (“Scander”, ossia Alessandro, e “beg”, ossia principe, signore) e lo aggiunge sempre alla fine della sua firma.
Questa è la prima parte della sua storia, quella confermata da un raffronto fra le fonti almeno, mentre per quanto riguarda la leggenda, le cose sono andate diversamente. È possibile che alcuni dei fatti riportati nelle sue biografie più “mitologiche” siano veri o almeno verosimili, mentre altri  inventati in modo integrale.
Una volta rotto definitivamente il giogo turco, Giorgio sa benissimo che le sue possibilità di uscire vincitore da uno scontro con l’esercito Ottomano sono basse; cerca quindi di stabilire un’alleanza duratura con gli altri principi Albanesi e con Venezia. Il 2 Marzo 1444, riunisce i principi Albanesi nella Cattedrale di San Nicolò ad Alessio. Sono presenti anche degli inviati veneziani, che però si limitano a redigere un accurato rapporto per il governo della Serenissima.
Ognuno dei Principi è libero di mettere a disposizione della Lega (conosciuta come Lega di Alessio) gli uomini e i mezzi finanziari che reputa necessari. La risposta complessiva è più che buona, visto che nella biografia scritta da Barlezio leggiamo “Scanderbegi proventus in Epiro ducenta annua aureorum millia excessisse“. La Lega quindi può contare su una rendita annua di circa 200.000 ducati.
Nel 1444, Scanderbeg mette insieme il suo esercito: non più di diecimila uomini, di cui solo una piccola parte provengono dagli altri Principi, visto che il condottiero albanese si fida molto poco degli altri.  La cavalleria leggera ha un ruolo essenziale, così come la sua guardia personale, costituita dalla gioventù di Croia. La nota dolente del suo esercito è la mancanza di artiglieria d’assedio, che lo rende quasi inoffensivo davanti alle città fortificate.
Lo stesso Scanderbeg – e qui mito e realtà storia concordano – è un soldato eccezionale. Alto e robusto (a detta delle fonti, egli supporta e mantiene la sua stazza grazie a quantità enormi di cibo e vino), combatte al fianco dei suoi uomini con la sua famosa spada curva o con una mazza. Ma è soprattutto un abile stratega, capace di spiegare la sua arma principale, la cavalleria leggera, in modo veloce e devastante. La sua tattica preferita è quella di colpire all’improvviso e ritirarsi (i manuali di guerra americani oggi la chiamano hit and run), trascinando spesso i nemici verso trappole e imboscate.
Pur non avendo, come anticipato, artiglieria, Scanderbeg è capace di difendere le sue piazze d’arme grazie a continue incursioni di alleggerimento, che costringono quasi sempre gli assedianti a desistere.
Come previsto da Scanderbeg, Murad II invia il suo miglior generale, Ali Pashà, a punire gli albanesi. È l’estate del 1444 quando un esercito di 25.000 uomini, per la maggior parte cavalieri, arriva in Albania.
Giorgio Castriota lo punge ai fianchi, colpisce le retrovie e poi l’avanguardia, fino a portarlo dove vuole lui. La valle di Torvioll è stretta e scoscesa. La cavalleria ottomana vi si ammassa nel tentativo di superarla velocemente. Il 29 Giugno Scanderbeg raggiunge gli uomini di Ali Pashà. Alì è un comandante smaliziato, e ha già intuito il rischio di un’imboscata. Al primo assalto albanese, riesce a resistere anche grazie al rapporto di 3:1 fra i suoi e il nemico. Scanderbeg ha tenuto però un contingente di riserva nascosto nella boscaglia, e un altro dietro il grosso della sua cavalleria. Quando entrambi irrompono sul campo di battaglia, per gli Ottomani non c’è scampo. Ali Pashà riesce a fuggire con la sua guardia personale, mentre 7.000 dei suoi vengono massacrati e 500 catturati. Scanderbeg perde, secondo le fonti dell’epoca, solo 190 uomini, mentre ricerche più recenti parlano di circa 2.000.
Con l’esercito turco in rotta, Scanderbeg consente ai suoi uomini di saccheggiare i territori ottomani limitrofi, rimasti senza protezione. Gli Albanesi riescono a ottenere un ottimo bottino, soprattutto in termini di capi di bestiame. A tal proposito, Barlezio si supera scrivendo “vicini Principes aerarium Scaanderbegi agrum hostilem appellabant.” In sostanza, gli alleati di Giorgio Castriota sono a conoscenza che a sostenere le casse del Castriota sia il bottino fatto in territorio del nemico.
Tornando a casa, i soldati compongono canzoni satiriche su Alì Pashà e sugli altri comandanti ottomani, il cui enorme esercito, arrivato in pompa magna, è stato sconfitto da un gruppo di “ladri di cavalli”.
La vittoria albanese ha una grande eco in Europa. Papa Eugenio IV e Ladislao III di Polonia sono i primi a congratularsi con lui. I Veneziani invece, che hanno interesse a vedere indebolito il potere ottomano, non solo altrettanto felici all’idea di un regno albanese forte e stabile, capace di insidiare i loro possedimenti costieri. La Serenissima avvia addirittura una serie di negoziati con i Turchi al fine di farsi cedere Vallona, Canina e Argirocastro.
Ad ogni modo, il Papa e i sovrani dell’Europa Orientale smettono di festeggiare  ben presto il trionfo di Scanderbeg.
Abbiamo menzionato, in precedenza, la Crociata della Varna. Il nome deriva dalla battaglia omonima con cui si conclude la spedizione. Il 10 Novembre 1444, pochi mesi dopo la grande vittoria di Scanderbeg, le forze superiori di Murad II annientano l’esercito cristiano di Ladislao III e Giovanni Hunyadi. Durante la Battaglia di Varna, le forze guidate dall’Hunyadi infliggono pesanti perdite agli Ottomani, ma l’inesperienza di Ladislao III, appena ventenne, fa volgere lo scontro a favore dei musulmani. Nel tentativo infatti di sfondare il centro dello schieramento avversario, formato dai giannizzeri, e prendere prigioniero Murad II, il giovane perde la vita. Il suo cavallo cade in una trappola a pochi metri dalla tenda di Murad e un  mercenario turco lo decapita, portando la sua testa al Sultano. Con l’esercito in rotta e 35.000 morti sul campo (20.000 cristiani e 15.000 musulmani) l’Hunyadi riesce però a mettersi in salvo.
