ARBËRIA NEWS Blog

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domenica 23 aprile 2017

San Giorgio..."il rosso".

(di Anna Maria Ragno)
Onufri è considerato l’iniziatore della pittura albanese del XVI secolo. Le sue opere sono esposte nel Museo Nazionale delle Icone, che si trova nella parte abitata del Castello di Berat. Questo museo contiene una ricca collezione iconografica e alcuni oggetti utilizzati durante i servizi religiosi. E’ ospitato dal 27 febbraio 1986 nella parte più interna della Chiesa dedicata alla Vergine Maria, costruita nel 1797 sulle fondamenta di una chiesa più antica con lo stesso nome.
Le opere di Onufri, dagli affreschi alle numerosissime icone mobili, coniugano l’impianto stilistico della più classica scuola iconografica bizantina, con la rigidità delle pose e delle espressioni dalla gestualità codificata ed immutabile.
Ma spesso la sua pittura fuoriesce dai canoni dell’arte sacra bizantina, molto legata a schemi e regole rigide, inserendo paesaggi urbani e vedute bucoliche e persino personaggi reali, per cui nel suo San Giorgio e il drago, egli rappresenta Skanderbeg contro i Turchi. Forse è proprio in virtù di questa identificazione che lo stesso Onufri opera nelle sue opere, che in tutti i paesi arbereshe il Santo della Cappadocia, regione dell’odierna Turchia, viene identificato con l’eroe albanese (e viceversa). Per altro, nel 1969 la Chiesa cattolica declassò il santo nella liturgia a  una memoria facoltativa, ma la devozione dei fedeli è continuata.
Le icone di Onufri, quindi, sono apprezzate per il grande realismo e l’individualità introdotti nelle espressioni facciali e nelle posizioni del corpo dei suoi soggetti, che rappresentarono una rottura con le rigide convenzioni artistiche del tempo. Attraverso questa tecnica egli riesce ad intrecciare sapientemente la simbologia religiosa con la tradizione storica e ed epica albanese e a dare una rappresentazione della vita interiore dei suoi personaggi, umanizzandoli, rendendoli meno distanti dallo spettatore che osserva l’opera.

Ma Onufri è famoso soprattutto per la tonalità di rosso da lui ideata, la cui formula non fu mai rivelata. Il rosso spicca anche in questa bellissima icona, che mi fa pensare a San Giorgio... “il rosso”.



Il ballo di San Giorgio.

(di Ragno Anna Maria)

San Giorgio Megalomartire è venerato come Patrono di Piana degli Albanesi dalla fine del '400. Il Santo viene festeggiato il 23 aprile con una solenne processione della reliquia del Santo, seguita dal meraviglioso gruppo statuario, opera di Nicolò Bagnasco. L'uscita della statua è caratterizzata dall’attesa spasmodica dei fedeli, che esprimono tutta la loro devozione con grida e canti, che si fondono al frastuono dei mortaretti, al suono festoso delle campane e all’allegra musica della banda musicale del paese.
La statua equestre viene portata a spalla, per le vie del paese, dai giovani del Comitato di San Giorgio, che per tradizione non superano l'età di 26 anni. E’ qui che portatori, seguendo il ritmo delle allegre marce militari, con passo cadenzato, danno vita al ballo di San Giorgio, che come in una danza, incomincia a fluttuare col suo cavallo, in mezzo alla folla di fedeli.

 
Dopo il lungo e tortuoso percorso tra le caratteristiche vie del paese, i giovani portatori fanno danzare la statua davanti la Chiesa dell’Odigitria, per fermarsi infine davanti alla Chiesa di San Giorgio, dove la folla riceve la benedizione con la Sacra Reliquia, che è custodita in una teca argentea settecentesca di fine e pregevole fattura.


 

lunedì 3 aprile 2017

La presenza ebraica in Albania.

