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martedì 25 dicembre 2018

La Natività della Martorana.


(di Anna Maria Ragno)

I mosaici della Martorana.
Tra i mosaici siciliani in cui è più visibile l’influenza greca vi sono quelli della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, conosciuta anche con il nome de “la Martorana” . La chiesa appartiene all’Eparchia di Piana degli Albanesi, circoscrizione della Chiesa italo-albanese, e officia la liturgia per gli Arbëreshë residenti a Palermo secondo il rito bizantino.

I suoi mosaici, al pari di quelli della Cappella Palatina, si distinguono per il calore della gamma cromatica e per l’esecuzione fine e delicata, ma anche per il grande effetto emotivo ed estetico e per il loro valore simbolico e insieme ideologico. Fra questi si distingue la scena della Natività e della Dormizione della Vergine, che appartiene al cosiddetto "Ciclo delle feste", cioè alla serie canonica di immagini che nell'arte bizantina rappresenta i fatti salienti della vita di Cristo e della Vergine.



L’edificio.
La Martorana fu fondata da uno dei più insigni funzionari di Ruggero II, l’ammiraglio Giorgio di Antiochia che, per metà greco e per metà siriaco, aveva vissuto alcuni anni in Tunisia al servizio dell’emiro Al Madia, trasferendosi poi nel 1112 a Palermo dove aveva fatto una brillante carriera. Qui egli patrocinò la costruzione di una chiesa dedicandola alla Madre di Dio, che lo aveva protetto nei lunghi anni della sua milizia sui mari.

Il ciclo delle feste.
Il punto focale delle decorazioni della Martorana è la cupola dove è raffigurato Cristo Pantocratore seduto in trono. Nel l'anello esterno della cupola vi sono gli arcangeli Michele, Gabriele, Raffaele e Euriale in atteggiamento di adorazione.
Un secondo punto focale era costituito dall'immagine della Vergine che indubbiamente occupava l'abside centrale distrutta nel XVII secolo. Nel tamburo sono raffigurati i profeti e nelle nicchie angolari i quattro evangelisti.
L'arco trionfale è decorato con l'Annunciazione.
Nelle due piccole absidi vi è a sinistra San Gioacchino e a destra sant'Anna.
I quattro archi portanti contengono sette tondi, ognuno col busto di un santo.
Ogni raffigurazione descrive in modo "popolare", cioè facilmente comprensibile, la liturgia celeste e la vicenda biblica.
Nel transetto sono raffigurate otto figure di apostoli in piedi.
Di fronte al presbiterio, sulla volta a occidente dello spazio quadrato centrale sul quale proietta la cupola, sono raffigurate la Natività di Cristo e la Morte della Vergine, scene necessarie a mettere in evidenza che la chiesa era dedicata alla Madonna.
L'apparato musivo si può dividere in categorie:
Le figure singole nel loro raggruppamento (il Pantocratore e gli arcangeli adoranti, la Vergine e il suo corteggio, il coro dei Profeti, gli Evangelisti, gli Apostoli, i santi).
Le scene (l'Annunciazione, la Presentazione di Cristo al tempio, la Natività e la Dormizione della Vergine). Tutte le scene appartengono al cosiddetto "Ciclo delle feste" (corrisponde alle feste più importanti nel calendario liturgico greco), cioè alla serie canonica di immagini che nell'arte bizantina rappresenta i fatti salienti della vita di Cristo e della Vergine. Sono chiamate dodekaorton, serie canonica di dodici scene che comincia con l'Annunciazione e termina con la Dormizione della Vergine. Da questo ciclo l'ideatore del programma musivo, riprese le scene che vedono protagonista la Vergine, fermando così l'attenzione più su di lei che su Cristo.

La Natività
Nella Natività la Madonna domina la scena, è la figura più imponente ed è come adagiata, o meglio seduta, su una bianca coltre, che fa spiccare il suo azzurro manto. Ben nota è la serie dei personaggi che ne fanno parte, come anche la loro distribuzione "concentrica", con la Vergine quale centro di interesse e tutti gli altri motivi che le fanno corona.


