ARBËRIA NEWS Blog

ARBËRIA NEWS Blog

Visualizzazioni totali

giovedì 16 giugno 2016

Arberesh- Arabesque: il canto d'amore di Silvana per l'idioma Arbëresh.

di Silvana Licursi.
Amo il mio idioma nativo, l’Arbëresh degli Albanesi d’Italia, l’Arabesque, come dice un’amica francese che non riesce a dire bene la parola. Amo i suoi suoni dolci, inzuppati di miele, in punta di labbra, e quelli asperrimi, quasi impronunciabili per chi non li abbia imparati da bambino. Amo i suoi grovigli di consonanti in rotta di collisione, la sua musicalità sempre in minore nella preghiera, nella ninna nanna, nel compianto funebre. Amo il senso dell’esilio diventato un modo di essere dell’anima, separato ormai, dopo secoli, da ogni riferimento reale, ma che, inconsciamente, custodisce, anche in una vita piena e felice, una remota memoria di perdita e di assenza che rende più struggente ogni addio, oltremodo lacerante ogni perdita, nell’amore e nella morte.
Da bambina mi capitava di ascoltare dalle vecchie cantatrici il desolato lamento funebre, capace di spaccare il cuore eppure di accarezzarlo, perché il pianto liberatore, così aizzato, sgorgasse a fiumi lavando gli occhi, il volto, la mente, lo spirito. Da grande le ho ritrovate, le cantatrici, nei tragici greci e nei poemi omerici.
Amo il ricordo di secoli di fiabe, di miti, di racconti che popolavano le sere d’inverno accanto al camino, con gli occhi al fuoco che mormorava, sibilava, scoppiettava o ringhiava a seconda del vento che penetrava nella cappa; o semplicemente taceva, mentre anche la voce del narratore s'affievoliva, e i più piccoli cadevano nel sonno. Amo le vecchie canzoni d’amore che sembrano dire a coloro che Arbëreshë non sono: “Ma voi che ne sapete dell’Amore”!
Questo è realmente accaduto, e penso che la povertà diventi miseria nera e degradante solo quando i grandi non hanno più niente da raccontare e i piccoli più niente da ascoltare. Quando il deserto culturale dell’assoluta omologazione arriva a prosciugare le fonti, anche il benessere conquistato e benvenuto, anche la giustizia sociale –irrinunciabile- non possono colmare il baratro in cui fate, streghe, mostri, déi ed eroi si sono precipitati, come un esercito in rotta, portando con sé pregiudizi e superstizioni, ignoranza e ingiustizia, violenza e dolore, ma anche la radice prima della Poesia. La memoria è il solo scrigno prezioso dell’identità, portatrice di mito e di poesia, di forza interiore e di consolazione, dalla culla alla tomba.





sabato 25 luglio 2015

SUN NA


MAX FUSCHETTO

(Hanagoori Music, 2015)

Ci sono dischi che, inspiegabilmente e inconsciamente, mi ricongiungono col mondo, allontanandomi dalla solitudine che la globalità virtuale del medesimo spesso comporta. Sun Na di Max Fuschetto è sicuramente catalogabile tra questi. Sassofonista, oboista e compositore, come si legge nelle sue note biografiche, Fuschetto possiede cultura e padronanza di linguaggi musicali sorprendenti che gli consentono per questo suo nuovo “sogno” in note di regalarci una musica senza tempo, perduta (e ritrovata). Il titolo dell’album proviene da un antico dialetto greco ancora in uso in alcune regioni dell’Africa e tradotto corrisponde a “sognare”, ma si potrebbe aggiungere “viaggiare nell’inconscio”. E il viaggio che compie, accompagnato da una vastità di validi musicisti e voci tra cui, solo per citarne alcuni, Antonella Pelilli, Andrea Chimenti, Pasquale Capobianco, Giuseppe Branca, Giulio Costanzo, che alternano e accostano sapientemente strumenti acustici all’elettronica moderna, il nostro da forma e sostanza ad una tavolozza di suoni e colori dal mondo che ha davvero del genio.


