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giovedì 5 ottobre 2017

L'Albania di Ismail Kadarè.

Ripubblichiamo un’intervista a Ismail Kadarè, comparsa nella sezione cultura di Repubblica.it il 19 novembre 2014. L’intervista è di Giovanni Cedrone e Liljana Maksuti.

"La dittatura temeva Dante, i gulag erano come l'Inferno". Kadarè racconta l'Albania tra passato e futuro.
(di Giovanni Cedrone e Liljana Maksuti)

Lo scrittore albanese, a Tirana per presentare il suo ultimo libro “Le mattinate al Café Rostand”, parla anche del rapporto con il dittatore albanese Enver Hoxha, suo concittadino. Al centro dei suoi pensieri il futuro europeo dell'Albania: "Per noi entrare in Europa è questione di vita o di morte".


Ismail Kadare © sindifatkoja

La sua ultima fatica letteraria “Le mattinate al Café Rostand – I pensieri parigini” si annuncia come l’ennesimo successo di un autore che può vantare milioni di copie vendute in ogni angolo del globo. Ismail Kadarè ci riceve allo Juvenilja, un elegante locale nel cuore dell’omonimo parco di Tirana, un luogo particolarmente amato dallo scrittore albanese. Un posto amato da Kadare al pari del Cafè Rostand di Parigi, città che lo ha accolto con tutti gli onori quando chiese asilo politico per protestare contro le élite comuniste albanesi ormai al crepuscolo nel lontano 1990. 
Nell'ultimo libro, quasi un'autobiografia, racconta gli episodi più significativi della sua vita: un toccante ritratto di sua madre, intime riflessioni su alcuni suoi amici poeti e scrittori come Fred Rreshpja (poeta albanese a suo giudizio autore di “tanti versi brillanti e sorprendenti” ma incapace di trovare il “proprio tempo nel grande tempo del mondo”), l’amicizia con il barone Pierre–Bordeaux Groult, uomo di cultura e direttore di giornale, convinto che il popolo albanese sia “il più europeo tra i popoli balcanici” e della necessità per l’Europa di appoggiare questa nazione “per poter emancipare la penisola balcanica”. E ancora alcune pagine dedicate “alle piccole signorine della letteratura albanese”, scrittrici albanesi di grande talento che cercano di farsi strada tra mille complicazioni nel mondo della letteratura mondiale e a cui Kadarè presta grande attenzione. Tante piccole storie che compongono il puzzle della sua vita, sempre raccontate con il suo inconfondibile stile. 
Il colloquio è l'occasione per parlare del rapporto tra l'Italia e l'Albania, un rapporto "intimo" che nemmeno l'occupazione italiana del Paese è riuscito a scalfire. Una vicinanza culturale che si manifesta anche nel grande interesse per Dante Alighieri, "più studiato in Albania che in Francia", nonostante fosse temuto dalla dittatura comunista che leggeva nel suo Inferno quasi un richiamo ai "gulag".
Lo scrittore ci riceve nello spazio del caffè riservato a lui. La sensazione è quella di entrare in un posto senza tempo, quasi come fosse uno di quei Café litteraries di Parigi dove amavano passare le loro giornate personaggi come Ernest Hemigway, Pablo Picasso, Jean Paul Sartre o Samuel Beckett. Sono anni che lo scrittore è tra i favoriti per il Nobel per la letteratura, ma anche quest’anno il prestigioso riconoscimento gli è sfuggito. Poco importa per un autore che ha scritto alcune delle pagine più belle della letteratura europea e che con la sua opera ha educato intere generazioni al libero pensiero. Al centro dei suoi pensieri c’è sempre l’Albania, il suo futuro, la speranza che il Paese possa entrare quanto prima nell’Unione europea, “una questione di vita o di morte” secondo Kadare, un passaggio decisivo per lasciarsi alle spalle gli anni difficili della dittatura e quelli altrettanto complicati della transizione, con sullo sfondo la questione del Kosovo che ha inasprito le relazioni con la Serbia, quel vicino con cui ora però è necessario collaborare se l'Albania vuole entrare “nella grande famiglia delle nazioni europee”, come ama ripetere.


























