(di Anna M. Ragno)
In Albania esistono diverse minoranze etniche che vivono nei territori confinanti con le nazioni di appartenenza. Di conseguenza tali minoranze si trovano nelle zone di confine con i paesi vicini:  i Greci al sud, i Macedoni nella zona del sud-est nel villaggio di Liqenas, i Serbo-montenegrini nel villaggio di Vraka al nord del Paese. Inoltre esistono altre minoranze che non si trovano necessariamente nelle vicinanze dei confini: i Bosniaci di Shijak, i Serbi di Fier, i Valacchi che si trovano sparsi in tutto il territorio albanese, e la piccolissima comunità ebraica di Tirana e Korca (circa 200 persone).
Gli Ebrei vivono in Albania dal XII secolo d.C. Esistevano insediamenti ebraici a Berat, Korce, Elbasan, Valona, Durazzo, Dibra e nella regione del Kosovo. Queste famiglie ebraiche erano prevalentemente di origine sefardita e discendenti degli ebrei spagnoli e portoghesi espulsi dall'Iberia in seguito all'editto di Alhambra (1492).
Nel 1520 a Valona si registravano 609 famiglie di ebrei e nella stessa città si trovava anche la prima sinagoga dell'Albania, distrutta successivamente durante il primo conflitto mondiale.
Tante famiglie hanno mantenuto il cognome di origine senza mai modificarla. Secondo il censimento albanese del 1930, vi erano solo 204 ebrei iscritti a quel tempo in Albania. Il riconoscimento ufficiale della comunità ebraica fu rilasciato il 2 aprile 1937, mentre a quel tempo questa comunità consisteva di circa 300 membri. 
Con l'ascesa della Germania nazista un certo numero di ebrei tedeschi e austriaci si rifugiò in Albania. Sempre nel 1938 l'ambasciata albanese a Berlino continuò a rilasciare visti per gli ebrei, non essendo all'epoca possibile essere accolti in nessun altro paese europeo. Albert Einstein per trasferirsi negli Stati Uniti si servì di un passaporto albanese concessogli dopo un soggiorno nella città di Pogradec.
Durante la II Guerra Mondiale gli albanesi hanno nascosto gli ebrei nel loro territorio, sia per iniziativa privata, sia per scelta delle autorità che si sono rifiutate di consegnare agli italiani fascisti arrivati in Albania nel 1939, e ai tedeschi nazisti arrivati poi nel 1943, le liste con i nomi degli ebrei presenti nel territorio. Il pericolo di ritorsioni, specie durante l'occupazione nazista, era molto alto, ovviamente, ma cittadini albanesi e le autorità albanesi difesero gli ebrei totalmente, nascondendoli nelle case, procurando loro documenti falsi, travestendoli da contadini albanesi, spostandoli da un luogo all'altro per sfuggire alla morte.
Se si pensa che al di fuori dell'Albania, su circa 70.000 ebrei in pericolo solo il 10% hanno potuto sopravvivere all'Olocausto, la straordinaria importanza dell'Albania negli anni dell'Olocausto risulta ancora più evidente. Anche gli albanesi del Kosovo, del Montenegro e della Macedonia hanno contribuito alla salvezza di molti ebrei aiutandoli a rifugiarsi in Albania che era, appunto, durante la II Guerra Mondiale, il luogo più sicuro in Europa.
Si stima che alla fine del conflitto mondiale nel paese esistessero circa 2.000 ebrei, anche se cifre esatte non sono state mai trovate.
Attualmente il numero degli Ebrei si attesta intorno ai 180-200 individui, stanziati principalmente a Tirana e Korca. La sinagoga di Valona non è molto frequentata.