Il 1445 sembra aprirsi, per Scanderbeg, in modo più lieto, con le nozze fra la sorella minore, Namitza Castriotia, e Musachi Thopia. La celebrazione, che vede la partecipazione di quasi tutti i dignitari albanesi, si conclude con una vera e propria battaglia tra fazioni rivali. Al centro della contesa c’è una lite fra Lek Ducaghini e Lek Zacaria, entrambi innamorati della bella Irere Dushmani di Zadrima. I “festeggiamenti” provocano 105 morti e 200 feriti (!); Lek Zacaria riesce a stendere il rivale con un colpo al volto. Purtroppo per lui, non lo uccide. A due anni da quegli eventi, Lek Ducaghini non ha ancora sbollito la rabbia, tanto che organizza un’imboscata e massacra Zacaria. La madre di quest’ultimo cerca protezione presso i Veneziani, consegnando loro la città di Dagno. Ma la città è anche nelle mire di Scanderbeg e della Lega di Alessio. La guerra fra Albanesi e Veneziani scoppia nel 1447. Prima che questa raggiunga il suo apice, il Castriota è però costretto ad affrontare una minaccia molto più grave.

3.Svetigrad, Croia e Albulena
All’inizio del 1448, gli informatori di Giorgio lo avvertono che Murad II in persona guiderà a breve una enorme armata contro la fortezza di Svetigrad. Alla testa del suo esercito, 80.000 uomini in tutto, si muove verso il castello albanese, raggiungendolo nel Maggio 1448. Oltre a preparare le difese, Scanderbeg si posiziona con 4.000 cavalli leggeri a pochi chilometri dal campo turco. In realtà, tutti i rilievi intorno a Svetigrad pullulano di uomini albanesi pronti alla guerriglia. Gli ufficiali di Murad, venuti a sapere che Scanderbeg è lì, da qualche parte in mezzo alle montagne, mandano migliaia di cavalieri per stanarlo. I Turchi riescono effettivamente a trovare il Castriota, o, più probabilmente, è lui che trova loro, visto che nessuno di loro sopravvive al violentissimo scontro con gli uomini del Castriota. Per tutta risposta, Murad II inizia a colpire le mura del castello con alcune delle artiglierie più potenti mai viste fino a quel momento: due cannoni in grado di sparare palle da 200 libbre. Nei primi due mesi di assedio, gli Albanesi funestano il campo turco con sortite diurne e notturne, ma Scanderbeg è costretto, nel Luglio 1448, a distogliere buona parte dei suoi uomini dalla difesa di Svetigrad per andare incontro all’esercito veneziano che sta scendendo da nord.

Nella Battaglia del Drin, combattuta il 23 Luglio 1448, Scanderbeg annichilisce le forze veneziane, che lasciano sul campo 2.500 morti e un migliaio di prigionieri. Una settimana dopo però, Svetigrad si arrende a Murad II alla condizione che questi permetta alla guarnigione di tornare in Albania. Il Sultano accetta i termini e, nonostante le pressioni del figlio Maometto (che vorrebbe decapitare tutti i difensori per vendicare i 20.000 Turchi morti), rispetta la parola data.  
Il Castriota, vittorioso su un fronte e sconfitto sull’altro, cerca di riorganizzare l’esercito assieme alla Lega. Venezia invece è talmente terrorizzata da cercare un sicario che faccia fuori il Dragone d’Albania in cambio di uno stipendio perpetuo di 100 ducati l’anno. Non trovando nessuno disposto a farlo, Venezia si rivolge addirittura agli Ottomani.
Fra Venezia e Adrianopoli (mancano ancora cinque anni alla conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II) i rapporti sono analoghi a quelli fra Roma e Ctesifonte o fra altre civiltà rivali del passato: grandi guerre, razzie e violenze, ma anche scambi commerciali e qualche temporanea concordanza d’interessi.
La diplomazia e le promesse veneziane convincono Mustafa Pashà a invadere l’Albania con 15.000 uomini solo pochi giorni dopo la sconfitta veneziana. Il 14 Agosto incrocia a Oranik (odierna Debar, in Macedonia) l’esercito di Scanderbeg, che conta meno della metà dei suoi uomini. Gli Albanesi però hanno il morale alto e conoscono bene il territorio. I Turchi vacillano già ai primi contatti, poi crollano davanti agli assalti Albanesi e finiscono massacrati. Ne muoiono 3.000, ma Scanderbeg vuole sfruttare le disponibilità economiche del Sultano. Cerca quindi di catturare il generale Mustafa Pashà vivo. E ci riesce. Proprio da quest’ultimo viene a sapere che a sollecitare l’attacco sono stati i Veneziani. Il Castriota va su tutte le furie. La sua rabbia si placa solo temporaneamente quando arrivano i messi di Murad II, che hanno portato la cifra incredibile di 25.000 ducati per riscattare Mustafa Pashà.
Con la sconfitta di Drin e quella dell’alleato ottomano, Venezia si trova in grave affanno e vede la possibilità concreta di essere completamente estromessa dalla riva orientale dell’Adriatico. Tuttavia, Scanderbeg ha intenzione di continuare la sua guerra totale contro i Turchi, quindi accetta di buon grado di sedersi al tavolo con i Veneziani per sottoscrivere un accordo di pace e mantenere sicuri i confini settentrionali dell’Albania.
Il 4 Ottobre 1448 conclude con loro un trattato di pace. Per Venezia è particolarmente oneroso, visto che prevede (i) una pensione annua di 1.400 ducati per Scanderbeg, (ii) altri 1.500 ducati in “prestito” per contribuire alla spedizione contro gli Ottomani che intende dirigere assieme a Giovanni Hunyadi, (iii) l’eliminazione dei dazi sul sale per un totale di 200 cavalli ben carichi del bene ogni anno, (iv) la possibilità, in caso di sconfitta contro gli Ottomani, di trovare rifugio nei territori veneziani, e altre previsioni minori.