La Fiera del libro di Tirana è stata l’occasione per presentare la sua ultima fatica letteraria, Le mattinate al Café Rostand. Di cosa tratta?
E’ un libro scritto di getto con le mie riflessioni. Ci sono alcuni pezzi letterari tratti dai miei appunti, delle sinossi, dei pensieri, delle bozze. Opere che non ho potuto scrivere prima e che non so se avrò tempo di scrivere. E’ difficile dare una definizione di questo libro.
Lei è noto in tutto il mondo per alcune delle pagine più belle della letteratura mondiale del ‘900 e degli ultimi decenni, da “Il generale dell’Armata morta” a “La città di pietra”, da “La Piramide” a “La figlia di Agamennone”, solo per citarne alcuni. Dove trova l’ispirazione per le sue opere? 
Nessuno scrittore risponderà mai a questa domanda con la verità. Questi sono i segreti che appartengono alla grande famiglia degli scrittori. Sappiate che quando uno scrittore parla di queste cose non dice mai la verità, perché, anche volendo, non la possono dire.
Chiedere ad uno scrittore quale tra le sue opere preferisce è un po’ come chiedere ad un genitore qual è il suo figlio prediletto. Ma c’è un’opera alla quale si sente più legato?
Sinceramente non lo so. A volte mi sento più vicina ad una, a volte ad un’altra. Per gli scrittori ci sono opere che hanno uno straordinario successo e altre che hanno meno fortuna. In realtà il libro che mi ha portato più fortuna, uno dei miei primi romanzi, è un libro che apprezzo mediamente. Ovviamente sono riconoscente a questo libro, ma non è lui il migliore che ho scritto.
La storia e la geografia hanno fatto sì che Italia e Albania, collocate al centro del Mediterraneo, abbiano avuto sempre un rapporto molto stretto. Oggi come vengono percepiti l'Italia e gli italiani in Albania?
Il pensiero degli albanesi verso l’Italia è un pensiero molto intimo. L'Italia è un nostro vicino, da più di mille anni è collegata con l’Albania. Io ho da tempo manifestato una certa scontentezza per l'atteggiamento dell'Italia verso l'Albania, non ha avuto una risposta adeguata. Sono due paesi uno di fronte all'altro. Hanno collaborato 100 volte, con principi e con eserciti. Alla fine è successo che gli italiani sono sbarcati in Albania. Per gli italiani era una “unione”, una parte degli albanesi l’ha considerata "occupazione", anche se non mancavano albanesi che la pensavano come gli italiani. La storia è nota. Con il passare del tempo la visione di questa vicinanza è mutata e da parte dell’Italia c'è stata negligenza verso questo Paese vicino. Un Paese che per quattro anni è stato unito all’Italia: Vittorio Emanuele III era “Re d’Italia e d’Albania” e “imperatore d’Etiopia”. Questa complicazione storica avrebbe inevitabilmente creato dei problemi. Io penso che la parte albanese sia stata sempre bendisposta verso la parte italiana. Sottoscrivo questa tesi. Il popolo albanese conosce molto bene la cultura italiana (la pittura, la musica, la letteratura), e una complicazione politica (l’occupazione) non ha modificato questa cosa, cioè l'interesse verso l’Italia. Per esempio Italia e Albania, unite, avevano un Re e quindi un grande poeta ufficiale: questo era Dante Alighieri. Con la dittatura comunista ci si poteva aspettare un raffreddamento dell'attenzione verso Dante. L’Albania è il paese ex comunista dove Dante Alighieri è più studiato. Addirittura Dante Alighieri è più studiato in Albania che in Francia. Questo amore che non cambia per la politica o per un’occupazione è una grande cosa. L’opera completa di Dante Alighieri è stata tradotta tre volte durante il comunismo in Albania. Dante è uno scrittore che ha messo in difficoltà il comunismo. L’Inferno di Dante veniva paragonato ai gulag comunisti e ciò lo rendeva poco gradito ai regimi comunisti, perché l’essenza della sua opera era la punizione del crimine: chi commette il crimine deve pagare. Per questo il comunismo non lo amava. Nonostante questo è stato tradotto in Albania. Io penso che l’Italia avrebbe dovuto essere più attenta verso l'Albania. Doveva aiutarla. Come ha fatto la Francia con l'Algeria, da sempre molto sensibile verso la sua ex colonia, nonostante fosse lontana, in un altro continente e di religione musulmana. Noi abbiamo un'importante comunità albanese in Italia, il Paese con noi si è comportato molto bene. Ma durante il comunismo l’Italia sapeva cosa stava accadendo in Albania, avrebbe dovuto interessarsi molto di più. L’Italia si interessa a Paesi molto lontani come Madagascar, Angola e altri, ma non all’Albania. Io a volte vedo dei documentari italiani sulla Seconda guerra mondiale e in alcuni viene dedicato non più di trenta secondi all’occupazione italiana dell’Albania nel 1939 operata da Mussolini.
All’Académie des sciences morales et politiques di Francia lei ha preso il posto di uno dei massimi esponenti del pensiero liberale del ‘900, Karl Popper. Che effetto le ha fatto sostituire un personaggio così importante? E’ stata una responsabilità?
In primis voglio dire che non la considero una responsabilità. La seconda cosa è che gli scrittori hanno una caratteristica: non vengono eletti dal popolo come i politici. Da questo punto di vista gli scrittori rappresentano se stessi e non hanno nessuna responsabilità, si può dire che uno scrittore è un ‘irresponsabile’. Naturalmente sto scherzando. Sicuramente per me è stato un grande onore essere eletto al suo posto. Karl Popper oltre ad essere un grande filosofo era una persona simpatica, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. E' stata una coincidenza che io fui eletto proprio al suo posto. Voglio chiarire: i posti nell’istituto francese sono limitati ed è stato un grande onore che l’Albania tramite me abbia avuto un posto in questa sede. In tutto i membri stranieri sono 12: è stata una casualità che sia toccato a me.
Non si può dire che le manchi la modestia…
Non è modestia. Perché chiamarla così? Non accetto il concetto di modestia riferito agli scrittori. In Albania durante il comunismo si utilizzava molto spesso la parola ‘modestia’ riferita ai letterati. Lo Stato voleva gli scrittori sottomessi, con la ‘testa bassa’, e ripeteva in continuazione: “dovete essere modesti”. Quella della ‘modestia’ era una delle direttive principali date da Lenin.
Peter Morgan nel suo libro “Ismail Kadarè, The writer and the dictatorship 1957-1990” paragona il suo rapporto con il dittatore albanese Enver Hoxha a quello tra due maestri di scacchi impegnati in una difficile partita. Si riconosce in questo paragone?
Non mi sembra un paragone esatto. Non solo nel mio caso, ma in generale tra uno scrittore e un dittatore non può esserci nessun tipo di legame. L’unico legame tra di loro è solo il fatto che sono tutti e due ‘tiranni’, ma uno vero e l’altro falso. In realtà per uno scrittore il dittatore è un falso tiranno. Lo dico in generale: la coscienza di uno scrittore non lo può accettare. Le racconto due aneddoti sul rapporto tra me e Hoxha: siamo tutti e due della stessa città (Argirocastro, ndr), dello stesso quartiere e addirittura dello stesso vicolo che ha un nome davvero strano: “Vicolo dei pazzi”. Questo è un dato di fatto, lei può verificare se vuole. Durante il regime un giornalista svedese, scherzando, ha scritto: i due albanesi più famosi del mondo provengono dallo stesso vicolo che si chiama “Vicolo dei pazzi”. Una battuta pericolosa per l’epoca. Ma che spiega tanto. Quest’altro episodio è accaduto a mia figlia: lei, genetista, ha partecipato anni fa ad un congresso medico internazionale conclusosi con un ballo come da abitudine. Ballò con uno sconosciuto collega straniero che gli chiese: “Lei da dove viene?”. Mia figlia rispose: “Vengo dall’Albania”. Il tizio si scusò poiché non conosceva nulla dell’Albania. Dopo un po’ aggiunse: “Mi sembra di aver sentito qualcosa. Voi avete avuto nel vostro Paese un dittatore molto feroce”. “Sì”, rispose mia figlia. Lui continuò: “Lo vedi che so qualcosa del tuo Paese? Mi viene persino in mente il suo nome: Ismail Kadarè”. Mia figlia, ridendo, disse: “Questo non può essere vero perché Kadarè è mio padre”. Il seguito si capisce da sé.
Cosa ha significato fare lo scrittore sotto un regime dittatoriale come quello albanese?
Secondo il mio parere non è così inaspettato come può sembrare. La maggior parte dei regimi del mondo è stata, se non proprio dittatoriale, almeno molto dura. La letteratura si è abituata a questo.
L’attuale premier albanese Edi Rama le ha proposto di diventare presidente della Repubblica d’Albania, ma lei ha rifiutato. Perché?
Rama non è stato l’unico a propormi per la presidenza della Repubblica, anche altri me l’hanno proposto. Ormai è diventata un’abitudine. Sapendo che non avrei accettato, per loro era facile farmi questa proposta. Un incarico del genere non è nella mia natura. Lo scrittore non è un essere democratico, lo scrittore è un essere solitario, lavora con la propria testa. Ciò va bene per la letteratura, ma non per la democrazia, io per lo meno la penso così.