Per una trattazione più completa dell'argomento rimando alla seguente bibliografia e sitografia:
Brazzo L., Sarfatti M., Gli Ebrei in Albania sotto il fascismo. Una storia da ricostruire, Giustina, 2011.
http://brunildaternova.blogspot.it/2011/10/come-rinacque-albert-einstein-in.html
http://www.eastjournal.net/archives/42122



giovedì 16 giugno 2016

Arberesh- Arabesque: il canto d'amore di Silvana per l'idioma Arbëresh.

di Silvana Licursi.
Amo il mio idioma nativo, l’Arbëresh degli Albanesi d’Italia, l’Arabesque, come dice un’amica francese che non riesce a dire bene la parola. Amo i suoi suoni dolci, inzuppati di miele, in punta di labbra, e quelli asperrimi, quasi impronunciabili per chi non li abbia imparati da bambino. Amo i suoi grovigli di consonanti in rotta di collisione, la sua musicalità sempre in minore nella preghiera, nella ninna nanna, nel compianto funebre. Amo il senso dell’esilio diventato un modo di essere dell’anima, separato ormai, dopo secoli, da ogni riferimento reale, ma che, inconsciamente, custodisce, anche in una vita piena e felice, una remota memoria di perdita e di assenza che rende più struggente ogni addio, oltremodo lacerante ogni perdita, nell’amore e nella morte.
Da bambina mi capitava di ascoltare dalle vecchie cantatrici il desolato lamento funebre, capace di spaccare il cuore eppure di accarezzarlo, perché il pianto liberatore, così aizzato, sgorgasse a fiumi lavando gli occhi, il volto, la mente, lo spirito. Da grande le ho ritrovate, le cantatrici, nei tragici greci e nei poemi omerici.
Amo il ricordo di secoli di fiabe, di miti, di racconti che popolavano le sere d’inverno accanto al camino, con gli occhi al fuoco che mormorava, sibilava, scoppiettava o ringhiava a seconda del vento che penetrava nella cappa; o semplicemente taceva, mentre anche la voce del narratore s'affievoliva, e i più piccoli cadevano nel sonno. Amo le vecchie canzoni d’amore che sembrano dire a coloro che Arbëreshë non sono: “Ma voi che ne sapete dell’Amore”!
Questo è realmente accaduto, e penso che la povertà diventi miseria nera e degradante solo quando i grandi non hanno più niente da raccontare e i piccoli più niente da ascoltare. Quando il deserto culturale dell’assoluta omologazione arriva a prosciugare le fonti, anche il benessere conquistato e benvenuto, anche la giustizia sociale –irrinunciabile- non possono colmare il baratro in cui fate, streghe, mostri, déi ed eroi si sono precipitati, come un esercito in rotta, portando con sé pregiudizi e superstizioni, ignoranza e ingiustizia, violenza e dolore, ma anche la radice prima della Poesia. La memoria è il solo scrigno prezioso dell’identità, portatrice di mito e di poesia, di forza interiore e di consolazione, dalla culla alla tomba.





sabato 25 luglio 2015

SUN NA


MAX FUSCHETTO

(Hanagoori Music, 2015)

Ci sono dischi che, inspiegabilmente e inconsciamente, mi ricongiungono col mondo, allontanandomi dalla solitudine che la globalità virtuale del medesimo spesso comporta. Sun Na di Max Fuschetto è sicuramente catalogabile tra questi. Sassofonista, oboista e compositore, come si legge nelle sue note biografiche, Fuschetto possiede cultura e padronanza di linguaggi musicali sorprendenti che gli consentono per questo suo nuovo “sogno” in note di regalarci una musica senza tempo, perduta (e ritrovata). Il titolo dell’album proviene da un antico dialetto greco ancora in uso in alcune regioni dell’Africa e tradotto corrisponde a “sognare”, ma si potrebbe aggiungere “viaggiare nell’inconscio”. E il viaggio che compie, accompagnato da una vastità di validi musicisti e voci tra cui, solo per citarne alcuni, Antonella Pelilli, Andrea Chimenti, Pasquale Capobianco, Giuseppe Branca, Giulio Costanzo, che alternano e accostano sapientemente strumenti acustici all’elettronica moderna, il nostro da forma e sostanza ad una tavolozza di suoni e colori dal mondo che ha davvero del genio.