In soli quattro anni, Scanderbeg e i suoi alleati hanno sconfitto sia gli Ottomani che i Veneziani, ossia due nemici dalle finanze molto solide, e con grande esperienza di cose militari e diplomatiche. È il 1448, e la lotta per l’indipendenza albanese è appena iniziata.
A metà Ottobre del 1448, quindi pochi giorni dopo la firma del trattato con i Veneziani, Scanderbeg prova a raggiungere l’esercito dell’Hunyadi. Il despota di Serbia però, Durad Brankovic, non gli permette il passaggio e diserta la causa cristiana. Hunyadi affronta quindi gli Ottomani senza l’aiuto del comandante albanese, e viene sconfitto nella Seconda Battaglia del Kosovo, conclusasi il 20 Ottobre 1448.
Per punire Brankovic, Scanderbeg mette a ferro e fuoco i suoi territori prima di ritirarsi. È conscio del fatto che, dopo aver conquistato Svetigrad e sconfitto duramente Giovanni Hunyadi, Murad II colpirà di nuovo l’Albania.
Scanderbeg conosce anche l’obiettivo del Sultano, ossia la fortezza di Croia. Prima cerca di alzare il morale dei suoi facendo raccontare dai diversi religiosi visioni di vittoria e gran massacro di Ottomani, poi inizia i preparativi militari. Affida la difesa della città al conte Vrana e ai suoi 1.500 soldati, cui si aggiungono tutti gli uomini abili di Croia. Il resto degli abitanti (le c.d. “bocche inutili”) viene evacuato sulle montagne vicino alla costa.
Il 14 Maggio 1450, Murad si presenta con tutto il suo esercito sotto le mura della città. Lo accompagna ancora il giovane figlio Maometto (che diventerà celebre come Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli).
Giammaria Biemmi, nella sua Istoria di Giorgio Castrioto Scanderbeg-Begh, riportando la confessione di un ufficiale turco, dice:
Un uffiziale Turco che fu fatto prigione sul fine dell’Assedio dichiarò che da principio non superavano il numero di cento mila. Al che poi aggiungendo i guastatori, i vivandieri, i bagaglioni, e quella bassa gente, che è solita seguir le armate non sono lontano dal credere che potessero in tutto arrivare a quel mentovato numero di cento e sessantamila”
Murad ha portato il metallo necessario a forgiare sul posto dieci grossi cannoni, ciascuno capace di sparare pietre da 600 libbre. Il conte Vrana rifiuta la richiesta di capitolazione immediata e, successivamente, rifiuta anche l’enorme somma di denaro promessagli dal Sultano in caso di passaggio fra le sue fila.
I cannoni prendono a martellare le mura, riuscendo ben presto ad aprire una breccia. L’assalto generale dei Turchi è violentissimo. Lo stesso conte Vrana subisce una grave ferita, ma alla fine riesce a infliggere agli uomini del Sultano abbastanza perdite da farli desistere. E il Sultano non ha ancora fatto i conti con Scanderbeg. Gli 8.000 uomini guidati dall’eroe albanese sono ovunque: nei boschi intorno alla fortezza, sulle montagne, a presidiare le strade. Attaccano l’accampamento turco giorno e notte, tagliano l’arrivo dei viveri, impediscono le comunicazioni e massacrano tutti i contingenti inviati a stanarli.
Scanderbeg sa di non poter vincere un assedio statico, quindi punta tutto sulla sua abilità nelle tattiche di guerriglia e di pressione psicologica. Quando i Turchi lanciano gli assalti alla città. Scanderbeg si materializza nelle retrovie e massacra i reparti arretrati prima di ritirarsi. I soldati turchi non dormono praticamente più, e sono costretti a razionare i viveri come gli albanesi all’interno della fortezza.
Le voci relative allo scarso vettovagliamento del campo arrivano ai Veneziani; pochi giorni dopo, i mercanti della Serenissima arrivano con derrate alimentari e polvere da sparo che il Sultano paga a caro prezzo.
Gli Albanesi però non apprezzano il comportamento dei mercanti veneziani, tanto che alcuni di questi ultimi finiscono con la gola tagliata nelle loro tende. La tregua fra i due popoli è fragile, e sono i Veneziani a cedere per primi, dando ordine al governatore di Durazzo di supportare solo gli Albanesi.
Durante questo assedio Scanderbeg elabora, secondo la leggenda, una sortita notturna che getta i Turchi nel terrore. Per alcuni giorni, fa radunare ai suoi uomini migliaia di capre e, a notte inoltrata, lega delle torce alle loro corna prima di lanciarle contro il nemico. Dietro gli animali, avanzano anche i suoi soldati. Gli Ottomani si precipitano fuori dalle tende, convinti che l’esercito che li sta attaccando sia addirittura più numeroso del loro. Quando si accorgono dello stratagemma è già troppo tardi. Il Castriota miete centinaia di vittime e ritorna trionfante sulle montagne. Sempre secondo la leggenda, a seguito di questa vittoria, Scanderbeg inizia a indossare il celebre elmo con le corna di capra che trova posto in tutte le sue rappresentazioni iconografiche.
Il 26 Ottobre 1450, dopo mesi di assedio, il Sultano capisce che non c’è modo di prendere la città. Più di 8.000 dei suoi sono morti e i feriti riempiono il campo, così preferisce rientrare ad Adrianopoli ed evitare una disfatta di proporzioni ancora più larghe. Circa tre mesi dopo, ancora infuriato per lo smacco subito, Murad II si ammala e muore. Gli succede però il figlio, Maometto II, che ha capacità di governo e strategiche forse addirittura superiori a quelle paterne.
Pur avendo sconfitto un esercito dieci volte più numeroso del suo, Scanderbeg non naviga in buone acque. Le continue guerre hanno stremato terre e abitanti, mancano i soldi necessari a pagare truppe e provviste, e molti nobili albanesi hanno abbandonato la lotta o sono addirittura passati dalla parte dei turchi o dei veneziani.