Negli ultimi anni la sua produzione letteraria si è concentrata sulle questioni balcaniche, e in particolare sul tema del Kosovo. Il libro “Sui crimini nei Balcani” racconta con precisione e puntualità la drammatica vicenda del Kosovo che ha avuto come epilogo la nascita dello stato kosovaro. Per chi guarda dall’esterno a quei drammatici avvenimenti è difficile capire come sia potuto maturare tanto odio in quella terra. Lei che risposta si è dato?
E’ vero, è una nostra sfortuna comune. Forse ha le proprie radici in una situazione anomala della penisola balcanica. Tra le tre penisole del sud Europa, quella iberica, quella italiana e i Balcani, i più sfortunati sono stati proprio i Balcani perché, pur facendo parte dell’Europa, per cinque secoli ne sono stati staccati per poi riunirsi a lei come un figlio sconosciuto che torna dalla propria madre. Secondo me tutto ciò ha creato questa anomalia che ci fa vergognare tutti. Un giorno questo odio scomparirà dai Balcani. E’ ineluttabile. La civiltà europea è caduta proprio lì dove era iniziata. 
In diversi saggi lei parla a lungo della rivalità serbo-albanese, una rivalità che ha origini antiche e che, come dimostrato da quanto accaduto a Belgrado durante la partita di calcio Serbia-Albania, è ancora lontana dallo spegnersi. Riusciranno queste due nazioni ad avere prima o poi un rapporto di buon vicinato?
Secondo una cultura umanitaria io dovrei rispondere: sì, arriverà quel momento. Sarebbe bello dire così. Ma da un punto di vista ‘irresponsabile’ penso che questo arriverà solo grazie ad una pressione internazionale. Ciò per me è una fortuna. I piccoli Stati non devono diventare servili verso i grandi, ma è opportuno che in alcuni casi obbediscano. Un atteggiamento deciso dell’Europa occidentale sarebbe salutare per tutta la penisola perché l’essenza del problema (che consiste in quel distacco dei Balcani dall’Europa) è il successivo ritorno in Europa. Alcuni pensano che sarebbe un lusso essere europei. Ma per l’Albania entrare in Europa è questione di vita o di morte. Per l’Albania e per tutti i Paesi balcanici. Si salverà il primo che riuscirà a capirlo.
Non trova un paradosso che l’Albania e i Paesi balcanici vogliano entrare in Europa proprio ora che l’Ue sembra in crisi?
Lo so. Ma una crisi continentale è una cosa diversa da una crisi dei Paesi più piccoli. Io, come si dice, non vivo un ‘idillio’ per l’Europa. Io so com’è l’Europa. Ma io difendo sempre la tesi che noi balcanici dobbiamo essere europei con le cose buone e meno buone dell’Europa, perché dobbiamo riconoscere che questa civiltà ha cose buone e meno buone.
In questi ultimi mesi le cronache internazionali sono state riempite dai drammatici fatti del Medio Oriente. L'orrore degli ostaggi decapitati, dei cristiani e degli Yazidi in fuga dalle loro terre, le donne violentate e vendute. Come può difendersi il mondo da questa minaccia?
Ci sono alcuni tipi di minacce da cui il mondo può difendersi solo con una tenacia molto forte, non bisogna essere aggressivi ma bisogna essere decisi nel difendersi. Perché quando due forze si scontrano quella che è più civile è più debole, o, per meglio dire, sembra essere più debole. Il forte, l’incivile, il cattivo comprende la propria “pazzia” come una forza. 
A settembre in Kosovo sono state arrestate 15 persone sospettate di terrorismo e di attività legate all'estremismo religioso e al reclutamento di integralisti islamici disposti a combattere a fianco dell'Is e di Al Nusra in Siria e Iraq, mentre solo poche settimane fa scritte inneggianti all'Is sono comparse sui muri di cinta del monastero ortodosso di Visoki Decani nell'Ovest del Kosovo. Crede che il proselitismo dell'estremismo islamico possa esercitare influenza sui giovani del Kosovo e dell’Albania?
Si, credo un’influenza limitata e per un periodo di tempo limitato. Sarà solo un’ondata di passaggio. Un accumulo di incomprensioni. Alcuni offrono la spiegazione del disagio sociale ma io non credo a questo perché le cause sociali vengono ingigantite là dove non si vuole vedere la verità.
Lo scorso 9 novembre tutta l’Europa ha ricordato il 25esimo anniversario del crollo del Muro di Berlino. All’epoca l’Europa si avviava verso la fine della guerra fredda ma oggi con la crisi Ucraina sembra stia riprendendo un processo di allontanamento tra la Russia e l’Occidente. I Paesi dell’Est, soprattutto i Baltici e la Polonia, temono molto l’attivismo del presidente russo Putin. Lei crede che questo possa rappresentare una minaccia per la pace mondiale?
Si, è possibile. Ma dipende dalla strategia della risposta, da come risponderà l’Occidente.
Che idea si è fatto di Putin?
Purtroppo il popolo russo tollera tali leader, perché risvegliano illusioni. Bisogna cercare di capire la Russia: è stata un grande Paese e vuole tornare al grande prestigio del passato. Come mai la Russia vuole riguadagnare il suo antico prestigio? E’ così prezioso? Che senso avrebbe per un paese grande tre volte l’Europa ritornare all’antico prestigio? E’ una sfortuna ‘geografica’. L’umanità deve trovare un modo per evitarlo, è una sublimazione per un paese che è 300 volte più grande di un altro paese.
Qualche mese fa il presidente russo Vladimir Putin ha paragonato la scelta della Crimea di aderire alla Federazione russa alla vicenda che ha portato all'indipendenza del Kosovo. Secondo lei è possibile tracciare un parallelo tra queste due vicende?
Non credo, non si può fare un parallelismo. Il Kosovo è un caso molto chiaro. E’ un popolo continuazione di un altro popolo e della stessa storia. Io non credo che la Crimea sia la continuazione della Russia, è un caso molto diverso.
Pensa che un giorno il Kosovo possa unirsi all’Albania?
Non è escluso, ma questo non è il programma dell’Albania. Non abbiamo posto tale questione. L’adesione dei Balcani all’Europa è troppo importante. L’Albania e il Kosovo (o l’unione dei due Stati), entrando nella grande famiglia delle Nazioni, troveranno in modo naturale la miglior soluzione. Sinceramente non posso prevedere quale soluzione sarà trovata, ma essendo il Kosovo attaccato all’Albania, avendo la stessa storia, la stessa lingua e una comune morale storica non c’è altra soluzione. Ma questo accadrà quando non sarà così importante.
A giugno l’Albania è diventata ufficialmente uno Stato candidato ad entrare nell’Unione Europea. Lei più volte ha sottolineato in passato l’importanza di questo passaggio e ha raccontato delle resistenze interne che ci sono state sul cammino verso l’Europa dell’Albania. Ci sono ancora queste resistenze?
Sfortunatamente si. Ci sono, ma sono isolate, limitate, sono fuori tempo, senza logica, senza nessuna ragione.
Nel libro “Sui Crimini nei Balcani” si può leggere anche un importante scambio epistolare tra lei e i più grandi personaggi della storia mondiale recente. Molto toccante la lettera inviata da lei a Papa Giovanni Paolo II, proclamato santo pochi mesi fa. Che ricordo ha di Karol Wojtila?
Papa Wojtila era molto vicino all’Albania e a tutti i Balcani per due motivi: in primis perché portava un'aspirazione europea nei Balcani in un universo in cui l’aspirazione europea era vista come nemica. Inoltre portava allo stesso tempo una dissidenza interna al comunismo. Lui comprendeva benissimo i Paesi ex comunisti, questo all’epoca aveva una grande importanza. Papa Wojtila è profondamente nella nostra memoria.
Papa Francesco ha effettuato il 21 settembre il suo primo viaggio apostolico in Europa proprio in Albania e ha indicato il suo Paese come esempio di pacifica convivenza tra le fedi. Su cosa si basa l’armonia religiosa in Albania?
Questa è una vera e concreta armonia, non una metafora. Non è una visione rosea, ma una realtà. Gli albanesi prima di sposarsi non chiedono la fede religiosa del coniuge, ma la domandano solo dopo il matrimonio. Né sono interessati alla fede religiosa del presidente della Repubblica o del premier. In questi fatti io trovo la concretezza dell’armonia.
Persino negli Stati Uniti la fede dei candidati alla presidenza ha una certa rilevanza in chiave elettorale…
Questo è vero. Per esempio negli anni '30, quando esisteva una forte rivalità politica tra monarchici e repubblicani, nessuno sottolineava che l'avversario del Re fosse un vescovo. Ma ciò non aveva nessuna rilevanza. Fan Noli era il vescovo dell’Albania, era rivale del Re, ma nessuno chiedeva quale fede professasse. Mi sono sempre interessato a Fan Noli,perché lui faceva parte della grande famiglia degli scrittori. Tuttavia la sua carica vescovile non era né la sua forza né la sua debolezza. Fan Noli non ha mai fatto leva sulla religione come strumento per vincere o perdere le sue battaglie politiche. 