Maria accarezza amorevolmente il Bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. Una grande montagna fa da sfondo a questa scena corredata dal bue, dall’asinello e da San Giuseppe con un ruolo marginale. Dietro la sommità del monte compaiono tre angeli adoranti, a mezza figura, le mani levate verso la stella aurea che si libra in alto dentro la sfera azzurra del cielo. Da essa un raggio scende sul Bambino. Due angeli volti verso l'apparizione celeste sono a destra, uno è a sinistra. Un perfetto equilibrio è ottenuto tramite un secondo Angelo a sinistra, pure a mezza figura, il quale però è rivolto verso il basso, la mano destra tesa in direzione di due pastori che guardano in su, verso di lui.
In alto è la stella che con un raggio colpisce il sacro infante. In basso, sulla sinistra vi sono due armenti che concorrono a conferire una certa atmosfera naturalistica. A destra è la rara scena della Lavanda del Bambino.

La Dormizione della Vergine.
La scena la Vergine giace su un letto funebre, il capo a sinistra, gli occhi chiusi, le mani incrociate sul petto. Testa e spalle seguono una curva ascendente cui dà ampio rilievo una bianca coltrice (parte del giaciglio) che incornicia l’intero profilo del corpo. Cospicua è la corrispondenza così stabilita con la figura della Vergine nella scena della natività che occupa l’opposta sezione della medesima volta a botte.


Il lato lungo del letto funebre è coperto da un drappo ornato, davanti al quale una pedana ingemmata segna l’asse centrale della scena.
Dietro al letto c’è il Cristo, che sta lievemente piegato a sinistra verso il capo di sua madre, lo sguardo rivolto a lei, le braccia sollevate a destra in rigoroso movimento opposto ad innalzarne l’anima e porgerla ad una coppia di angeli che scendono dall’alto pronti a riceverla con mani velate. L’anima ha l’aspetto di un infante avvolto in strette fasce a guisa di mummia. L’apostolo Giovanni in sembianze di vecchio, posto dietro la figura di Cristo, si china in avanti abbandonando il capo sul petto della vergine.
A capo del letto, un secondo gruppo di afflitti: li guida Pietro agitando un turibolo. Nessuno dei personaggi ha l’aureola. Paolo sembra stringere con la sinistra il piede della Vergine.

La stella cometa.
Nella Natività vi è una inedita rappresentazione della stella cometa. Essa si disegna sì, come sempre, dentro un cielo notturno, ma levandosi, zampillando direttamente dalla culla del bambino Gesù come un fiore che in essa affonda le radici, finendo così per confondersi e coincidere con Lui.
Nel racconto evangelico la stella cometa indica ai Magi la strada che conduce al “Re dei Giudei”, a Colui che viene per rivelare quale è il senso del cammino dell’uomo nel mondo. E sarà proprio lui, poi, a dichiararsi “Via, Verità e Vita”, a designarsi come la verità dell’uomo, a indicare in sé la strada da seguire per raggiungerla. E allora si comprende la ragione per cui il cristianesimo delle origini non veniva indicato come una setta o una religione, ma più semplicemente come “la via”.


La simbologia della stella cometa accomuna a Cristo anche la Vergine sua madre. La pietà popolare, infatti, la invoca come Stella Maris, la stella che indica la rotta al marinaio nella notte tempestosa, la stella dell’ammiraglio che deve condurre la nave al porto sicuro. Di questo abbiamo conferma nella stella che adorna il manto di un’altra immagine della Vergine presente nello stesso ciclo musivo.


domenica 25 febbraio 2018

La Zingara di Barile.

(articolo di Anna Maria Ragno)
A Barile, ("Barilli" in arbëreshë), comune di circa 3.000 abitanti della provincia di Potenza, per il Venerdì Santo è tradizione che si ripetano i Misteri della Passione.