Alla ricerca di un alleato più solido, Giorgio Castriota Scanderbeg sembra trovarlo in Alfonso V d’Aragona, che regna sull’Italia del Sud e combatte i Veneziani dall’altro lato dell’Adriatico rispetto agli Albanesi. Il 26 Marzo 1451, i due si incontrano a Gaeta per stipulare un’alleanza. Alfonso V, avendo risorse molto più consistenti, sa di essere la parte più forte, e quindi pone a Scanderbeg delle condizioni piuttosto onerose (pagamento a lui dello stesso tributo versato al Sultano, proprietà delle terre conquistate ai danni dei Turchi, accettazione di un Vicerè aragonese a Croia, ecc.). Alfonso V stipula alleanze dello stesso tipo con gli altri principi Albanesi, e si ritrova, de facto, a comandare la Lega di Alessio, con Giorgio Castriota Scanderbeg come Capitano Generale della Corona d’Aragona.
In realtà, stando agli archivi napoletani, Scanderbeg non versa mai alcun tributo ad Alfonso V, ma gli invia, dopo ogni vittoria, armi, stendardi e prigionieri turchi. Certo, Scanderbeg deve accettare una guarnigione di 100 soldati catalani nella sua Croia, e la presenza del Vicerè Ramon d’Ortofa nel suo palazzo, ma ha bisogno della pensione di 1.500 ducati l’anno proveniente da Alfonso V, che, insieme a quella che riceve da Venezia (1.400 l’anno), gli permette di sfamare e armare i suoi uomini.
Appena un mese dopo l’incontro con Alfonso V, Scanderbeg sposa la figlia di Giorgio Araniti, importante nobile albanese che l’anno precedente si era alleato con i Veneziani. Quella di Scanderbeg è una mossa intelligente, perché gli permette di legarsi a una famiglia potente ma sempre incerta nelle alleanze. La ragazza si chiama Andronica (ma ricorre anche il nome Marina), e Araniti versa al Castriota una dote così consistente da suscitare le ire dei suoi tre figli maschi (che disertano la cerimonia). Bisogna anche sottolineare come il condottiero albanese abbia atteso fino ai quarantasette anni prima di prendere moglie, cosa che palesa meglio di ogni altra i sacrifici di una vita passata sui campi di battaglia.
Nel 1453, con la caduta di Costantinopoli e il sacco della città, la Cristianità trema. Venezia comprende di come Maometto II rappresenti un pericolo enormemente maggiore rispetto a Scanderbeg, e ordina quindi al governatore di Alessio di scortarlo in Italia per stringere le alleanze necessarie a contrastare gli Ottomani. Alfonso V, sempre generoso, concede al Castriota 2.000 uomini e un discreto numero di pezzi d’artiglieria.
Nel Giugno 1455, i soldati napoletani si uniscono a quelli albanesi nell’assedio di Berat, che si arrende non appena l’artiglieria cristiana fa breccia nelle mura. I difensori di Berat chiedono undici giorni di tregua prima di cedere la città, così Scanderbeg reputa opportuno lasciare quasi tutti gli uomini intorno alla città e tentare l’assedio di un’altra fortezza con un piccolo contingente. Purtroppo però, i soldati lasciati indietro diventano in pochi giorni una torma di razziatori senza scrupoli. Il luogotenente albanese, Musachi Thopia, non riesce a tenerli a freno o forse non ci prova nemmeno.
Divisi in gruppi e intenti a devastare i dintorni della città, gli Albanesi non si accorgono dell’arrivo del comandante ottomano Isa-Beg Ishakovic, e soprattutto dei 40.000 cavalieri al suo seguito.
Gli Ottomani massacrano tutti gli Italiani e oltre la metà degli Albanesi. Una carneficina cui non sfugge neanche il menzionato Musachi Thopia. Isa-Beg Ishakovic, soddisfatto dell’impresa, permette ai suoi uomini di prendere le teste degli Albanesi morti come trofei. Come umiliazione finale, i soldati turchi le vendono ai ragazzini di Costantinopoli per giocarci a calcio.
Quando la notizia della disfatta giunge alle orecchie dei Veneziani, questi tentano di convincere i nobili Albanesi ad abbandonare Scanderbeg. Molti rimangono al suo fianco. Altri, invece, preferiscono passare nelle fila di Venezia o degli Ottomani. Il miglior generale ed amico del Castriota,  Mosè di Dibra, diserta per i Turchi poco dopo Berat. Quello delle alleanze di cristallo è un problema che funesta il Castriota fino alla fine dei suoi giorni. I cambi di schieramento non sono certo una prerogativa esclusiva dei nobili albanesi o dei Veneziani, ma le difficoltà economiche della Lega di Alessio e la ricchezza dei due poteri che più la contrastano sono un forte incentivo a tradimento e trattative sottobanco.
Nel Maggio del 1456 – appena due mesi prima dell’Assedio di Belgrado, che si chiude con una roboante vittoria di Giovanni Hunyadi –  è proprio il vecchio amico di Scanderbeg, Mosè, a guidare un’armata turca di 15.000 cavalieri nella bassa Dibra. Il Castriota lo conosce bene e sembra prevedere le sue mosse. Quando vince la battaglia e mette in rotta gli Ottomani, Giorgio vede presentarsi innanzi a lui Mosè. Invece di ritirarsi, questi si presenta a Croia chiedendo il perdono di Scanderbeg, che glielo concede quasi subito. Pur essendo un combattente spietato, il Castriota sa essere molto magnanimo con i suoi fratelli albanesi.
Fra gli altri traditori di Giorgio ci sono due suoi nipoti: Giorgio Stresi Balsha (figlio della sorella di Scanderbeg, Yella), e Hamza Castriota. Quest’ultimo, in particolare, non ha mai abbandonato la religione islamica, e comunica ai Turchi di poter ottenere il supporto di tutti i nobili Albanesi per rovesciare Scanderbeg. Il suo voltafaccia è “giustificato” dal fatto che, con la nascita del figlio di Scanderbeg, Giovanni, non gli rimane più alcuna possibilità di ereditare i possedimenti e la carica dello zio.