 Dall’ambient quasi tout court del piano di Secret Shadows, che ricorda Nyman, a Qem Ma Tija con la chitarra ipnotica di Capobianco ad accompagnare la splendida voce della Pelilli che domina anche in Si Trendafile, una nenia leggiadra come vento su un deserto lontano e pregno di misteri. Ma non si può rinunciare nemmeno all’incedere maestoso e lieve di una Return To A o alla bossanova contaminata da tutto ciò che si possa immaginare di Palsagem Do Rio, fiati, elettronica e percussioni sembrano non essersi mai confrontati in modo più onirico. Vibrazioni Liquide sfoggia abiti etnici di rara bellezza che lasciano spazio all’ethno world da camera e psichedelico di Samaher con tanto di violini d’avanguardia e alla grazia poetica di Les Roses D’Arben, cantata in francese da Antonella Pelilli in duo con Andrea Chimenti. 


Fuschetto è musicista classico abbastanza colto da sapersi misurare col folklore di suoni e ritmi provenienti da tutte le latitudini, con un uso sapiente e mai invasivo dell’elettronica, l’autore campano crea un tramite tra arcaico e contemporaneo, con una cifra stilistica davvero ammirabile ed unica. In tempi di guerre e diaspore Fuschetto, con le sue armonie dal mondo immerse nel sogno, sembra volerci rassicurare, infonderci fiducia, nella speranza di un futuro più equo tra nord e sud di questo tormentato pianeta.
Giuliano Manzo

martedì 6 gennaio 2015

L’Epifania a Piana degli Albanesi e la simbologia delle arance.

di Anna Maria Ragno

La mattina del 6 gennaio a Piana degli Albanesi, come ogni anno, si celebra l’Epifania (Ujët e pagëzuam), la festa che ricorda la visita dei re Magi a Gesù bambino.
Anche questa ricorrenza religiosa è caratterizzata dai profondi simbolismi del rito bizantino, e quindi dai canti che accompagnano tutta la funzione religiosa, dalla sfilata degli abiti tradizionali femminili riccamente ricamati in oro, dalla benedizione delle acque, dal volo di una colomba bianca e dalle distribuzione delle arance ai fedeli.

La festa, infatti, si svolge lungo quattro momenti salienti:

  • Il solenne Pontificale in Cattedrale. Il vescovo e i sacerdoti, celebrano in cattedrale la liturgia eucaristica, rievocando con il canto "Në Jordan" la discesa dello Spirito Santo nel Giordano, il giorno del battesimo di Cristo.

  • La sfilate delle donne in costume tradizionale. I rappresentanti dell’Eparchia, dopo aver celebrato il Ponteficale, si dirigono in processione accompagnati dai fedeli e dalle ragazze vestite con l’abito tradizionale, verso la fontana dei “Tre cannoli” nella piazza principale del paese.




  • Il rito della benedizione delle acque. Il Vescovo immerge nell'acqua della fontana per tre volte la croce scolpita in legno, reggendo con l'altra mano il candelabro a tre ceri e un rametto di ruta, mentre dall’alto del tetto della Chiesa dell’Odigitria, viene fatta scendere una colomba bianca
   



  • Il rito della benedizione delle acque. Il Vescovo immerge nell'acqua della fontana per tre volte la croce scolpita in legno, reggendo con l'altra mano il candelabro a tre ceri e un rametto di ruta, mentre dall’alto del tetto della Chiesa dell’Odigitria, viene fatta scendere una colomba bianca. 


  • La distribuzione delle arance. Nella stessa fontana vengono immerse anche le arance, che poi vengono distribuite agli abitanti del paese e ai visitatori. 