lunedì 19 giugno 2017

Villa Badessa, l'enclave albanese in Abruzzo.

(di Ragno Anna Maria)
Una leggenda racconta che i profughi albanesi, nel trasportare la loro preziosa icona della Madonna Odigitria (dal greco “Colei che indica la Via, la direzione”), furono rallentati dalla sua pesantezza fino a che non divenne così pesante da non poter essere più spostata oltre e rimasero bloccati proprio nel luogo dove ora sorge il paese: Villa Badessa nacque così.

Nucleo familiare di Villa Badessa in abito tradizionale (1912). Foto dell'Associazione culturale Villa Badessa.

Decima delle undici immigrazioni albanesi in Italia dal sec XV al sec XVIII, Villa Badessa, fraz. di Rosciano (Prov. Di Pescara), costituisce in terra d'Abruzzo una rara oasi orientale. I profughi albanesi, provenienti dall'Epiro trovarono ospitalità nel Regno di Napoli all'Epoca di Carlo III Borbone, che offrì loro i terreni ereditati dalla Madre Elisabetta Farnese in tenimento di Penne-Pianella. Alle prime 18 famiglie albanesi, che raggiunsero il territorio Abruzzese nell' anno 1743, esuli dal villaggio costiero di Piqeras vicino a porto Edda (provincia di Himarë), in conflitto con il vicino villaggio di Borsh, diventata a causa turca di religione a maggioranza musulmana,  si aggiunsero nel 1748 altre 5 famiglie da Lukove, Klikùrsi, Nivica, Shën Vasilj e Corfù.

Luigi del Giudice, costume della Villa Badessa (fine XVIII sec.).

Il rito e la chiesa.
La chiesa di Villa Badessa è parte integrante dell’Eparchia di Lungro, in cui si celebrano le funzioni con rito greco bizantino del Tipicòn di Costantinopoli. L'istituzione di questa parrocchia nel 1744, fu il primo atto pubblico dell'insediamento della colonia albanese in Abruzzo.  
La chiesa è dedicata alla Theotocos Assunta in cielo (Kimisis) ed è dotata di una  Ikonostasi con 75 preziosi dipinti su tavola dal sec. XV al sec. XX, tutte restaurate dal Ministero dei Beni Culturali e riconosciute, inventariate come opere storico-artistiche di interesse internazionale e tali da costituire una rara e unica Collezione in tutta l'Europa Occidentale.
In questo raro documentario, Lino Bellizzi (morto nel 2002), papàs di rito bizantino della Chiesa S. Maria Assunta di Villa Badessa dal 1957 al 2000, celebra un matrimonio con il rito greco bizantino.

martedì 13 giugno 2017

Nje virgjereshe e betuar: dalla vergine giurata di Edith Durham alla bocha posh dell'Afghanistan.