Nell’estate del 1457, il Sultano ordina al governatore del sangiacco di Üsküp, Isa-Beg Ishakovic, di guidare l’esercito ottomano in Albania e regolare definitivamente i conti con Scanderbeg. Al suo seguito i soliti 80.000 soldati, con Hamza Castriota comandante in seconda. Scanderbeg è in grado di schierare un esercito dieci volte meno numeroso, quindi non solo si sposta sulle montagne, dove il terreno è più scosceso e accidentato, ma divide i suoi uomini in gruppi di poche centinaia di unità e ordina loro di proseguire sui monti in direzioni diverse. Hamza e Ishakovic non si fanno problemi a torturare gli Albanesi che trovano sul loro cammino per estorcere informazioni sul Castriota. Nessuno parla, tanto che, alla fine dell’estate, tutti pensano che Scanderbeg sia fuggito definitivamente.
Il governatore veneziano di Durazzo, Marco Diedo, annuncia addirittura al Doge che ormai tutta la nobiltà Albanese è passata dalla parte dei Turchi e che il problema Scanderbeg può dirsi risolto:
“El magnifico Signor Scanderbergo va per le montagne fuzendo la sua testa, el quale è stato abandonado da tuti li principali suoi, li quali sono andati cum el Turcho… In questo esercito del Turcho è tuta la possanza del gran Turcho, secondo se dice, che sono tra da cavallo et da pè persone 80.000.”
Per tenere sotto controllo sia Croia che Alessio, la maggior parte dell’esercito ottomano (50.000 soldati) si posiziona nei pressi di Albulena (Ujëbardha) a nord-ovest della prima città e a sud della seconda. Gli altri 30.000 soldati vengono messi a presidio della logistica e a tenere sotto scacco i forti albanesi di Cidhna, Dibra, Guri i Bardhe, Mat, Rodon e Petrela.  Hamza Castriota è acclamato nuovo sovrano d’Albania, ma sotto la protezione del Sultano. Alla fine di Agosto del 1457, Ishak Bey e Hamza celebrano la loro vittoria.
Ma non hanno fatto i conti con Scanderbeg.

Il 2 Settembre 1457, dopo aver segnalato ai suoi uomini di raggrupparsi, Scanderbeg li fa avanzare in silenzio verso l’esercito ottomano, in quel momento intento a riposare dopo il pranzo. Alle spalle del campo ottomano c’è la costa, quindi Scanderbeg divide nuovamente i suoi uomini in tre gruppi, in modo da poter colpire sia frontalmente che dai due fianchi. Prima dell’attacco, è lui stesso a guidare una veloce sortita per eliminare le guardie perimetrali. Un soldato turco riesce però a dare l’allarme, e nel campo si scatena il putiferio.
Scanderbeg guida immediatamente l’assalto frontale. Hamza riorganizza i suoi e  scambia con gli ex-amici Albanesi alcune cariche e controcariche di cavalleria. Ishakovic invia altri uomini a supporto di Hamza. Scanderbeg non aspetta altro e ordina di caricare il campo turco dalle altre due direzioni. Gli Ottomani sono convinti di trovarsi di fronte un esercito molto più numeroso, e a nulla valgono le rassicurazioni di Hamza sul fatto che gli Albanesi non possano essere più di 8.000.
Dopo averli incalzati ai fianchi, Scanderbeg tempesta il fronte dello schieramento nemico di archibugiate, dardi e frecce, facendolo arretrare. Schiacciati al centro del campo, gli Ottomani si lasciano prendere dal panico e tentano di fuggire. È una fuga disperata, una rotta completa. Il condottiero albanese guida la cavalleria leggera all’inseguimento dei fuggitivi e li massacra. La stima più conservativa parla di 15.000 Ottomani morti e di altrettanti finiti in catene. Ishakovic riesce a mettersi in salvo grazie all’eroismo dei suoi, mentre Hamza viene fatto prigioniero. La Battaglia di Albulena è il capolavoro tattico del Castriota e rappresenta forse la sua più grande vittoria sia dal punto di vista militare che da quello del morale.
Scanderbeg, che ha già perdonato Mosè di Dibra, comprende che non può fare lo stesso con Hamza. D’altro canto però, non riesce a giustiziare quello che era stato un fedele compagno e un ottimo comandante. Lo invia quindi a Napoli, dove rimane prigioniero per qualche tempo. È lo stesso Sultano a riscattarlo, permettendogli di passare gli ultimi anni a Costantinopoli con la moglie e i figli.
La notizia della grande vittoria del Castriota viene accolta a Roma con grande giubilo. Il 17 Settembre, Papa Callisto III impugna personalmente la piuma d’oca per dimostrare la sua gratitudine al condottiero albanese e, soprattutto, per spronarlo a continuare la sua guerra contro gli Ottomani:
Itaque, dilecte fili, ut fecis, persevera in tua sincera devotione tuende et defendende fidei catholice: nam deus, cuius res agitur, non deseret causam suam, sed tibi et aliis Christianis de perdentissimis Turchis et aliis infidelibus victoria cum summa gloria et triumpho pro certo dabit.
Nel 1457 dunque, l’Albania ottiene la sua più grande vittoria sull’Impero Ottomano, e tuttavia tutti sono a conoscenza del fatto, Giorgio Castriota Scanderbeg in primis, che resistere alle invasioni annuali dei Turchi sarà sempre più difficile.

4.La Spedizione Italiana
L’anno successivo, Giorgio perde due dei suoi amici e alleati più preziosi, il Conte Vrana, che nel 1450 ha difeso Croia resistendo sia ai cannoni che ai tentativi di corruzione turchi, e soprattutto Re Alfonso V d’Aragona. Il Castriota, scrivendo al Principe di Taranto, dice di lui:
Quello sancto et immortale Re de Aragona, del quale io ne nullo di li miei vassalli ni potemo recordare senza lacrime
Oltre ad averlo privato di un forte alleato, la morte di Alfonso V ha provocato una violenta lotta di successione per il Regno di Napoli fra il figlio illegittimo di Alfonso, Ferdinando (conosciuto anche come Ferrante), e gli Angioini, che hanno perso il regno anni prima proprio per mano di Alfonso. Il Re di Francia, Carlo VII, sostiene con forza le ragioni di Giovanni d’Angiò, e a lui si uniscono molti nobili napoletani e Papa Callisto III. Tuttavia, alla morte di quest’ultimo prende il potere Pio II, che parteggia per Ferdinando e lo incorona Re di Napoli presso la cattedrale di Barletta nel 1459. Per fronteggiare Giovanni d’Angiò, entrambi chiedono il supporto di Scanderbeg. Pur avendo ristabilito, dopo dieci anni di tensioni, discreti rapporti commerciali con Venezia, il Castriota teme che, lasciando i suoi territori per una campagna italiana, vi sia il rischio di una guerra civile, di un attacco turco o, forse, di entrambe le cose. Anche grazie all’intervento dell’Arcivescovo di Durazzo, Scanderbeg si riconcilia con i nobili albanesi e, nel 1460, sottoscrive anche un accordo di pace con i Turchi.