Se  il significato della simbologia della colomba è facilmente intuibile, intorno alla simbologia delle arance di addensa una vera e propria nebulosa di significati. Le arance, infatti,  fanno riferimento ad una simbologia complessa e molto ampia di significati, che si collega con:

  • la rinascita della natura dopo il gelido periodo invernale, implicita anche nel rito del battesimo;  
  • la purezza delle fanciulle che sfilano con i cesti di arance: i fiori di arancio, infatti,  sono considerati simbolo di castità e vengono utilizzati come addobbi floreali per i matrimoni, proprio  per indicare la purezza della sposa;
  • la fecondità e l’amore: secondo la mitologia greca, infatti, la dote di Giunone, andata sposa a Giove, consistette in alcuni alberelli i cui frutti erano dei meravigliosi globi d’oro, cioè arance, simbolo della fecondità e dell’amore. Giove preoccupato che dei ladri potessero sottrargli quel dono prezioso, li custodì con uno straordinario giardino sorvegliato dalle ninfe Esperidi, mitiche fanciulle dal canto dolcissimo (di qui il nome greco di esperidi dato a tutti i frutti degli agrumi);
  • l’abbondanza, la fecondità e la vitalità: la forma sferica dell’arancia, infatti, si collega alla simbologia del cerchio, l’archetipo del “centro” da cui tutto può espandersi e crescere.

Quest’ultimo elemento è sicuramente il può importante e ricco di significati, perché richiama l’idea che Piana degli Albanesi è il centro dell’universo sociale, mitico e psichico degli ex esuli albanesi, da cui tutto può nascere, anzi rinascere, crescere ed espandersi.


      

lunedì 21 luglio 2014

Il Cristo di Gllavenica: la Sacra Sindone albanese.

di Anna Maria Ragno

Fra i "Tesori del Patrimonio Culturale Albanese" c'è un sudario del 1373, che conquista per la preziosità dell'esecuzione, e per la realtà che rappresenta: è l’Epitaffio di Gllavenica, detto anche Cristo di Gllavenica, preziosa testimonianza della devozione  e dell’abilità artistica albanese.
Cristo di Gllavenico
Questa "sindone" è assolutamente diversa dalla Sacra Sindone conservata nel Duomo di Torino ma idealmente accostabile ad essa per similitudine di significato, dignità e bellezza. Si tratta di una raffigurazione del Cristo Morto deposto su un grande "lenzuolo" che ricorda il celebre "lino" (la Sindone appunto) di cui parlano i Vangeli, nel quale fu avvolto il corpo di Gesù dopo la deposizione dalla croce, e che fu trovato poi accuratamente ripiegato nel sepolcro dopo la resurrezione.
Il celebre e venerato "Epitaffio di Gllavenica" della Cattedrale di Ballsh è un drappo sul quale è raffigurato il corpo del Signore, che per la ricchezza e raffinatezza dei suoi ricami e dei suoi ornamenti contrasta l'assoluta semplicità della Sindone di Torino, che conserva soltanto l'impronta del corpo del Signore, e risulta con immediatezza essere un lenzuolo comperato sul momento, sempre secondo il racconto evangelico, per la sepoltura di Gesù, che è infatti senza ricami e senza ornamenti di alcun genere.
Il lenzuolo raffigurato tra i tesori albanesi, invece, è un grande drappo di lino, interamente ricamato con fili di seta, d'oro, di rame e argento sul quale è raffigurato con vigorosa naturalezza, elaborato nell'essenzialità del disegno medioevale, il corpo del Cristo morto.
Il Cristo di Gllavenica presenta una ricca serie di ornamenti.
Intorno all'immagine di Cristo, sono raffigurati, tra medaglioni ornamentali, diversi angeli e apostoli, ricamati secondo i canoni dell'arte bizantina, e in alto sono evidenziati due personaggi tipici tratti dal racconto evangelico della Passione: Maria, la madre di Gesù e Giovanni, il discepolo prediletto a cui Gesù morente raccomandò la madre. La singolarità consiste proprio nell'imponente raffigurazione del "lenzuolo", oggetto che è solitamente ignorato o trascurato dagli artisti.
Il drappo, di raffinatissima fattura, serviva alle celebrazioni del Venerdì Santo. E' un tessuto di lino di 250 x 117 cm. Foderato e ricamato con fili d'oro, argento, rame e di seta rosa, blu, verde, e gialla di diverse tonalità che creano effetti di chiaroscuro. Sul sudario è ricamato in greco, con lettere d'oro, il vero e proprio epitaffio che ne ricorda come committente il vescovo Kalisi di Gllavenica e Berart; la data del 22 marzo 6881 (1373) e l'autore, tale Gjergj Arianiti, con il ricamatore d'oro.
Anche se poco conosciuto ai non albanesi,  l’epitaffio di Gllavenica, può essere annoverato alle “altre sindoni” - circa quaranta - che come la sindone di Besançon, i sudari di Cadouin e di Carcassonne, la “Santa Cuffia” di Cahors, nel corso dei secoli, hanno avuto la dignità di reliquie sepolcrali di Gesù. A differenza delle immagini acheropite (non fatte da mano umana) come la Veronica e il Mandilio di Adessa, il Cristo albanese della Cattedrale di Ballsh, rivendica la sua originalità e preziosità nel suo essere espressione di una devozione che si fa “abilità artistica” e ricamo in oro: lo stesso oro delle icone bizantine e dei costumi arbëresh.