Ancor prima dell’antropologa Antonia Young (2000) con il suo libro “Women who become men” e di Elvira Dones in Hana, il romanzo pubblicato in Italia con il titolo di “Vergine giurata, edizioni Feltrinelli (2007), delle “vergini giurate” aveva già scritto nei primi del ‘900 anche Edith Durham, una viaggiatrice e scrittrice inglese nota per i suoi appunti antropologici di vita in Albania nei primi anni venti del Secolo scorso. 

Nje virgjereshe e betuar. Foto Edith Durham, 1908.

La “burnesha” o “virgjinesha” è la donna che al sopraggiungere della maturità sessuale decide di vivere come un uomo. Una decisione legata più all’identità sociale che alla sessualità. Fa voto di verginità con un giuramento pubblico e ottene, quindi, il permesso di vivere come un uomo. Per questo, si attribuisce un nome maschile, si veste con abiti maschili, porta i capelli corti, possiede un’arma, fuma e beve alcol, svolge lavori maschili e, in alcuni casi, ricopre il ruolo di capofamiglia. Tutte cose un tempo proibite alla donna che, per tradizione, aveva ridotte capacità decisionali, non aveva diritti sui beni della famiglia e sui figli, ed era esclusa dalle faide del clan.
Questa pratica non è scomparsa e ancora oggi, nelle zone montagnose dell’Albania settentrionale, si possono incontrare alcune “burneshe”. Secoli d’isolamento, per via delle zone impervie dei territori, hanno permesso che quest’usanza tribale, arcaica, persistesse sino ai giorni nostri. Un fenomeno sociale che si sta, tuttavia, progressivamente estinguendo: le “Virgjineshe” sono, infatti, ora, circa un centinaio, e sono quasi tutte anziane.
Il giuramento.
Come già detto, l’assunzione del ruolo sociale di uomo era condizionato dal giuramento di “castità totale” (la rinuncia al matrimonio, ai figli, al sesso), espresso davanti ai 12 uomini più influenti del clan di appartenenza. Per le donne che venivano meno al giuramento era prevista l’uccisione, persino attraverso il rogo. Questa regola era codificata dal Kanun, che riconosceva il diritto alla donna di proclamarsi uomo, di comportarsi come uomo e di acquisire tutti i diritti riservati esclusivamente agli uomini, soltanto nel caso in cui questa avesse rinunciato per sempre alla propria sessualità e femminilità. Dal momento del giuramento, la “burnesh” (dall’albanese burré=uomo) acquisiva tutti i diritti che il “Kanun” attribuiva agli uomini: diventava il patriarca della famiglia, mangiava con gli uomini nella stanza dove alle donne era proibito restare, acquisiva il diritto di vendere, comprare e gestire le proprietà familiari, poteva lavorare i campi e prendersi cura del bestiame, possedere il fucile, partecipare alla vendetta tra clan. Aveva, infine, diritto di voto nel consiglio dei saggi del villaggio.  
L’origine del fenomeno.
L’origine del fenomeno delle burneshe, prevalentemente diffuso nelle zone montuose del nord dell’Albania e in Kosovo, ma anche in Serbia, Montenegro e Bosnia e in altre aree dei Balcani occidentali, risale al XV secolo, e nasce come reazione alle regole imposte dal Kanun, l’ antico codice consuetudinario, che aveva codificato un sistema familiare di tipo “patrilineare” (la trasmissione della ricchezza e dell’autorità seguiva la linea maschile) e “patrilocale” (la donna, quando si sposava, si doveva trasferire nel villaggio del marito). La famiglia era basata anche sul clan, e i matrimoni erano spesso uno strumento per stabilire alleanze tra i vari clan.
Le famiglie senza presenze maschili erano considerate come dei paria. Di conseguenza, alcune donne si trovavano, per necessità, ad assumere il ruolo sociale di uomini. Quando in una famiglia nascevano, ad esempio, solo femmine, una di queste assumeva un’identità maschile e diventava una “burnesha”. Questo le consentiva di prendere decisioni al posto del padre anziano o assente, di avere voce in capitolo sulle proprietà della famiglia, sui membri della famiglia e di decidere sui matrimoni - quasi sempre combinati - delle sorelle. Capitava anche che i figli di una famiglia, di solito numerosa, perdessero entrambi i genitori o il padre. In questo caso, una delle figlie più grandi diventava una “burnesh”, assumendo così la patria potestà sui propri fratellini e sorelline.
Le ragioni.
Le donne diventavano “vergini giurate” per “libera scelta”, quando volevano raggirare le privazioni e i soprusi dovuti al fatto di essere donna, celare il proprio lesbismo, poter vivere sole, o per “necessità”, vale a dire per sfuggire ad un matrimonio combinato, nel caso in cui malattie o faide avessero decimato tutti gli uomini della famiglia, in assenza nel nucleo familiare di figli maschi. In quest’ultimo caso, spesso il padre spingeva una delle figlie a farsi uomo.
La conversione di una donna in un uomo soddisfaceva, innanzitutto, la necessità socio-economica di avere in famiglia la presenza di almeno un maschio, l’unico che poteva godere di quei diritti che non erano trasmessi “in linea femminile” (linja e tamblit).
Farsi “vergine giurata” era anche un modo per evitare la vendetta: se una ragazza di un clan rifiutava il fidanzato di un altro clan che le era stato destinato, l’orgoglio ferito dell’uomo rifiutato era causa di vendetta tra i due clan. Se, invece, la donna faceva voto di castità e rinunciava alla propria femminilità, l’obbligo di vendetta veniva annullato.
Bacha posh.
La pratica di travestire le ragazze come ragazzi è tuttora diffusa in certe zone dell'Afghanistan e del Pakistan, in cui le famiglie prive di figli maschi inducono per l'appunto una delle loro figlie femmine a vestirsi e comportarsi come se fosse un ragazzo. Questa pratica, così simile a quelle delle virgjereshe e betuar descritte già da Edith Durhan nei primi del 900, permette alla famiglia d'evitare lo stigma sociale associato al fatto di non aver figli maschi.
In Afghanistan e Pakistan vi è, infatti, una forte pressione sociale perché le famiglie abbiano un figlio maschio che possa portarne avanti il nome ed ereditare la proprietà paterna; ma in mancanza di un figlio i genitori possono decidere di vestire e far vivere una delle loro figlie come un maschio, favoriti anche dalla credenza che questo fatto renderà più probabile per la madre partorire in seguito un vero figlio maschio. Lo scopo di una tale pratica non è quello d'ingannare le persone, in quanto saranno tutti perfettamente consapevoli che il "bambino" è in realtà una femmina.
All'interno della famiglia occuperà uno status intermedio in cui continuerà ad essere trattata né completamente come una donna né completamente come un uomo, non avrà in ogni modo l'obbligo di eseguire le faccende domestiche, ma nella sua qualità di Bacha posh sarà più facilmente in grado di frequentare una scuola, muoversi liberamente in pubblico, scortare le sorelle nei luoghi ove queste non possono recarsi senza essere accompagnate da un maschio e fare sport.
Diversamente dalle burnesha, lo status della bacha posh solitamente si conclude nel momento in cui ella entra nella fase della pubertà.