Con queste premesse, l’impresa italiana sembra possibile. Il Castriota si inserisce nel conflitto meridionale in punta di piedi, inviando alcuni contingenti di cavalleria leggera da impiegare in azioni di guerriglia analoghe a quelle utilizzate contro i Turchi.
Il piano di Scanderbeg funziona. Ce ne accorgiamo, in modo indiretto, da una lettera inviatagli l’11 Ottobre 1460 dal Principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, in cui questi cerca di convincerlo a non mandare altre truppe. L’Orsini si è infatti schierato dalla parte di Giovanni d’Angiò, ed è letteralmente terrorizzato dall’idea che i cavalieri albanesi arrechino ai sostenitori degli Angioini gli stessi danni fatti ai Turchi. Quello che Giovanni Antonio Orsini non ha preso in considerazione è che il Castriota “non si lascia scoraggiare dalle situazioni, anche quando sembrano disperate, e porta sempre a termine il suo dovere a dispetto di qualsiasi difficoltà”. La risposta del Castriota è infatti un raro esempio di analisi strategica e volontà incrollabile:
Ma ricordatevi, che maiore era la possanza del gran Turco, che non è la vostra, ne ancho il Signore che substenite. Et essendomi restata la sola città de Croia […] contro tanto podere la defesi et conservai, fin che con danno et vergogna li Turchi se levarono, et io in breve tempo et con poca gente racquistai quello, che molti inimici in longo haviano guadagnato. Sichè quanto più se deve sperare la restauratione de lo stato de Re Ferrando, che se non havesse se non Napoli habiate per certo, che ha ad essere vincitore
Nel mese di Giugno del 1461, Scanderbeg promette a Re Ferdinando che gli presterà soccorso personalmente alla testa di mille cavalieri e duemila arcieri. Ferdinando, appena sconfitto alla foce del Sarno da Giovanni d’Angiò e Giovanni Antonio Orsini, versa in condizioni militari ed economiche disastrose, tanto che la moglie Isabella, pur di raccogliere denaro sufficiente ad assoldare un nuovo esercito, chiede a tutti i cittadini di Napoli di recarsi alla Chiesa di San Pietro Martire e lì, vestita in abiti dismessi, chiede loro l’elemosina!
A Ferdinando, assediato a Barletta dai suoi nemici, non rimane nulla. Solo la promessa fatta da un condottiero albanese. E il Castriota tiene sempre fede alla parola data.
Nell’Agosto del 1461 porta i suoi uomini a Ragusa, dove riceve un contributo per l’impresa italiana. Lì fa imbarcare per l’Italia il nipote, Giovanni Stresu Balsha, con parte del contingente. Il 25 Agosto prende terra a Barletta con il resto degli Albanesi, trovando una situazione disperata. La città, l’unica rimasta in mano a Ferdinando insieme a Napoli e Trani, è stretta dall’assedio di Giacomo Piccinino, figlio di Giovanni d’Angiò. Re Ferdinando gli comunica inoltre che la sua situazione finanziaria è anche peggiore di quella militare.
L’arrivo del Castriota trasforma la disperazione degli assediati in una rinnovata energia. Gli basta un solo giorno per costringere alla ritirata i soldati del Piccinino.
Scrive il Biemmi:
La comparsa della flotta Albanese commandata da un guerriero d’un si terribile grido gittò un tale spavento nell’armata degli assedianti, che questi subito ritiraronsi dalla Piazza, e perdute in un colpo tante loro speranze allontanaronsi alcune miglia
Ferdinando non crede ai suoi occhi, ma coglie l’occasione per lasciare la città e raggiungere le truppe di supporto in arrivo dal Ducato di Milano, al comando di Alessandro Sforza. A partire dal 5 Settembre 1461, la difesa di Barletta e la guerra contro il Principe di Taranto sono nelle mani di Scanderbeg. Egli ha costruito la sua fortuna sulle violentissime incursioni della sua cavalleria leggera, quindi non ha alcun interesse a barricarsi dentro le mura di Barletta. Al contrario, lancia continue sortite nelle campagne circostanti, massacrando i contingenti mandati dal Piccinino e distruggendo tutte le fonti di approvvigionamento del nemico. Il Castriota guida personalmente la maggior parte delle azioni e combatte sia con la sua famosa spada curva che con la mazza d’arme. La cavalleria italiana, dotata di armature a piastre complete e rispettosa, almeno nella maggior parte dei casi, agli usi della guerra fra gentiluomini, si trova a dover combattere contro veterani albanesi con dieci o venti anni di guerriglia con i Turchi sulle spalle. Sono uomini duri, brutali, che non lasciano scampo agli uomini del Piccinino e dell’Orsino.
Il Castriota stesso dimostra di non badare troppo alla forma quando, venuto a sapere che il capitano della guarnigione di Trani, Antonio Infusado, ha intenzione di vendersi ai francesi, lo invita a un incontro. Scanderbeg però non vuole parlare, ed  infatti si limita a incatenarlo e costringerlo a cedere la città al nipote Giovanni Stresi Balsha. È l’inizio di dicembre del 1461 e gli Albanesi del Castriota hanno letteralmente distrutto i piani di conquista degli Angiò. Re Ferdinando, pur essendo passato da una situazione difensiva a una offensiva, ha ancora bisogno dell’aiuto del Castriota, ma purtroppo per lui,  nel Gennaio del 1462 la moglie di Scanderbeg, fa recapitare al marito un messaggio di questo tenore: “i Turchi sono alle porte. Devi tornare a casa!”