domenica 20 aprile 2014

Il tarallo di Chieuti, fra antropologia religiosa ed antropologia del cibo.

di Anna Maria Ragno

Foto di Antonietta Luce
Il 22 aprile si rinnova annualmente a Chieuti la carrese, la tradizionale corsa dei carri trainati da buoi. 
La sfida, di cui si hanno i primi dati certi a partire dal 1911, quando ad aggiudicarsi il 'palio di San Giorgio' fu il carro 'Maurea', nasce dalle tradizioni chieutine legate al culto di san Giorgio. 
Una delle leggende {1parla di un certo Roberto di Loretello (forse Rotello, vicino centro molisano) che avrebbe organizzato una partita di caccia tra i signori di San Martino in Pensilis, Ururi e Serracapriola. Al termine della giornata i cacciatori trovarono i cavalli inginocchiati su uno spicchio di terreno dove, scavando, emerse un'urna con le ossa del Beato Leone. Da quel giorno il luogo sarebbe diventato méta di pellegrinaggi mentre lungo la strada che a esso menavano si sarebbero innescate corse fra carri. 
L'altra ipotesi parla della tradizione di offrire rami di alloro che venivano portati alla chiesa del patrono San Giorgio nel giorno della sua festa e, proprio durante il trasporto, sarebbero iniziate le prime 'carresi'. 
I festeggiamenti durano ben quattro giorni dal 21 al 24 aprile e sono caratterizzati da tradizioni davvero singolari come la benedizione dell’alloro, simbolo della vittoria, che viene distribuito a tutte le famiglie chieutine che lo espongono come prezioso ornamento all’esterno delle loro abitazioni; e l’offerta del Tarallo che consiste in una grossa ciambella fatta di formaggio filato, intrecciata tutt’intorno, adornata da uccellini e cestini, e sormontata dalla statua di San Giorgio a cavallo che uccide il drago e salva la principessa. 

[1] Per la leggenda di San Leo e di San Martino in Pensilis, rimando al sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Corsa_dei_carri_%28San_Martino_in_Pensilis%29



Dopo la tradizionale corsa, che ogni anno termina il 23 aprile, ai vincitori  del Palio, viene  consegnata una treccia di caciocavallo di circa 80 chili, raffigurante le gesta di S. Giorgio, che verrà portata in processione insieme alla statua del Santo. Ogni anno una famiglia, a turno, prepara questo grande Tarallo, che dopo la processione verrà distribuito fra tutte le famiglie del paese.