 (Grazie all'amica giornalista e mediatrice culturale Emanuela Frate)

giovedì 8 giugno 2017

Dashurija ime për vendin ku u isha një fëmije.

(di Elsa Musacchio)
Portocannone. Foto Elsa Musacchio.
Sto seduta davanti al computer e non so come iniziare a raccontare quello che ho provato quando le prime case del paese si sono presentate davanti ai miei occhi. E' stata un'emozione grandissima che mi ha fatto battere il cuore in modo incredibile. Ero finalmente a casa! Nella casa della mia infanzia dove tutto era fantastico. Le corse per le strade e le amiche con le quali si correva in mezzo al brecciolino e ai carri. Sì, ora andiamo tutti in macchina ma, allora il carretto e il cavallo erano i nostri mezzi di spostamento. Si andava al mare col carretto e il telo che serviva per la raccolta delle olive diventava l'ombrellone. E noi tutti eravamo felici per quel poco che avevamo. 
Prima visita a mia cugina Filomena alla quale sono legatissima perché è l'unica forse, che ha tenuto il contatto con la mia anima arbëresh. Agli altri parenti voglio bene ma, sinceramente, li sento un po' estranei. L'ho trovata provata nel fisico ma ha conservato una mente sveglia. 

Elsa con l'amica Cristina.

La Madonna si Costantinopoli. Foto Musacchio
Seconda tappa dalla mia amica Cristina Acciaro. Donna impegnatissima ma sempre disponibile.. Ho portato i miei amici nella nostra chiesa davanti alla nostra Madonna. Anche lì quanti ricordi! Piccolissima fra i banchi stentavo a rimanere tranquilla durante la funzione e le suore, allora sempre presenti nella nostra educazione, mi rimproveravano il giorno dopo dicendo che in chiesa serviva umiltà e decoro. Come si fa a parlare di umiltà e decoro a bambine piccole che andavano dalle suore per il ricamo? A nessuno interessava stare lì seduta quando fuori c'era il sole e la campagna. Infatti spessissimo scappavamo nei campi dove era possibile giocare in mezzo alle piante e salire sugli alberi come ragazzacci, così diceva mia madre. Per la prima volta ho pregato la Madonna forse perché il fisico si è indebolito e i problemi di salute sono tanto per cui bisogna solo sperare di cavarsela. L'ho guardata con altri occhi e mi è sembrato di vederla per la prima volta E' bella e sembra che ti sorrida quando dici una preghiera. Sono uscita emozionata. Alla prossima puntata vi parlerò di come ho vissuto l'attesa per l'arrivo dei carri.
Riprendo a scrivere e a parlare della corsa dei carri . La carrese è l'anima del paese. I buoi corrono ma corrono anche le persone che aiutano i buoi a raggiungere il traguardo per primi.Quando il carro vincitore arriva in paese si alza un boato che penetra si nelle orecchie ma arriva fino al cuore. Una volta, prima dell'arrivo e della partenza dei carri la gente mormora in albanese " Shëmërija ju bakoftë". E' il profano che entra nel religioso perché la frase vuole dire" La Madonna vi benedica". 

Una vecchia foto della Carrese di Portocannone. Autore sconosciuto.
La paura insieme all'eccitazione si tagliava col coltello e famiglie intere aspettavano "Qerret" per vedere i loro cari sani e salvi. Ogni famiglia era rappresentata o dal cateniere o dai cavalieri o dalle persone sopra il carro. Non esistevano più gjërit, miqtë e gjitanija perché quello che importava era il carro che portava integri i partecipanti che poi avrebbero avuto l'onore di portare la Madonna in processione il giorno dopo. 
Io seguivo papà, che essendo stato un cateniere, era il primo ad arrivare in piazza. Allora il carro vincitore doveva entrare attraverso la porta e fermarsi sui gradini della chiesa. Papà mi metteva sulle spalle per farmi vedere meglio l'arrivo. Era mutilato di guerra ma, nonostante la gamba di legno, restava fermo "si lisi" come un albero. Era alto e forte e noi lo adoravamo. Ricordo una volta, quando i carri arrivarono quasi insieme ma vinsero i giovani, papà corse dall'amico cateniere, lo abbracciò e disse" Bërët mirë". Poi mi portò al BAR e mi offrì il gelato.
Lasciamo i ricordi e torniamo al presente. Verso le tre eravamo in piazza in tempo per la benedizione dei carri e per andare al Comune dove avevamo deciso di assistere alla corsa. La corsa! Erano anni che non vedevo i carri correre! 
Mi sono venute in mente le storie che raccontava papà,eravamo in attesa sotto il sole, quando lui, giovane e forte, tirava la catena che aiutava il carro ad andare per la giusta strada. Come ricordo aveva perso le prima falange del dito medio ed anulare della mano destra, perché i buoi avevano avuto uno scatto e lui si era trovato con la catena che stringeva le dita. Papà lo mostrava come un punto di forza e ci ha insegnato ad amare la carrese, perché è non solo la tradizione ma l'anima del paese. 
Abbiamo aspettato l'arrivo insieme a Cristina Acciaro con il cuore in gola. Speravo che i colori fossero giallo e rosso e così è stato. Corsa strana, due carri rovesciati ed arrivati in ritardo. Applausi per tutti e niente risposte alle piccole miserie che uscivano dalla bocca degli sconfitti. Il video che è stato postato ha risolto il mistero. Oggi con calma mi sono abbandonata ai ricordi. Perdonatemi se ho scritto troppo e vi ho annoiati.

venerdì 2 giugno 2017

Il Borsci San Marzano, l'Elisir arberesh.