 Dall’ambient quasi tout court del piano di Secret Shadows, che ricorda Nyman, a Qem Ma Tija con la chitarra ipnotica di Capobianco ad accompagnare la splendida voce della Pelilli che domina anche in Si Trendafile, una nenia leggiadra come vento su un deserto lontano e pregno di misteri. Ma non si può rinunciare nemmeno all’incedere maestoso e lieve di una Return To A o alla bossanova contaminata da tutto ciò che si possa immaginare di Palsagem Do Rio, fiati, elettronica e percussioni sembrano non essersi mai confrontati in modo più onirico. Vibrazioni Liquide sfoggia abiti etnici di rara bellezza che lasciano spazio all’ethno world da camera e psichedelico di Samaher con tanto di violini d’avanguardia e alla grazia poetica di Les Roses D’Arben, cantata in francese da Antonella Pelilli in duo con Andrea Chimenti. 


Fuschetto è musicista classico abbastanza colto da sapersi misurare col folklore di suoni e ritmi provenienti da tutte le latitudini, con un uso sapiente e mai invasivo dell’elettronica, l’autore campano crea un tramite tra arcaico e contemporaneo, con una cifra stilistica davvero ammirabile ed unica. In tempi di guerre e diaspore Fuschetto, con le sue armonie dal mondo immerse nel sogno, sembra volerci rassicurare, infonderci fiducia, nella speranza di un futuro più equo tra nord e sud di questo tormentato pianeta.
Giuliano Manzo

martedì 6 gennaio 2015

L’Epifania a Piana degli Albanesi e la simbologia delle arance.

di Anna Maria Ragno

La mattina del 6 gennaio a Piana degli Albanesi, come ogni anno, si celebra l’Epifania (Ujët e pagëzuam), la festa che ricorda la visita dei re Magi a Gesù bambino.
Anche questa ricorrenza religiosa è caratterizzata dai profondi simbolismi del rito bizantino, e quindi dai canti che accompagnano tutta la funzione religiosa, dalla sfilata degli abiti tradizionali femminili riccamente ricamati in oro, dalla benedizione delle acque, dal volo di una colomba bianca e dalle distribuzione delle arance ai fedeli.

La festa, infatti, si svolge lungo quattro momenti salienti:

  • Il solenne Pontificale in Cattedrale. Il vescovo e i sacerdoti, celebrano in cattedrale la liturgia eucaristica, rievocando con il canto "Në Jordan" la discesa dello Spirito Santo nel Giordano, il giorno del battesimo di Cristo.

  • La sfilate delle donne in costume tradizionale. I rappresentanti dell’Eparchia, dopo aver celebrato il Ponteficale, si dirigono in processione accompagnati dai fedeli e dalle ragazze vestite con l’abito tradizionale, verso la fontana dei “Tre cannoli” nella piazza principale del paese.




  • Il rito della benedizione delle acque. Il Vescovo immerge nell'acqua della fontana per tre volte la croce scolpita in legno, reggendo con l'altra mano il candelabro a tre ceri e un rametto di ruta, mentre dall’alto del tetto della Chiesa dell’Odigitria, viene fatta scendere una colomba bianca
   



  • Il rito della benedizione delle acque. Il Vescovo immerge nell'acqua della fontana per tre volte la croce scolpita in legno, reggendo con l'altra mano il candelabro a tre ceri e un rametto di ruta, mentre dall’alto del tetto della Chiesa dell’Odigitria, viene fatta scendere una colomba bianca. 


  • La distribuzione delle arance. Nella stessa fontana vengono immerse anche le arance, che poi vengono distribuite agli abitanti del paese e ai visitatori. 

Se  il significato della simbologia della colomba è facilmente intuibile, intorno alla simbologia delle arance di addensa una vera e propria nebulosa di significati. Le arance, infatti,  fanno riferimento ad una simbologia complessa e molto ampia di significati, che si collega con:

  • la rinascita della natura dopo il gelido periodo invernale, implicita anche nel rito del battesimo;  
  • la purezza delle fanciulle che sfilano con i cesti di arance: i fiori di arancio, infatti,  sono considerati simbolo di castità e vengono utilizzati come addobbi floreali per i matrimoni, proprio  per indicare la purezza della sposa;
  • la fecondità e l’amore: secondo la mitologia greca, infatti, la dote di Giunone, andata sposa a Giove, consistette in alcuni alberelli i cui frutti erano dei meravigliosi globi d’oro, cioè arance, simbolo della fecondità e dell’amore. Giove preoccupato che dei ladri potessero sottrargli quel dono prezioso, li custodì con uno straordinario giardino sorvegliato dalle ninfe Esperidi, mitiche fanciulle dal canto dolcissimo (di qui il nome greco di esperidi dato a tutti i frutti degli agrumi);
  • l’abbondanza, la fecondità e la vitalità: la forma sferica dell’arancia, infatti, si collega alla simbologia del cerchio, l’archetipo del “centro” da cui tutto può espandersi e crescere.

Quest’ultimo elemento è sicuramente il può importante e ricco di significati, perché richiama l’idea che Piana degli Albanesi è il centro dell’universo sociale, mitico e psichico degli ex esuli albanesi, da cui tutto può nascere, anzi rinascere, crescere ed espandersi.


      

lunedì 21 luglio 2014

Il Cristo di Gllavenica: la Sacra Sindone albanese.

di Anna Maria Ragno

Fra i "Tesori del Patrimonio Culturale Albanese" c'è un sudario del 1373, che conquista per la preziosità dell'esecuzione, e per la realtà che rappresenta: è l’Epitaffio di Gllavenica, detto anche Cristo di Gllavenica, preziosa testimonianza della devozione  e dell’abilità artistica albanese.
Cristo di Gllavenico
Questa "sindone" è assolutamente diversa dalla Sacra Sindone conservata nel Duomo di Torino ma idealmente accostabile ad essa per similitudine di significato, dignità e bellezza. Si tratta di una raffigurazione del Cristo Morto deposto su un grande "lenzuolo" che ricorda il celebre "lino" (la Sindone appunto) di cui parlano i Vangeli, nel quale fu avvolto il corpo di Gesù dopo la deposizione dalla croce, e che fu trovato poi accuratamente ripiegato nel sepolcro dopo la resurrezione.
Il celebre e venerato "Epitaffio di Gllavenica" della Cattedrale di Ballsh è un drappo sul quale è raffigurato il corpo del Signore, che per la ricchezza e raffinatezza dei suoi ricami e dei suoi ornamenti contrasta l'assoluta semplicità della Sindone di Torino, che conserva soltanto l'impronta del corpo del Signore, e risulta con immediatezza essere un lenzuolo comperato sul momento, sempre secondo il racconto evangelico, per la sepoltura di Gesù, che è infatti senza ricami e senza ornamenti di alcun genere.
Il lenzuolo raffigurato tra i tesori albanesi, invece, è un grande drappo di lino, interamente ricamato con fili di seta, d'oro, di rame e argento sul quale è raffigurato con vigorosa naturalezza, elaborato nell'essenzialità del disegno medioevale, il corpo del Cristo morto.
Il Cristo di Gllavenica presenta una ricca serie di ornamenti.
Intorno all'immagine di Cristo, sono raffigurati, tra medaglioni ornamentali, diversi angeli e apostoli, ricamati secondo i canoni dell'arte bizantina, e in alto sono evidenziati due personaggi tipici tratti dal racconto evangelico della Passione: Maria, la madre di Gesù e Giovanni, il discepolo prediletto a cui Gesù morente raccomandò la madre. La singolarità consiste proprio nell'imponente raffigurazione del "lenzuolo", oggetto che è solitamente ignorato o trascurato dagli artisti.
Il drappo, di raffinatissima fattura, serviva alle celebrazioni del Venerdì Santo. E' un tessuto di lino di 250 x 117 cm. Foderato e ricamato con fili d'oro, argento, rame e di seta rosa, blu, verde, e gialla di diverse tonalità che creano effetti di chiaroscuro. Sul sudario è ricamato in greco, con lettere d'oro, il vero e proprio epitaffio che ne ricorda come committente il vescovo Kalisi di Gllavenica e Berart; la data del 22 marzo 6881 (1373) e l'autore, tale Gjergj Arianiti, con il ricamatore d'oro.
Anche se poco conosciuto ai non albanesi,  l’epitaffio di Gllavenica, può essere annoverato alle “altre sindoni” - circa quaranta - che come la sindone di Besançon, i sudari di Cadouin e di Carcassonne, la “Santa Cuffia” di Cahors, nel corso dei secoli, hanno avuto la dignità di reliquie sepolcrali di Gesù. A differenza delle immagini acheropite (non fatte da mano umana) come la Veronica e il Mandilio di Adessa, il Cristo albanese della Cattedrale di Ballsh, rivendica la sua originalità e preziosità nel suo essere espressione di una devozione che si fa “abilità artistica” e ricamo in oro: lo stesso oro delle icone bizantine e dei costumi arbëresh.