Costretto a imbarcarsi in tutta fretta, il Castriota è stato comunque in grado di fiaccare le forze del nemico in modo decisivo. Pochi mesi dopo la sua partenza, Ferdinando e Alessandro Sforza pongono fine alla guerra annientando l’esercito angioino a Troia (18 Agosto 1462).

5.Sei Anni di Fuoco
Mentre Ferdinando vince la sua battaglia decisiva, il Castriota deve fronteggiare tre armate turche in un solo mese. Un’estate rovente, quella del 1462, in cui il condottiero albanese annienta prima l’esercito di Sinan Pashà e Hussein Beg (catturando quest’ultimo), poi quello guidato da Yussuf Beg e, infine, le milizie di Caradza Beg. Sfruttando questi successi, gli Albanesi chiedono al Castriota di negoziare delle buone condizioni di pace con i Turchi. Giorgio si rifiuta e prende tempo; alcune fonti sostengono che la firma del Castriota arrivi nel 1463, altre invece lo negano. Se sull’esistenza di questo documento sussistono molti dubbi, è invece certa quella del trattato stipulato fra il Castriota e Venezia, sua vecchia nemica, il 20 Agosto del 1463. L’oggetto dell’accordo con Venezia è, come immaginabile, la guerra contro Maometto II. La Serenissima si impegna a sostenere Scanderbeg con uomini e mezzi, e a garantire al figlio di lui, Giovanni Castriota, l’ingresso nella Nobiltà Veneziana. Il Castriota si premunisce anche per l’eventualità in cui, sconfitto dai Turchi, sia costretto a fuggire; sarà Venezia a ospitarlo, e a fornirgli supporto per l’eventuale riconquista dell’Albania. Quando Gabriele Trevisan, nell’Ottobre dello stesso anno, arriva in Albania alla testa di 1.300 soldati veneziani, 2.000 ducati per pagarne altri e tutti gli arretrati delle pensione promessa a Scanderbeg anni prima, il Castriota capisce che – per ora – può fidarsi di Venezia.

Disegno originale di Francesco Saverio Ferrara, da "I padroni dell'Acciaio" (Centro Studi  Zhistorica, 2017).
Un paio di settimane dopo, Pio II indice una nuova crociata contro l’Impero Ottomano, cui si aggregano sia gli Albanesi che i Veneziani. Il Castriota attacca subito i territori turchi confinanti e riesce a razziare più di centomila capi di bestiame fra vacche, maiali e cavalli. La crociata sembra partire quindi con il piede giusto; e addirittura destinata a grandi risultati quando Pio II in persona si reca ad Ancona per raggiungere l’altra sponda dell’Adriatico. Il Papa è partito da Roma già ammalato, e pochi giorni dopo essere giunto ad Ancona, spira a causa di un attacco febbrile proprio mentre le vele veneziane iniziano a stagliarsi all’orizzonte.
Il 14 Agosto 1464, a poche ore di distanza dalla morte del Papa, il Castriota (all’oscuro dell’evento luttuoso), sconfigge un nuovo generale ottomano, Sheremet Beg, nei pressi del Lago di Ocrida. I festeggiamenti albanesi hanno breve durata; la notizia del trapasso di Pio II arriva come un fulmine a ciel sereno e lascia tutti interdetti. Ora, senza poter più contare sull’intermediazione del Pontefice per ricevere aiuto dagli altri sovrani europei, al Castriota rimane il supporto di  Venezia, ormai sempre più intermittente.
La furia di Maometto II sta per abbattersi nuovamente su di lui. Questa volta, il conquistatore di Costantinopoli sceglie di spedire contro gli Albanesi un loro connazionale, il rinnegato Ballaban Pashà.
Rispetto agli altri generali ottomani, Ballaban conosce molto bene il territorio e preferisce le azioni di guerriglia alle grandi battaglie campali. Dopo aver rischiato egli stesso di essere catturato da Ballaban, il Castriota lo sconfigge nei pressi di Ocrida; una vittoria che Giorgio maledirà per tutta la vita. Durante lo scontro infatti, finiscono nelle mani del nemico ben tredici dei suoi migliori ufficiali, compreso Mosè di Dibra. Nei giorni seguenti – siamo nell’Aprile del 1465- il Castriota offre al Sultano tutto l’oro a sua disposizione e centinaia di prigionieri per riscattare i suoi capitani. Maometto II è però irremovibile. Appena Mosè di Dibra e gli altri Albanesi arrivano a Costantinopoli in catene, Maometto li fa scorticare vivi nella pubblica piazza. Fra tutti i cronisti, è Barlezio a descrivere il tormento nel modo più particolareggiato:
Con una crudeltà delle più detestabili commandò che tutti si scorticassero vivi ed a liste affine [a strisce sottili] de render più durabile il tormento; e non saziato della pena dei vivi, fece gittar i lor cadaveri divisi in pezzi ad esser divorati dai cani.”
Mosè di Dibra, che anni prima ha tradito Scanderbeg ricevendo poi il suo perdono, resiste al supplizio per quindici giorni prima di morire. Il boia e la folla rimangono ammutoliti.
Da quel momento, il Castriota non fa più prigionieri. Uno dopo l’altro, sconfigge tutti i contingenti turchi e fa giustiziare i sopravvissuti. La battaglia più sanguinosa avviene nello stesso luogo in cui Ballaban è riuscito a catturare gli ufficiali albanesi. Gli Ottomani provano a difendersi, ma il Castriota li fa tutti a pezzi.
Maometto II è furioso. Tredici anni prima ha conquistato Costantinopoli, mentre ora non riesce ad avere ragione di quel manipolo di “ladri di cavalli” che hanno già avuto ragione del padre. Nel 1466, si mette a capo del più grande esercito che abbia mai raggiunto l’entroterra albanese (oltre 100.000 uomini) e cinge d’assedio Croia. Tanush Topia, il miglior comandante di Scanderbeg, difende la città con 4.400 uomini. Il Sultano bombarda il forte e cerca di corrompere i difensori con tesori immensi, ma gli Albanesi non cedono un passo. Il Castriota, nonostante abbia ormai superato i sessanta, continua a fiaccare le forze turche con le solite incursioni di cavalleria. Con la situazione in stallo, Maometto II torna indietro, lasciando sul luogo 80.000 uomini e Ballaban Pashà. Prima di iniziare la marcia verso Costantinopoli però, il Sultano sfoga la sua rabbia sugli abitanti della città di Chidna, massacrandoli dal primo all’ultimo. I dintorni di Croia sono completamente in mano agli Ottomani, tanto che Ballaban trova il tempo di far costruire la fortezza di Elbassan, da cui guida le operazioni.