(di Anna M. Ragno) 
Nel 1840 nel comune di San Marzano di San Giuseppe, il liquorista Giuseppe Borsci, originario di Borshi in Albania, ispirandosi ad un'antica ricetta ereditata dai suoi avi, perfeziona e inizia a produrre il suo Elisir, ponendo fin dalle origini sulla storica etichetta gialla la dicitura "Specialità Orientale" insieme all'aquila bicipite caratteristica del Paese d’origine.
Tutta la storia, quindi, inizia quando il signor Giuseppe Borsci decide di creare un Elisir liquore dal gusto unico ed inconfondibile, facendolo diventare ben presto uno dei liquori più apprezzati in Italia e all'estero.
Dopo moltissimi anni trascorsi a San Marzano, la famiglia Borsci decide di ampliare l'azienda con un nuovissimo impianto all'avanguardia a Taranto. L'Elisir San Marzano Borsci si tramanda così da generazione in generazione, crescendo e diventando una SpA.
Dopo il fallimento dell’azienda, avvenuto nel 2012, lo stabilimento storico dell’industria liquori Borsci di Taranto, viene gestito dal Gruppo CAFFO, nota per la produzione del Vecchio Amaro del Capo. L’azienda calabrese nel 2013 ha ripreso a produrre e commercializzare il più famoso liquore arbereshe, secondo la ricetta ariginaria, che prevede l'utilizzo di spezie come la noce moscata, la cannella, i chiodi di garofano, il fieno greco, il coriandolo, la preziosa mirra e lo zafferano. 
La nomina di Egidio Borsci - quarta generazione della famiglia - a direttore di produzione dello stabilimento di Taranto, dimostra che la nuova gestione si è posta in continuità con la storia e la tradizione del noto liquore nato nel comune arbereshe più grande d’Italia.

mercoledì 24 maggio 2017

Carmine Abate e la polenta con la nduja.

Il banchetto di nozze ed altri sapori” (Mondadori 2016) è l’ultima fatica dello scrittore di Carfizzi, che anche in questo libro, attraverso i sapori, gli odori e i cibi delle terre e delle case della propria vita, riesce a coniugare senso di appartenenza e cultura arbereshe, con la libertà di appartenere alla somma delle proprie conoscenze ed esperienze.
Carmine, che da oltre dieci anni vive nel Trentino, dove esercita la professione di insegnante, ha scelto di vivere per addizione e di appartenere tanto al Nord quanto al Sud del Mondo, tanto alla terra che lo ha accolto, quanto all’Arberìa che lo ha generato. Il suo destino è quello di sentirsi straniero quasi dappertutto, ma ha deciso di non vivere per sottrazione, ma anzi sommando identità, conoscenze, ricordi, sapori e odori.
La sua cifra stilistica è sempre quella dei raccontini un po’ autobiografici, misurati, talvolta affettuosamente comici, a tratti sognanti, che raccontano appunto progressive «addizioni» di paesaggi, sapori, abitudini.


La sinossi del libro.
C'è un incontro quotidiano che scandisce e rende più bella la nostra vita, che ci sa sorprendere creando connessioni inattese e meravigliose. L'incontro con il cibo. E anche il destino del protagonista di questo libro è intrecciato con le pietanze "saporitòse" di cui si nutre, dalla nascita in Calabria alla maturità nel Nord. Il cibo è identità e qui diventa motore del racconto: un'appassionata storia di formazione attraverso i sapori e le fragranze che rinsaldano il legame con le origini, accompagnano il distacco dalla propria terra, annunciano il brivido dell'ignoto. Ecco dunque le tredici cose buone del Natale, i piatti preparati con giorni di anticipo, che lasciavano intuire all'autore bambino il ritorno imminente del padre dalla Germania. E poi, nell'adolescenza, nuovi appetiti che troveranno soddisfazione nella letteratura: libri prelibati che trasformano l'autore in un lettore onnivoro. Quando toccherà a lui abbandonare il paese per un impiego in Germania, dove incontrerà la donna della sua vita e poi con lei deciderà di stabilirsi in Trentino – a metà strada tra i loro mondi d'origine –, sarà ancora un piatto a celebrare la nuova vita: la polenta con la 'nduja, sintesi perfetta di Nord e Sud. Carmine Abate racconta il legame con la terra – la fatica che comporta, ma pure le dolcezze, l'incanto – e poi gli affetti, i sogni e i successi di chi sperimenta luoghi e sapori lontani, scegliendo di vivere, sempre, per addizione. E lo fa con un libro straordinario, che si divora d'un fiato ed è capace di realizzare una prodigiosa armonia tra i sensi, con gli occhi che leggono e trasmettono al cervello i sapori del cuore.
Carmine, che per il romanzo “La collina del vento” ha vinto il premio Campiello nel 2012 e ben due volte il premio Arberia (per il libro “I germanesi (1984) e l’opera omnia nel 2006), è autore di numerosi racconti, romanzi e saggi prevalentemente incentrati sui temi dei migranti e degli incontri tra le culture.
Ha pubblicato, fra gli altri, i seguenti romanzi:
  • La festa del ritorno (Mondadori, 2004, nuova edizione riveduta 2014) vincitore del "Premio Selezione Campiello".
  • Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006, Oscar 2007).
  • Gli anni veloci (Mondadori, 2008).
  • Nel 2010 scrive il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori) e la raccolta di poesie e prose Terre di andata (Il Maestrale).
  • La collina del vento (Mondadori, 2012) ha vinto il premio Campiello 2012. Sempre nel 2012 pubblica, Le stagioni di Hora (Mondadori) che comprende tre romanzi "Il ballo tondo", "La moto di Scanderbeg" e "Il mosaico del tempo grande".
  • Il bacio del pane (Mondadori, 2013).
  • Nel 2016 vince il premio Stresa con il romanzo La felicità dell’attesa (Mondadori).
Carmine Abate, ambasciatore della cultura arbereshe nell’Arberia e nel mondo, ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Cerzeto, Crotone e Piana degli Albanesi.