domenica 20 aprile 2014

Il tarallo di Chieuti, fra antropologia religiosa ed antropologia del cibo.

di Anna Maria Ragno

Foto di Antonietta Luce
Il 22 aprile si rinnova annualmente a Chieuti la carrese, la tradizionale corsa dei carri trainati da buoi. 
La sfida, di cui si hanno i primi dati certi a partire dal 1911, quando ad aggiudicarsi il 'palio di San Giorgio' fu il carro 'Maurea', nasce dalle tradizioni chieutine legate al culto di san Giorgio. 
Una delle leggende {1parla di un certo Roberto di Loretello (forse Rotello, vicino centro molisano) che avrebbe organizzato una partita di caccia tra i signori di San Martino in Pensilis, Ururi e Serracapriola. Al termine della giornata i cacciatori trovarono i cavalli inginocchiati su uno spicchio di terreno dove, scavando, emerse un'urna con le ossa del Beato Leone. Da quel giorno il luogo sarebbe diventato méta di pellegrinaggi mentre lungo la strada che a esso menavano si sarebbero innescate corse fra carri. 
L'altra ipotesi parla della tradizione di offrire rami di alloro che venivano portati alla chiesa del patrono San Giorgio nel giorno della sua festa e, proprio durante il trasporto, sarebbero iniziate le prime 'carresi'. 
I festeggiamenti durano ben quattro giorni dal 21 al 24 aprile e sono caratterizzati da tradizioni davvero singolari come la benedizione dell’alloro, simbolo della vittoria, che viene distribuito a tutte le famiglie chieutine che lo espongono come prezioso ornamento all’esterno delle loro abitazioni; e l’offerta del Tarallo che consiste in una grossa ciambella fatta di formaggio filato, intrecciata tutt’intorno, adornata da uccellini e cestini, e sormontata dalla statua di San Giorgio a cavallo che uccide il drago e salva la principessa. 

[1] Per la leggenda di San Leo e di San Martino in Pensilis, rimando al sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Corsa_dei_carri_%28San_Martino_in_Pensilis%29



Dopo la tradizionale corsa, che ogni anno termina il 23 aprile, ai vincitori  del Palio, viene  consegnata una treccia di caciocavallo di circa 80 chili, raffigurante le gesta di S. Giorgio, che verrà portata in processione insieme alla statua del Santo. Ogni anno una famiglia, a turno, prepara questo grande Tarallo, che dopo la processione verrà distribuito fra tutte le famiglie del paese.

Per una trattazione più ampia rimando al mio scritto:
http://arberianews.blogspot.it/2012/05/la-carrese-di-ururi-polisemia-e.html



Le pecorelle pasquali della Martorana

di  Anna Maria Ragno


A  Palermo c’è una chiesa, la Martorana, a cui è legata una leggenda e la preparazione delle pecorelle pasquali di pasta reale.

La chiesa della Martorana, che oggi è concattedrale dell’ Eparchia di Piana degli Albanesi, nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti e cambi di destinazione d'uso. Dal febbraio 2013, dopo due anni di restauro, è stata finalmente restituita al suo antico splendore. I riti liturgici, le cerimonie nuziali, il battesimo e le festività religiose della parrocchia della Martorana, seguono la liturgia di rito bizantino e la tradizione albanese delle comunità dell'Eparchia di Piana degli Albanesi. Le lingue liturgiche utilizzate sono il greco o l'albanese.