Nel Settembre 1466, le forze albanesi sono allo stremo. Sia i difensori di Croia che i cavalieri di Scanderbeg hanno quasi finito le scorte di cibo, polvere, munizioni e, ancora peggio, denaro. Al Castriota non resta che imbarcarsi con pochi uomini per andare a raccogliere i ducati necessari presso Paolo II e Re Ferdinando. Quando arriva a Roma, il 12 Dicembre dello stesso anno, Scanderbeg viene accolto con grandi onori e 7.500 ducati, cui riesce ad aggiungere i 1.000 donati dal Re di Napoli e un buon quantitativo di vettovaglie e munizioni.  Ritorna quindi in Albania per organizzare un nuovo esercito. È una lotta contro il tempo; Croia ha le settimane contate. A metà del 1467, gli esploratori del Castriota lo avvertono che c’è un altro esercito turco diretto a Croia. Il condottiero albanese si muove per intercettarlo e lo sconfigge in modo brutale facendo prigioniero Yonuz Pashà, fratello di Ballaban. Quest’ultimo ha eretto una serie di altre fortificazioni intorno Croia, e attende lì l’arrivo del fratello con i rinforzi. Al posto di Yonuz, però, arriva Giorgio Castriota Scanderbeg.
Il suo esercito rompe l’assedio e, al tempo stesso, Tanush Topia apre le porte della città per la prima volta dopo un anno, mandando alla carica i suoi uomini. Ballaban è incredulo: i due comandanti puntano proprio la sua guarnigione. Quando una palla di piombo lo passa da parte a parte e un dardo di balestra gli si conficca nel petto, il comandante turco si rende conto di essere appena stato sconfitto. Il Castriota esulta e incita il Topia a massacrare i Turchi, che senza il loro comandante non riescono a riorganizzarsi. I soldati ottomani, ora assediati nei loro forti (da assedianti ad assediati il passo è stato breve), offrono una resa completa in cambio della possibilità di tornare in Turchia. Questa volta, l’unico disposto ad accettare la proposta è proprio Scanderbeg, che dice agli altri “Omnia timentes nihil timent” (“quelli che hanno paura di tutto non hanno paura di nulla”), con riferimento al fatto che i Turchi sono comunque più del doppio degli Albanesi e non ha quindi senso gettarli nella disperazione più nera. Gli altri comandanti però vogliono vendetta. Uno di loro, Lek Ducaghini, dice solo “Embe ta”, traducibile come “Diamogli addosso”. Come racconta un cronista “… non gli pareva doversi usare misericordia verso l’infedeli nimici, ma quelli in pezzi tagliare”.
La carneficina ha subito inizio, ma, come previsto dal Castriota, moltissimi Turchi riescono a mettersi in salvo aprendosi la strada con la forza. Scanderbeg li guarda fuggire, ben sapendo che il Sultano tornerà a breve con un altro esercito. Anche questa volta però, nel Luglio 1467, Maometto II non riesce a prendere Croia, e procede quindi a devastare completamente ogni angolo del paese. Saccheggi, stupri, incendi ed esecuzioni di massa vanno avanti per più di due settimane, ma gli assalti improvvisi del Castriota provocano gravi perdite e costringono il Sultano all’ennesima ritirata ignominiosa.
All’inizio del 1468, giunta notizia che le milizie ottomane si stanno dirigendo, questa volta, verso Scutari, Scanderbeg prepara i suoi soldati. L’influenza lo sta fiaccando da giorni, ma monta comunque a cavallo e avanza in testa agli Albanesi, che pochi giorni dopo sconfiggono gli Ottomani.
Questa è l’ultima vittoria del Castriota. Una vittoria postuma, perché Giorgio Castriota Scanderbeg, uno dei più grandi guerrieri e condottieri del XV secolo, è morto cavalcando tre giorni dopo la partenza. I Turchi però sono all’oscuro del fatto e fuggono terrorizzati appena vedono apparire la sua cavalleria all’orizzonte.
Respinta – forse per pochi mesi – la minaccia turca, per i nobili e tutto il popolo albanese è il momento di piangere il suo eroe. I solenni funerali e la sepoltura hanno luogo nella Cattedrale di San Nicola ad Alessio. Quando gli Ottomani, anni dopo, conquistano la città, il mito dell’invincibilità del Castriota è ancora fortissimo. Alcuni di loro aprono la sua tomba e fanno a pezzi il suo scheletro per utilizzare i frammenti di ossa come amuleti dell’invulnerabilità.
Lo spirito di Scanderbeg sopravvive nei suoi compatrioti e, per dieci anni, li guida nella resistenza contro l’invasore. Quando l’Albania cede definitivamente a Maometto II, inizia uno dei periodi più difficili per il paese. I nuovi dominatori impediscono ogni espressione della cultura albanese e fanno stabilire decine di migliaia di turchi nelle città spopolate. I Cristiani subiscono le violenze e le tasse più dure. Molti di loro, per non vivere nella miseria e nel terrore del genocidio, abbracciano solo esteriormente l’islam, diventando criptocristiani. Molti, però, non vogliono rinunciare a ciò per cui hanno combattuto negli ultimi decenni.  Così, alle tre ondate migratorie verso il Sud Italia della popolazione albanese avvenute prima della morte del Castriota, ne seguono altre cinque fra il 1478 e il 1774.  A tutt’oggi gli Arbëreshë, gli Albanesi d’Italia (quasi 100.000 persone), continuano a tramandare le stesse tradizioni vecchie di secoli, al cui centro rimane la fede cristiana di rito bizantino. A parte l’adozione, nella maggior parte dei casi solo nominale, della fede islamica, gli Albanesi rimasti nella terra dei loro avi (specie nell’entroterra rurale) rimangono ostili ai governanti ottomani fino alla liberazione del paese, nel 1912.

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