Non vi sono fonti storiche che documentino con precisione l'epoca in cui ebbe luogo la prima sacra rappresentazione della Via Crucis, ma molti studiosi ritengono che possa essere stata istituita dal Clero Romano nel 1600, per accelerare il difficile processo di "latinizzazione" del rito greco che, nonostante ripetuti interventi dei vescovi Melfitani, ancora sopravviveva.
Il corteo. Il Venerdì Santo il corteo, composto da circa 120 figuranti, si snoda lungo le vie strette del centro storico. I giovani si travestono da «Centurioni a cavallo» e iniziano a girare per le strade in cui si snoderà la processione. Uno dei «Centurioni» è munito di tromba e la suona stazionando sotto le abitazioni di chi impersonerà il «Cristo con la croce» e la «Madonna». Il suono della tromba, i falò, i canti popolari e le preghiere indicano chiaramente che la comunità barilese sta preparando la “sua” Via Crucis.
La processione è quindi preceduta dai tre centurioni a cavallo; seguono poi tre bambine vestite di bianco che simboleggiano le tre Marie, una ragazza vestita di nero e 33 ragazze vestite anch'esse di nero, che rappresentano gli anni di Cristo.
La Via Crucis mostra un’evidente commistione di elementi sacri e profani. Infatti, accanto ai personaggi classici del "dramma Evangelico", la sacra rappresentazione vede la presenza di personaggi tipici della cultura e della simbologia popolare. Fra questi, sono particolarmente significative le figure della "Zingara", del "Moro" e del "Malco", personaggi che vogliono simbolicamente rappresentare i peccati dell’idolatria, dell’ira e della lussuria.
Il Moro. È un personaggio pagano. Non ha origini precise. Forse simboleggia i Turchi, che nel 1400 minacciarono l’Albania, causando dal «Paese delle aquile» la fuga di molti cittadini.
Il Malco. Calza scarponi rovesciati come cilicio. Non ha nella processione una collocazione fissa. Rappresenta l’ebreo errante e colui che schiaffeggiò Gesù. È incappucciato ed irrequieto, perché condannato a non trovare più pace per l’offesa arrecata a Cristo.
La Zingara. Secondo la tradizione è colei che fornì i chiodi forgiati rudemente per la crocifissione di Cristo. La Zingara, incurante delle sofferenze dei personaggi cristiani, sfila pavoneggiandosi, accompagnata dalla «Zingarella», sorridendo e distribuendo ceci alla gente. Petto e mani sono completamente ricoperti d’oro. E’ lei, la Zingara, che simboleggia la ricchezza mista a pericolo e malvagità; è lei il simbolo della lussuria.


I ceci. Ma perché la Zingara offre i ceci? In questa offerta la garanzia della Resurrezione: i ceci sono il pasto dei defunti fin dall'antichità.
L’oro della Zingara. Da Natale in poi la ragazza che interpreterà la zingara, di solito una bella bruna prosperosa, riunisce gli ori delle famiglie del paese. Con i venti chili di splendidi ori antichi che così raccoglie, la zingara "costruisce" un corpetto ricchissimo. Anche le dita, le braccia, i capelli e il collo sono ricoperti d’oro.
Davanti al Cristo insanguinato, ella ancheggia vistosamente e ride sfacciatamente, regalando alla gente i ceci, che estrae dal cestino in cui si intravedono dei chiodi: i chiodi della crocifissione. Malvagità e bellezza, empietà e ostentazione, sensualità e arroganza si identificano nella rappresentazione femminile del male.


Nella sacra rappresentazione della Passione del Cristo di Barile, come nell’arte bizantina delle icone e nei ricchi ed opulenti costumi arbëreshë, l’oro compare sempre. Copre i simboli e riveste i personaggi della sacra rappresentazione: copre le croci e gli abiti delle “tre Marie”; impreziosisce le dita dei sacerdoti del Sinedrio; intesse il vestito dell’Addolorata. Ma, soprattutto, "veste" la zingara.