La Martorana è quindi testimonianza della cultura religiosa e artistica ortodossa presente ancora oggi in Italia, apportata ed accresciuta dagli esuli albanesi rifugiatisi in Sicilia, sotto l'incalzare delle persecuzioni turche nei Balcani. Quest'ultimo influsso ha lasciato notevoli tracce nella pittura delle icone, nel rito religioso, nella lingua, nei costumi tradizionali propri della colonia albanese stanziata nella provincia di Palermo.
Nata come chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio o di San Nicolò dei Greci, la Martorana venne fatta erigere nel 1143 per i fedeli di rito greco di Palermo da Giorgio Rosio di Antiochia, l’ammiraglio proveniente dalla Siria al servizio del re normanno Ruggero II.

Il mosaico dell'incoronazione di Ruggiero II di Sicilia (a sinistra)
e dell'arcangelo Michael (a destra).
Chiesa della Martorana, Palermo.
Circa nel 1193, Goffredo ed Eloisa Martorana, fecero costruire un monastero benedettino accanto alla chiesa. Nel 1435 Re Alfonso d'Aragona  concesse  poi la chiesa al vicino Monastero delle Benedettine, per cui la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio prese poi il nome de "La Martorana".
Dalla nobildonna Eloisa Martorana presero il nome anche i dolci in forma di frutti o le pecorelle pasquali di marzapane,  che oggi conosciamo come Frutti o pecorelle di Martorana. Perché questa relazione? Una leggenda narra che nel giugno 1537 l'imperatore Carlo V visitò Palermo. Nel giardino della Martorana vi erano alberi di aranci, ma a luglio non erano ovviamente maturi. Allora le monache escogitarono un sistema per far vedere un giardino bello e ben curato al sovrano: addobbarono gli alberi del convento con dei dolci di pasta di mandorle artisticamente colorati. I dolcetti ebbero così tanto successo, che superarono le mura del convento fino ad arrivare alla corte del re e, da quel momento, essi presero il nome di "pasta Riali" (pasta reale) o "frutti di Martorana".
Quindi in onore della nobildonna Eloisa Martorana, sia il complesso edilizio che i dolci preparati dalle monache, assunsero il nome "della Martorana". Con il passare del tempo ogni ricorrenza religiosa si guadagnò uno speciale soggetto di marzapane: pecorelle per Natale, cavallucci per Sant'Antonio, agnelli e pecorelle per Pasqua. Il successo di questi dolcetti spinse la corporazione dei Confettari a tentare di ottenere il monopolio della loro produzione. Lo scopo venne raggiunto nel 1575 con l'intervento del sinodo diocesano di Mazara del Vallo, che proibì alle religiose la preparazione della Frutta di Martorana, perché arrecava troppa distrazione al raccoglimento liturgico.

Ancora oggi i frutti della Martorana sono famosi nel mondo, perché la loro preparazione e il loro confezionamento prevede, nella forma e nell'aspetto alla fine del processo di preparazione, la perfetta imitazione o riproduzione di frutti, ortaggi o pesci, e talvolta pecorelle e agnelli. Internamente sono simili al marzapane  ma notevolmente più dolce e saporito





domenica 9 marzo 2014

Essere donna in Albania dal Kanun ad oggi

di Emanuela Frate
(pubblicato su babelMed l'8 Marzo 2014)

Si parla spesso della condizione delle donne nei Paesi arabi, in Africa, in India dove le associazioni e le organizzazioni internazionali denunciano, legittimamente, i matrimoni forzati, gli stupri collettivi, i soprusi e le violenze che queste donne, quotidianamente, devono subire da parte di mariti, padri, fratelli, amici. Quando si pensa alla condizione femminile nel mondo sono questi gli esempi più lampanti che vengono in mente. Ma esiste un paese, nel cuore dell’Europa, dove la parità di genere è ancora una chimera. Questo Paese è l’Albania dove tuttora le donne vivono in quasi totale subalternità nonostante le apparenze. Ha sicuramente influito molto il Kanun di Lek Dukagjini che, sebbene, sia stato abolito, ha lasciato delle tracce soprattutto nelle piccole realtà rurali. Indubbiamente, negli anni in cui fu in vigore il Kanun, la donna albanese ha vissuto il suo periodo più duro. All’articolo 29 del Kanun si legge infatti: “La donna è un otre fatto solo per sopportare”.