Giovedì 25 maggio 2017 alle ore 20.00 presenterà il suo ultimo libro a Trento, presso la Sala Polivalente S. Virgilio, Mattarello. C’è da giurare che sarà una serata glocale, e che l’Autore leggerà le pagine più “saporitòse” del suo libro, un’affascinante storia di formazione raccontata attraverso il cibo.

venerdì 19 maggio 2017

Il caso Greci, in provincia di Avellino: la diglossia come esempio di pluralismo culturale.

(di Anna Maria Ragno)

Nelle case e nelle strade di Greci, un paese di 700 abitanti in provincia di Avellino, si parla una lingua albanese, l' arbereshe, da circa cinquecento anni, da quando l' area è stata raggiunta da popolazioni provenienti dall' Albania. Quest' isola linguistica e culturale (Greci è l' unica comunità alloglotta della Campania) non è frutto di isolamento. E' piuttosto l' esito di una storia che si è svolta lungo frontiere simboliche, e dunque dinamiche, tra grecesi e non grecesi, fra desiderio di assimilazione e desiderio di distinzione. Il compromesso linguistico di questa volontà di resistere come grecesi e come italiani è la diglossia: l' uso dell' arbereshe, nei contesti familiari e tradizionali, e l' uso dell' italiano in quelli normativi e istituzionali.
Il termine diglossia indica proprio questo: la compresenza di due lingue, differenziate funzionalmente, spesso storicamente contigue, delle quali la lingua A è utilizzata solo in ambito formale e la lingua B solo in ambito informale.


Come per le altre comunità arbereshe, l'arberisht, per gli abitanti di Greci, è lo strumento per affermare la coscienza della propria specificità comunitaria e culturale; il codice linguistico, morale e psichico della propria affermazione identitaria.
Quello che qui ci interessa sottolineare è che l'identità è un prodotto multifattoriale, che non è tanto (e non solo) un meccanismo psicologico di auto-classificazione, ma piuttosto un fenomeno sociale, antropologico e culturale di auto-rappresentazione e auto-affermazione, che si realizza nelle interazioni con "l'altro da sè", accrescendo e specificando la rappresentazione del proprio sè.
Detto altrimenti, gli Arbereshe si sentono tanto Italiani, quanto Albanesi, e quindi sono più Italiani degli Italiani e più Albanesi degli Albanese. E' attraverso questo meccanismo linguistico ed identitario, che gli Arbereshe diventano  non solo scrigno di saperi materiali ed immateriali, ma testimonianza viva e significativa di pluralismo culturale e creatività umana.



Skanderband, in un album 500 anni di note migranti fra Puglia e Albania.

(di Anna Puricella da repubblica.it)



L’idea è di Michele Lobaccaro, musicista e autore dei Radiodervish: recuperare l’antica memoria albanese in Italia, e in Puglia in particolare. Skanderband è il progetto che unisce le due sponde dell’Adriatico con la musica: un’orchestra-laboratorio e ora il titolo di un primo album che racconta la fusione di due culture vicine, che convivono perfettamente da secoli. Perché la presenza degli italo-albanesi – gli arbereshe – sul territorio risale al XV secolo e ha avuto una nuova spinta negli anni Novanta: un nuovo flusso migratorio imponente che si è riversato sulle sponde pugliesi dell’Adriatico. Quella cultura, ora, dimostra tutta la sua vitalità: con un ensemble di artisti italiani, albanesi e arbereshe pronti a raccontare il lato balcanico del Sud. Le voci sono della cantante folk Eleonora Bordonaro, di Meli Hajderaj – giunta in Italia proprio con l’ultima ondata migratoria dall’Albania – e di Mimma Montanaro, originaria di San Marzano di San Giuseppe, un paese in cui la comunità arbereshe è profondamente radicata.

sabato 13 maggio 2017

Scuola e minoranze linguistiche: l'esempio di Carmine De Padova.


Il filmato proposto fa parte di una serie di inchieste-documentario condotte da Vittorio De Seta nel 1979 sul mondo della scuola in Italia. In questa puntata il regista si è concentrato sull`esperienza di Carmine De Padova, maestro elementare a San Marzano, paese pugliese in cui risiede una grossa comunità di albanesi. Oltre allo sforzo di insegnare l`italiano ai bambini di lingua albanese, De Padova si è reso conto della necessità di raccogliere e valorizzare la cultura e la lingua albanese. Da questa esigenza è nata un`altra scuola, aperta a tutti, che non poteva trovare spazio tra le quattro mura di un`aula: gli allievi di De Padova, tra cui bambini e anziani, si trovano infatti a casa del maestro, e si impegnano a codificare le regole dell`albanese di San Marzano, una parlata che si è allontanata dall`albanese di Albania e che esiste solo in forma orale. Gli allievi partecipano in quanto protagonisti, portatori di antiche conoscenze e di memorie che altrimenti andrebbero disperse.
All`interno di questo programma rientra anche la ricerca condotta sulle musiche e sulle danze tradizionali. L`effetto di questo metodo di insegnamento è sorprendente: la comunità albanese, tradizionalmente affetta da un senso di inferiorità, diventa fiera portatrice di valori e conoscenze che a loro volta, tramite spettacoli organizzati in altri paesi, vengono trasmessi all’esterno.
La rilevanza, da un punto di vista pedagogico, dell`intervento di De Padova, è sottolineata dall'intervista al professore Tullio De Mauro presente in questo stesso blog.
Vittorio De Seta, regista documentarista, si è sempre occupato di tematiche sociali e di emarginazione. Ricordiamo Banditi a Orgosolo (1961) e lo sceneggiato televisivo Diario di un maestro (1972).