Per una trattazione più ampia rimando al mio scritto:
http://arberianews.blogspot.it/2012/05/la-carrese-di-ururi-polisemia-e.html



Le pecorelle pasquali della Martorana

di  Anna Maria Ragno


A  Palermo c’è una chiesa, la Martorana, a cui è legata una leggenda e la preparazione delle pecorelle pasquali di pasta reale.

La chiesa della Martorana, che oggi è concattedrale dell’ Eparchia di Piana degli Albanesi, nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti e cambi di destinazione d'uso. Dal febbraio 2013, dopo due anni di restauro, è stata finalmente restituita al suo antico splendore. I riti liturgici, le cerimonie nuziali, il battesimo e le festività religiose della parrocchia della Martorana, seguono la liturgia di rito bizantino e la tradizione albanese delle comunità dell'Eparchia di Piana degli Albanesi. Le lingue liturgiche utilizzate sono il greco o l'albanese.

La Martorana è quindi testimonianza della cultura religiosa e artistica ortodossa presente ancora oggi in Italia, apportata ed accresciuta dagli esuli albanesi rifugiatisi in Sicilia, sotto l'incalzare delle persecuzioni turche nei Balcani. Quest'ultimo influsso ha lasciato notevoli tracce nella pittura delle icone, nel rito religioso, nella lingua, nei costumi tradizionali propri della colonia albanese stanziata nella provincia di Palermo.
Nata come chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio o di San Nicolò dei Greci, la Martorana venne fatta erigere nel 1143 per i fedeli di rito greco di Palermo da Giorgio Rosio di Antiochia, l’ammiraglio proveniente dalla Siria al servizio del re normanno Ruggero II.

Il mosaico dell'incoronazione di Ruggiero II di Sicilia (a sinistra)
e dell'arcangelo Michael (a destra).
Chiesa della Martorana, Palermo.
Circa nel 1193, Goffredo ed Eloisa Martorana, fecero costruire un monastero benedettino accanto alla chiesa. Nel 1435 Re Alfonso d'Aragona  concesse  poi la chiesa al vicino Monastero delle Benedettine, per cui la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio prese poi il nome de "La Martorana".
Dalla nobildonna Eloisa Martorana presero il nome anche i dolci in forma di frutti o le pecorelle pasquali di marzapane,  che oggi conosciamo come Frutti o pecorelle di Martorana. Perché questa relazione? Una leggenda narra che nel giugno 1537 l'imperatore Carlo V visitò Palermo. Nel giardino della Martorana vi erano alberi di aranci, ma a luglio non erano ovviamente maturi. Allora le monache escogitarono un sistema per far vedere un giardino bello e ben curato al sovrano: addobbarono gli alberi del convento con dei dolci di pasta di mandorle artisticamente colorati. I dolcetti ebbero così tanto successo, che superarono le mura del convento fino ad arrivare alla corte del re e, da quel momento, essi presero il nome di "pasta Riali" (pasta reale) o "frutti di Martorana".
Quindi in onore della nobildonna Eloisa Martorana, sia il complesso edilizio che i dolci preparati dalle monache, assunsero il nome "della Martorana". Con il passare del tempo ogni ricorrenza religiosa si guadagnò uno speciale soggetto di marzapane: pecorelle per Natale, cavallucci per Sant'Antonio, agnelli e pecorelle per Pasqua. Il successo di questi dolcetti spinse la corporazione dei Confettari a tentare di ottenere il monopolio della loro produzione. Lo scopo venne raggiunto nel 1575 con l'intervento del sinodo diocesano di Mazara del Vallo, che proibì alle religiose la preparazione della Frutta di Martorana, perché arrecava troppa distrazione al raccoglimento liturgico.

Ancora oggi i frutti della Martorana sono famosi nel mondo, perché la loro preparazione e il loro confezionamento prevede, nella forma e nell'aspetto alla fine del processo di preparazione, la perfetta imitazione o riproduzione di frutti, ortaggi o pesci, e talvolta pecorelle e agnelli. Internamente sono simili al marzapane  ma notevolmente più dolce e saporito