Si può riassumere il ruolo della donna sposata da quanto si evince dall’articolo 13 del Kanun: “la moglie ha il diritto ad avere un marito, sostentamento, vestititi e calzature”. Tutto il resto è lasciato al buon cuore dello sposo. In un Paese fortemente legato al concetto di sangue come simbolo di un clan, un’etnia, una nazione e altresì strettamente legato al valore virile delle armi non è casuale che, come si evince dall’articolo 129 del Kanun, il padre della futura sposa, nel consegnare la figlia allo sposo metta, nascosto tra le pieghe del corredo nuziale, anche un proiettile, sottolineando così il potere che si dà al marito perfino di uccidere la sua sposa qualora ella manchi di rispetto al marito o compia adulterio. Questo perché, come recita l’art.28 “il sangue della donna non è da paragonarsi a quello dell’uomo”. Inoltre, nel diritto consuetudinario del Kanun, la donna albanese, una volta sposata, non entra a far parte della nuova famiglia ma resta sempre parte integrante della sua famiglia originaria e quindi viene vista come una sorta di “corpo estraneo” per la nuova famiglia, a differenza del diritto romano in cui la donna sposata perdeva qualsiasi contatto con la famiglia di provenienza per unirsi al nuovo gruppo familiare. Semplicemente la donna passava dal potere del padre al potere del marito che comunque la considerava come qualcosa di avulso dal proprio nucleo familiare pur disponendone a suo piacimento (bastonandola o ripudiandola semplicemente tagliandone una ciocca di capelli o addirittura uccidendola). Così descritta la condizione femminile quando era in vigore il Kanun sembra addirittura peggiore alla condizione femminile di Paesi in cui vige la Sharia o altri codici.

Si fa spesso riferimento ad un mito, ad una figura leggendaria della cultura albanese che esemplifica la condizione della donna nell’immaginario collettivo: la leggenda di Rozafa. La storia di questa figura mitologica raccolta che fu murata viva da suo marito e dai suoi fratelli per scongiurare una maledizione che impediva loro di edificare il castello che sovrasta Scutari. Prima di morire murata Rozafa chiese di lasciar fuori almeno un braccio per accarezzare il figlio neonato, un seno per allattarlo ed un piede per dondolare la culla. Questa leggenda, tanto tragica quanto cruenta, simboleggia le caratteristiche della donna albanese, la sopportazione, l’abnegazione, l’accettazione del proprio destino perfino in condizioni estreme. Sempre nel Kanun si fa riferimento ad un’altra figura femminile emblematica: quella delle Burrnesh o Vergini giurate. Donne che per sopperire all’articolo 36 per cui “la legge riconosce per erede il figlio e non la figlia” decidevano di “farsi uomo” acquisendo tutti i diritti riservati agli uomini (possedere un’arma, fumare, intrattenersi con uomini, disporre delle proprietà) giurando però eterna castità. L’eventualità che una donna si trasformasse in “burrnesh” o “vergine giurata” avveniva soprattutto quando un padre di famiglia moriva senza lasciare eredi maschi. Oggi le “Burrnesh” non esistono quasi più, quelle rimaste (poche decine) vivono in isolati paesini di montagna e sono quasi tutte anziane ed il Kanun non è più in vigore ma il diritto, per le donne albanesi, di ereditare ancora non esiste. Le donne tutt’oggi, nella società albanese, non ereditano; sono spesso costrette ad accettare la volontà della famiglia nella scelta del futuro marito; perdono il proprio cognome quando si sposano e vanno a vivere presso la famiglia del marito sottostando alla norma della residenza virilocale. L’Albania è il paese dove è ancora diffuso il cosiddetto “aborto selettivo” (se il feto è di sesso femminile si potrebbe incorrere in un aborto) e dove è di gran voga la ricostruzione dell’imene per ridare la verginità alle sventurate donne che l’hanno perduta (come succede in molti Paesi arabi).

La donna albanese ha sicuramente goduto di una timida emancipazione durante gli anni del regime comunista: nonostante il duro lavoro nei campi o nelle fabbriche, sotto il regime di Enver Hoxha, le donne avevano alcuni spazi e delle libertà e una certa indipendenza economica. Il passaggio da un regime di sussistenza ad un’economia di mercato fu drastico e portò molte conseguenze. La transizione non fu indolore: gli uomini andavano all’estero e le donne erano costrette ad occuparsi da sole della campagna, delle faccende domestiche, dei figli e dei parenti. In altri casi le donne che partivano in cerca di fortuna diventavano vittime di personaggi senza scrupoli che gestivano il traffico della prostituzione.

Essere donna oggi in Albania è ancora molto duro. Persiste un retroterra culturale ancora fortemente maschilista. Le ragazzine si vedono come future mogli e future madri. Spesso le giovani sono costrette a non proseguire gli studi perché “non è decoroso” spostarsi da una città all’altra da sole. E anche quando hanno raggiunto elevati livelli di istruzione, laureandosi, faticano a trovare un lavoro e se lo trovano hanno dei salari nettamente inferiori. Ma l’aspetto più inquietante è un’altra forma di violenza, più subdola, che subiscono: i maltrattamenti domestici causati spesso da alcolismo e la disoccupazione dilagante. Percosse fisiche e psicologiche che tengono le donne soggiogate ai propri mariti. Dal 2006 esiste una legge contro le violenze domestiche (varata per venire incontro alle pressanti richieste degli organismi internazionali) ma, di fatto, non serve a nulla, non essendo stato finanziato con le risorse necessarie per assistere le donne. Così laddove lo Stato albanese non arriva ci sono le associazioni e le Ong a sostenere le donne vittime di violenze come il Centro Donna, nato nel 2001, nella città di Scutari oppure “Useful to Albanian Women Association”. Il tema della violenza domestica non è oggi più tabù, tra tante difficoltà se ne comincia a parlare e si inizia a denunciare gli aggressori, tuttavia la rigida cultura patriarcale ed il maschilismo imperante fanno dell’Albania un Paese dove è ancora problematico vivere per il gentil sesso.


venerdì 6 dicembre 2013

La kulla: una cittadella albanese

di Emanuela Frate
(pubblicato il 5 Dic.2013 su BabelMed)

Panorama da una kulla (Foto Kosovo Bradt)
Fra le tante espressioni dell’identità di un popolo e delle esigenze umane, l’architettura è sicuramente una di queste. E la “Kulla” è, tra le forme architettoniche, uno straordinario esempio di sincretismo artistico e antropologico e tra le più singolari forme d’arte dall’elevato valore storico-culturale. Kulla è una parola albanese che deriva dal termine turco “kule” e significa letteralmente “torre”. In effetti le Kulle, costruzioni datate tra il 18° e 19° secolo, sono delle residenze fortificate dotate di cortile, che si ergono in altezza, dai muri molto spessi e assomigliano, appunto a delle torri. I muri sono costruiti sovente in pietra o, alcune volte, in mattoni e, al posto delle finestre ci sono delle fenditure (frenji) che avevano un duplice scopo: sia difensivo (serviva per appostare il fucile e sparare ai nemici senza timore di essere colpiti) che per preservare la riservatezza della famiglia, in particolar modo delle donne. La kulla si estendeva in altezza e anche se, al suo interno non era molto ampia, poteva comunque ospitare fino ad un centinaio di persone e, per questo motivo, era estremamente adatta alla famiglie patriarcali albanesi. Inoltre, lo spessore dei muri in pietra si adattava al clima montagnoso delle Alpi albanesi ed era perfetto per contrastare i rigidi inverni quanto le secche estati. Generalmente la kulla era divisa in tre piani: il piano terra era adibito a deposito di munizioni e attrezzature da lavoro oltre ad essere adoperato come stalla per gli animali, soprattutto per i cavalli; al primo piano stavano gli uomini, al piano superiore si trovava la “zona notte” con le stanze da letto mentre le donne e i bambini occupavano una dependance. Vi erano due ingressi distinti e due scale separate: un’entrata principale e una laterale riservata alle donne. Questa disposizione risentiva molto dell’influenza islamica dove gli ambienti fra uomini e donne erano divisi ma era altresì necessaria affinché gli uomini potessero proteggere le proprie famiglie dagli attacchi esterni.

Questa particolare tipologia abitativa, si diffuse in special modo nell’Albania settentrionale e nel Kosovo occidentale, lungo la Pianura di Dukagjini. Due aree confinanti accomunate dal fatto di esser spesso vittime di attacchi esterni, ora dai turchi, ora dalle vendette fratricide (gjakmarrja) da parte di chi subiva un oltraggio. Non è un caso che questi edifici, dai muri impenetrabili, fino ad un metro di spessore, dalle finestre quasi inesistenti e dall’altezza sorprendente, si diffusero proprio nella Pianura di Dukagjini che prende il nome dall’omonimo Principe e padre fondatore del più famoso Kanun, il codice d’onore albanese (oggi abrogato-almeno formalmente) che legittimava la vendetta, estendendola, dopo le 24 ore dall’omicidio, a tutti i membri maschi imparentati con quella famiglia, creando così una spirale di odio e di violenza che si protraeva, spesso, per generazioni con famiglie in faida tra di loro. Dal momento che la casa era l’unico luogo considerato inviolabile, la kulla, che è molto più che una casa ma quasi una fortezza, diventava il vero e unico rifugio impenetrabile.

Nel tempo la Kulla rappresentò il potere dell’aristocrazia albanese e delle classi sociali più elevate. Ma ci sono anche altri elementi che rendono unica questa abitazione da un punto di vista non soltanto architettonico ma anche grazie agli arredi interni : ad esempio il primo piano dove risiedevano gli uomini (Oda e Burrave) era considerato il luogo di discussione privilegiato dove il capofamiglia (Zoti i Shtëpisë) insieme agli altri uomini della famiglia assumeva le decisioni importanti, oppure si parlava di argomenti futili tanto per ingannare il tempo o si ricevevano gli ospiti che, nella cultura albanese, sono sacri. Questa stanza assunse perfino una connotazione romantica diventando un microcosmo sociale come si può anche leggere in molti passi di “Aprile Spezzato” , il romanzo del famoso scrittore albanese Ismail Kadaré. E’ probabile che lo stesso Kanun si sia tramandato oralmente, una generazione dopo l’altra, proprio all’interno dell’Oda dove si riunivano gli uomini di uno stesso clan familiare. Al centro delle “Oda” si trovava spesso un camino per riscaldarsi, numerosi tappeti, il lungo pugnale detto “hanxher” di cui ogni buon albanese montanaro non poteva fare a meno, molto spesso vi era anche una Qibla che indicava la direzione della Mecca per le preghiere quotidiane. Immancabili erano le credenze a muro intagliate in legno e la controsoffittatura dalle travi in legno. Alcune kulle erano dotate del cosiddetto cardak, la tipica veranda di ispirazione ottomana che occupava l’ultimo piano dell’edificio.

Queste particolari costruzioni erano molto diffuse presso le popolazioni albanesi dell’Albania settentrionale, del Kosovo, della Grecia (nel Peloponneso abitato dagli arvaniti) e in Montenegro. Buona parte di questo importante patrimonio storico e artistico è andato distrutto o ha subito ingenti danneggiamenti, nel 1999, a causa degli eventi bellici tra albanesi e serbo-bosniaci che prendevano di mira proprio le molteplici kulle perché simbolo della tradizione e dell’identità albanese. Laddove invece non ci fu la guerra, è stata l’incuria e la trascuratezza a determinarne il progressivo disfacimento. Oggi, diverse organizzazioni internazionali, prima fra tutte la “Cultural Heritage Withhout Borders” (CHwB) hanno iniziato ad occuparsi del recupero, restauro o della ricostruzione di ciò che resta delle Kulle per riportare all’antico splendore questi edifici di inusitata bellezza e restituire all’umanità una fetta importante di un patrimonio storico e artistico tipicamente albanese. Oggi, quasi più nessuno abita all’interno delle Kulle ma la stragrande maggioranza di quelle ricostruite o restaurate ospitano i turisti stranieri alla scoperta dei Balcani oppure sono la cornice perfetta con congressi, convegni e seminari internazionali.